Seconda parte del racconto / diario di viaggio in India attraverso gli occhi di una viaggiatrice

La mia vita in India si svolge in piccoli centri non “disturbati” dal turismo di massa dove ogni visitatore viene “aggredito” da infaticabili gruppi di venditori d’oggetti d’artigianato cui riuscirà a sottrarsi solo dopo interminabili trattative, dopo avere accondisceso a comprare qualsiasi cosa pur di essere lasciato libero.

Nelle città fuori da circuiti tradizionali, dove il turismo è quasi inesistente, si scopre un carattere diverso e cordiale degli indiani, si può girare indisturbati tra la gente, udire le loro voci, scambiare sguardi indifferenti, curiosi, gentili, tristi, allegri, ma sempre ugualmente e profondamente scuri e brillanti.

Passeggiare tra gli indigeni diventa facilmente un’esperienza indimenticabile, il miglior ricordo da potare a casa. Spesso i passanti salutano. Qualche volta si avvicinano e, porgendo la mano, domandano invariabilmente il tuo nome, il tuo paese d’origine e, dopo aver detto i propri come se scambiassero un biglietto da visita, se ne vanno contenti di questo piccolo e fugace contatto umano con uno straniero.

La cordialità tutta indiana è risaltata dal fatto che tutti, meno pochissime eccezioni, non solo sono contenti di farsi fotografare, ma lo chiedono insistentemente, gli adolescenti più di tutti. L’uscita dalle scuole è il momento in cui la simpatia e la curiosità di bambini e genitori è più palpabile.

Non appena vedono uno straniero, nel mio caso una donna europea e sola, si avvicinano con passi incerti, ma spinti da un irrefrenabile impulso di parlare o conoscere uno straniero. I più grandi tenendo per mano i più piccoli, i più arditi vengono incontro con un sorriso sincero e aperto, le bambine timide in piccoli gruppi strusciando i piedi, ma cominciando già a chiedere qualcosa ancora prima di essere arrivate tanto vicine da poter essere udite.

I piccolissimi in braccio dei genitori, che si aprono il passo tra tanta baraonda per posare con i loro figli. Superato il primo momento di timidezza, si radunano per chiedere di tutto e per lasciarsi ritrarre, pur sapendo che mai si vedranno nella foto, ma orgogliosi di aver lasciato un sorriso e un ricordo di se stessi.

L’India però ha anche un altro aspetto, quello più conosciuto. L’India ha il volto della povertà, che in alcune città assume il tragico aspetto della miseria più nera. Qualcuno ha affermato che l’inferno si trova in India, vive negli “intoccabili” degli slums di Calcutta, quartieri divenuti famosi grazie all’infaticabile attività di Madre Teresa.

Un viaggiatore ha scritto che non si deve andare in India osservando il paese attraverso il finestrino di una macchina con aria condizionata. Questa è una regola applicabile per tutti i Paesi che si vogliono veramente visitare: non si dovrebbe viaggiare passando sui luoghi come una goccia d’olio sull’acqua, ma bisognerebbe avvicinarsi a luoghi e persone senza pregiudizi, senza credere d’essere superiori, portatori di verità o di modi giusti di vita. L’India è uno di quei paesi che si pensa di conoscere abbastanza, ma la realtà è che tutta la vita sociale è ben lungi dall’essere compresa da chi ha la mentalità europea.

Per quanto possa sembrare impossibile, qui è ancora in vigore il sistema delle caste, e, fatto ancora più incredibile, esiste ancora una fascia di popolazione che appartiene ai dalit, i già citati intoccabili, coloro che vivono al margine della società e che non hanno alcun futuro o la minima possibilità di migliorare la propria condizione in un’altra casta.

Questo concetto è talmente radicato nella società indiana che il Mahatma Gandhi, predicando che tutti sono uguali davanti a Dio e auspicando la sparizione delle caste, non fece che attirarsi le ire degli indù più fanatici, segnando così la sua condanna a morte.

La nuova classe dirigente sta tendendo l’integrazione degli intoccabili nella società mediante leggi che, in ogni modo, provocano e provocheranno lunghi conflitti: il concetto di casta è parte integrante dell’idea della purezza dell’individuo su cui da secoli si basata la società indiana. Essere intoccabile non vuol dire necessariamente essere povero.

Molti dalit hanno un lavoro che consente loro di vivere agiatamente, come per esempio i conciatori di pelli perché il cuoio è un materiale impuro. Semplicemente, essi non possono aspirare a mescolarsi con gente d’altre caste, una sorta di ghetto sociale che impedisce un rapido e più moderno sviluppo dell’economia indiana.

Si sta anche combattendo un’altra tradizione tipica della società indù: quella di sacrificare una vedova sulla pira del marito. Per la verità è molto difficile stabilire se lo slancio della donna sia spontaneo o obbligato mediante droghe. Quest’abitudine sta morendo naturalmente da sola, ma ci sono ancora casi sporadici di cui si viene a conoscenza solo dopo l’accaduto. Leggi severissime – che tra l’altro impediscono ai familiari di ricevere l’eredità dalla defunta – tentano di arginare questa tradizione eppure, anche se raramente, ancora si hanno testimonianze di pire innalzate su cui sono arse le vedove.

Altra nota distintiva della società indiana è la molteplicità di religioni. In India si assiste ad un fenomeno inverso a quanto accade in Israele. Se in Terra Santa un’unica fede identifica una miriade di razze e di lingue, in India una stessa razza è divisa in una molteplicità di religioni, indù, jainista, mussulmana, buddista, sihk solo per citare le più conosciute. I tumulti, spesso sanguinosi, sono frequenti e presentano un conto di morti e feriti che pareggiano i famigerati attentati suicidi di altre parti del mondo.

Una zona di grande tensione è il Kashmir, enclave mussulmana nell’India indú quando l’ultimo viceré inglese la separò dal Pakistan. In India continuano a vivere centoventi milioni di mussulmani. Anche se si tratta di una minoranza, è pur sempre un’importante forza che può accendere seri conflitti con il governo centrale, soprattutto in questi momenti di tensione con il mondo mussulmano e particolarmente con il Pakistan. Induismo e Islam convivono a fianco di decine d’altre religioni e sette. Tra le più importanti quelle dei jainisti e dei sihk.

I jainisti non hanno particolari evidenti che possano definirli come tali. Sono assolutamente vegetariani, tanto che molti arrivano a camminare per le strade con una mascherina davanti alla bocca per evitare che accidentalmente possano ingoiare un moscerino o altro insetto. Per il resto è difficile riconoscerli come appartenenti a questa religione.

I sikh sono invece facilmente distinguibili. Contrariamente al resto della popolazione di religione indù che porta capelli corti e si rasa, i sikh non possono tagliarsi i capelli e la barba. Questa è la ragione per cui indossano il turbante, primo segno evidente di appartenere al sikhismo. Altri distintivi sono il braccialetto rotondo in ferro, il pugnale alla cintura e spesso una spilla sul turbante che rappresenta una sorta di tridente.

Ultima parte di questa interessante visione dell’India a questo link

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A proposito dell'autore

Marco e Felicity

Marco e Felicity, in viaggio per il mondo dal 2004 con oltre 100 nazioni visitate in 5 continenti. Prima viaggiatori e poi travel blogger, sognatori e sempre in cerca di nuove avventure.

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1 risposta

  1. Niklas

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