Avendo trascorso e viaggiato in India per alcuni mesi (in periodi diversi) e conoscendone gli usi ed i costumi, ci ha fatto molto piacere ricevere questo guest post da parte di un nostro lettore proprio sull’India! Ve lo proponiamo cosi come ci e’ arrivato.

Un vento tiepido soffia nell’India dai colori sgargianti e intensi. Se mi chiedeste che cosa mi ha colpito di questa terra vi risponderei: gli occhi della gente indiana. Neri, profondi, misteriosi mentre per le strade ti fissano scrutandoti.

Vengo catapultata immediatamente nell’India del caos e dell’inquinamento. Sono a New Delhi e il cattivo odore impregna le mie narici. Ma quell’odore forte, seppur nauseante sarà il “profumo della madeleine” di Proust. Quello che evocherà per sempre questo viaggio e i suoi ricordi.

Da backpacker quale sono, ho avuto la fortuna di trovarmi nel bel mezzo dell’Holi Festival, una sorta di “Carnevale hinduista” che segna la fine della stagione invernale e l’inizio della primavera. Si svolge proprio nel periodo primaverile. E’ un tripudio di colori e di festa. La città è tutta in fermento. Tra sari dai colori accesi, musiche, allegria. A suon di gulal e gavettoni di polveri rosse (simbolo della fertilità) la gente si diverte per le strade, nelle case e nei locali tipici.

Il gulal è una miscela di estratti di diverse piante mescolate in un’ unica sostanza dai multicolori. Montagne di gulal per le strade. Il giallo dello zenzero, l’arancione dello zafferano, il blu dell’indaco, fino al turchese più intenso creano meravigliose sfumature. Tutto è coinvolgente e gioioso.

La festa di Holi, legata a tradizioni mitologiche tragiche, nel tempo si è trasformata in un benvenuto alla primavera con il ritorno del sole e dell’energia. L’eccitazione generale dura diversi giorni e io mi lascio coinvolgere volentieri. Noto che l’uso di bhang e thandaia base di marijuana rende tutto ancora più euforico.

Dall’esuberanza del momento festoso mi ritrovo coinvolta in una realtà completamente opposta e nuova per me: quella della contemplazione. Faccio il mio ingresso nel Tempio buddhista più grande del mondo, l’Akshardham Temple. Si trova proprio a New Delhi. Sembra irreale la sola vista. Ancora più suggestivo l’interno.

L’India è questa. E’ il Paese delle tante estrinsecazioni comportamentali in cui l’essere umano entra nelle più variegate dimensioni. Mi trovo ora nella dimensione della spiritualità. Il silenzio è l’atmosfera che si respira in questo luogo. Nessun alito di vita sembra attraversare il Tempio.

Il buddhismo nacque in India nel 500 a.C. per volontà dell’imperatore Ashoka che cominciò a professarne il credo. Nel corso del tempo fu assorbito dall’induismo fino al momento in cui il dio Buddha viene identificato come la reincarnazione del dio hindu Vishnu. La religione è l’anima di questo Paese.

Ed è l’aspetto religioso che guida la seconda parte del mio viaggio in India. Consapevole infatti che una volta qui non puoi non calpestare la terra della Beata Madre Teresa di Calcutta (dal 2001 Kolkata) eccomi muovere i primi passi in questa città. Calcutta. Lo squallore di alcuni suoi quartieri è tale da attraversarmi l’anima. Queste situazioni di estrema povertà cominciarono a partire dal 1947, anno dell’Indipendenza dell’India che ebbe come conseguenza la sua Partition.

Il territorio fu suddiviso in due parti in base alle etnie religiose dando vita al Pakistan (allora denominato Sovranità del Pakistan) e all’India (allora Unione dell’India). La conseguenza furono gli esodi massicci dei rifugiati hindu e musulmani soggetti a massacri truculenti e violenti da entrambe le parti. Si dilagò in questo modo la miseria in quella che oggi si definisce la “Città della Gioia”.

Metto piede nel Museo più polveroso che io abbia mai visitato, l’Indian Museum. E’ il più grande del Paese. Contiene reperti della storia indiana molto interessanti ma purtroppo viene trascurato per mancanza di fondi.

Appena fuori la curiosità mi spinge verso il Tempio di Kali. Il cattivo odore di sudicio lo impregna. La mattina all’alba vengono sgozzate le capre in onore del dio Shiva. Si narra che la moglie della divinità venne smembrata e un dito cadde sul sito dove si edificò il Tempio. La sete di sangue della divinità viene soddisfatta dal macello che qui si adempie all’alba di ogni giorno. Religiosità macabra.

Prima di lasciare la città voglio dare uno sguardo al fiume Hooghly. Come il Gange e gli altri fiumi dell’India è molto inquinato. Sulla sua sponda orientale si estende Calcutta, capitale del Bengala occidentale. Guardo verso il sole che è offuscato da una patina bianca frutto dell’inquinamento delle ciminiere fumanti di Haldia Island.

Una volta sul treno della Central Railways percorro la distanza che intercorre tra Calcutta e Mumbay. Ritorno alla vivacità un pò caotica di una grande città indiana che si affaccia sul mare Arabico. Vengo risvegliata dalle musiche del cinema indiano. Sono stata letteralmente catapultata nella famosa Bollywood e nello sfolgorìo dei suoi set cinematografici. Tra musiche, danze e trame miste di amore e violenza. Nella “Cinecittà” indiana.

A Mumbay è più evidente l’imprinting inglese. E’ la classica città vittoriana del XIX secolo. Lo dimostra la stazione in stile gotico costruita in onore della regina d’Inghilterra Vittoria. Di sera con un pò di temerarietà e un pizzico di incoscienza mi inoltro nell’ affascinante, a tratti inquientante, quartiere a luci rosse dove il potere dei signori mafiosi è dominante.

All’indomani mi perdo nei disordinati bazar di Kalbadevi, un quartiere musulmano, per poi dirigermi verso il Chor Bazar, il “mercato dei ladri”. Tra gli oggetti di antiquariato e le varie riproduzioni. Che ne dite di uno spuntino sulla spiaggia? Il “bhelpuri” a base di vegetali a Chowpatty Beach è d’obbligo.

Foto Flickr.com

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A proposito dell'autore

Marco

Viaggiatore per il mondo con oltre 100 nazioni visitate nei 5 continenti. La passione per i viaggi è accompagnata da quella per la fotografia. Fondatore e autore di NonSoloTuristi.it e ThinkingNomads.com

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