Ultima parte di questo contributo sull”india da parte di una viaggiatrice.

La prima volta che sono andata in India – a Gwalior, dove risiedo normalmente – ho incontrato una comunità di sikh. Ogni volta che torno mi circondano di affetto e cordialità. Il loro tempio si trova nel recinto del forte sulla collina della città. Ogni città indiana ha un forte, ricordo d’insediamenti militari, soprattutto mogol, poi usato dagli inglesi. Uno dei più belli che ho visto è quello d’Agra, una sontuosa costruzione in pietra e marmi, balaustre traforate, eleganti colonne e lucide cupole di rame dalle cui terrazze si gode una panoramica del fiume e del Taj Mahal. Quello di Gwalior è una spianata fortificata da una cinta muraria sinuosa, tradizionalmente inespugnabile. All’interno si trovano vari edifici. Il più famoso è il palazzo di Singh. Si tratta di una costruzione, in stile mogol, atipica per la policromia delle piastrelle, in parte cadute, con cui era rivestita la facciata.

Lungo la strada che si snoda dall’entrata principale, salendo verso la spianata, si trovano i templi jainisti scavati nella roccia, dei ritratti in enormi bassorilievi di rossa pietra levigata che i fedeli adorano in piedi o in ginocchio, immersi in una rigogliosa vegetazione e in un silenzio rotto solo da canti d’uccelli e dal fluire dell’acqua che esce dalle rocce formando piccoli stagni ai piedi delle statue. Alla prima visita, trovai qui quell’atmosfera esotica e romantica che tanto spesso avevo sognato attraverso le letture dell’adolescenza.

Salendo, si giunge a giganteschi bassorilievi del Buddha, in piedi o seduto nella tipica posizione del fiore di loto. Alla fine della salita, si giunge alla grande spianata dove sorgono molti altri templi, oltre che case private e scuole. Su tutto, dominano la pace e la tranquillità. Perfino le poche moto e vespe che passano sembrano non fare rumore. La maggior parte delle persone va a piedi o in bicicletta. Si giunge così all’imponente tempio sihk.

I sikh sono originari del Punjhab, una regione particolarmente castigata nella divisione tra India e Pakistan. Il destino del Kashmir mussulmano, nella spartizione dell’India, è stato quello di ritrovarsi in territorio indù, mentre al Punjhab, sul confine tra India e Pakistan, è stato toccato in sorte di essere smembrato in due parti. Si sostiene che il maggior movimento di massa nella storia umana è stato proprio quando i sikh, che si trovavano nella parte assegnata al Pakistan, hanno tentato di mettersi in salvo passando il confine indiano.

I racconti dei testimoni di quel periodo sono terrificanti: in nome di una religione o di un ideale seguirono carneficine e barbarie degne d’epoche remote e oscurantiste. Non c’è tanto scontro tra indù politeisti e sikh monoteisti, quanto tra mussulmani e sikh, le cui fedi sono molto simili. La lunga tradizione alla difesa hanno lasciato nei sikh un aspetto di fieri guerrieri, aspetto che la barba imponente, il turbante e la statura più elevata della media indiana non fanno che accentuare.

I sikh sono però aperti e cordiali come il resto della popolazione indù. Non riconoscendo il sistema di caste, i sikh non hanno pregiudizi contro nessuno, e secondo il loro libro sacro, devono dare ospitalità a chiunque la chieda, qualunque sia la razza o la religione d’appartenenza. I sikh del forte di Gwalior vanno orgogliosi del loro imponente tempio di marmo bianco, con candide e lucenti cupole che possono essere viste anche dalla città sottostante. Ne ebbi conferma quando vi giunsi. Un tipo dall’aria truce, non molto alto, ma con barba nera e vestito di bianco, e con una minacciosa lunga lancia in mano – il guardiano del tempio – sorrise quando chiesi di potere visitare il tempio e, se possibile, conoscere la loro comunità.

Mentre parlavamo, in breve decine di persone si affollarono attorno a noi finché non si fece avanti colui che, per tutte le successive visite al tempio, sarebbe diventato la mia guida e il narratore della loro storia. Il signor Joginder Singh Pathi è una figura ieratica, una sorta di monaco d’altri tempi. Alto, sessantenne, lunga e curata barba bianca, immancabile turbante chiaro sotto cui spicca un viso tranquillo, vivaci e penetranti occhi neri, tenuta impeccabilmente pulita come del resto tutti gli altri, anche coloro che quotidianamente lavorano con calce e mattoni per mantenere il magnificente aspetto del tempio. Joginder Singh Pathi mi ha raccontato la storia e le vicende dei sikh, la loro religione e le loro speranze. Mi ha mostrato il modo di entrare nel tempio, togliendomi le scarpe e passando a piedi nudi attraverso un piccolo canale con acqua, abluzione rituale prima di calpestare il pavimento sacro, come coprendomi il capo, rituale seguito da ogno donna.

Al centro dell’ampio salone si erge una monumentale urna di cristallo dentro cui i sikh si alternano per leggere perpetuamente – mormorando – il loro libro sacro. Accanto si trova la cassa per le offerte. Che si lascino o no, ad ogni visitatore viene offerta una porzione di pasta di mandorle che un addetto provvede a prendere da un piatto e appallottore prima di posarla sul palmo della mano del visitatore. Si tratta di un’offerta di amicizia e ospitalità.

Fuori del tempio, come sempre mi aspettano molti membri della comunità, in maggioranza uomini, ma anche molti ragazzini e donne, per ascoltare, chiedere, sapere quanto possibile della vita in Europa. Così ho potuto conoscere il filosofo che sta studiando Benedetto Croce, il ragazzo dal turbante blu e da straordinari occhi neri che, in una visita, mi fece arrampicare sui i ponteggi per permettermi di scattare una panoramica del tempio, e che sta aspettando con ansia che il comune metta il collegamento internet, il guardiano del tempio cui ho fatto scattare alcune foto, e moltissimi altri che si alternano al completamento dell’area attorno al corpo principale. A turno, mi hanno insegnato tante cose.

Puntualmente rimango a mangiare con loro. L’ospitalità è sacra e gratuita, e se non fosse perché devo tornare in albergo e aspettare il mio compagno che è in India per motivi di lavoro, potrei passare la notte in una delle molte camere che si stanno costruendo per poter alloggiare chi arriva al tempio, un centinaio di stanze, essenziali ma pulite, tutte con un bagno e doccia, tutte in fila sotto al porticato come le celle di un monastero.

Il locale dove si mangia è molto ampio. Non ci sono né tavoli né sedie, ma solo stuoie al suolo su cui ci si siede con le gambe incrociate e con due ciotole d’acciaio davanti alle ginocchia. Non c’è un orario preciso. Quando si arriva, ci si siede fianco a fianco e si aspetta che, da un angolo della sala, un paio di sikh arrivino con grandi pentole e mestoli. Normalmente servono zuppe di lenticchie, aromatiche e deliziose, un paio di piadine e, nell’altra ciotola, versano acqua. Si mangia con le mani, come del resto normalmente si fa in tutta l’India, prendendo un pezzetto di piadina e usandola come cucchiaio per poter mangiare la minestra o altro abbiano preparato. Alla fine il rito del te, preparano bollendo l’acqua con semi di cardamomo.

L’atmosfera normalmente amichevole e festosa lo diventa ancora di più quando arriva uno straniero. Nel mio caso, ospite ormai conosciuta e oltretutto amante della autentica e piccante cucina indú, la festa si prolunga perché, dopo aver visto le foto che porto loro dall’ultima visita, tutti vogliono posare per lasciarmi un ricordo e per poter avere anche loro una copia. Ovviamente dovranno aspettare che torni indietro e che poi le invii loro per posta.

Miracolosamente il servizio locale fa il suo dovere portando, con il caratteristico veicolo rosso, l’attesa busta gialla. Comincio a salutare perché è ora di tornare giù in città. Il cammino fino al cancello del forte è lungo , ma spesso trovo chi mi dà un passaggio sulla sua vespa. L’ultima volta è stata una donna, un’insegnante in una scuola della città.

Tutti mi accompagnano per un tratto, e quelli che stanno lavorando sui ponteggi mi fanno cenni allegri con la mano e riescono a dire: “Ciao Paola” ridendo del loro sforzo linguistico. Allora mi guardo indietro e vedo ancora i loro sguardi scuri e amichevoli che mi seguono sulla via del ritorno. Jojinder mi abbraccia con affetto e mi chiede di tornare non appena mi sia possibile. Certamente lo farò, come l’ho fatto le altre volte per ritrovare non solo persone stupende, ma anche un’atmosfera di indimenticabile amicizia.

A proposito dell'autore

Marco e Felicity

Marco e Felicity, in viaggio per il mondo dal 2004 con oltre 100 nazioni visitate in 5 continenti. Prima viaggiatori e poi travel blogger, sognatori e sempre in cerca di nuove avventure.

Post correlati

Lascia un commento

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: