Lasciamo di buon ora il New England per il New Brunswick, oltrepassando alle prime luci dell’alba il confine tra USA e Canada.

Freccia nera percorre veloce i 400 km che ci separano dal traghetto, contorniati da foreste di conifere sempre piú fitte, inquietanti cartelli di segnalazione attraversamento orsi e dall’urlo “Icebeerggg” che a turno Cristian ed io emettiamo per tenerci svegli e per sdramatizzare un po’ l’ansia che ci attanagliava all’idea di non arrivare per tempo al porto di Saint John.

Non appena preso il largo, le preoccupazioni lasciano spazio alla prima ricerca delle balene, purtroppo infruttuosa, tanto che in breve tempo preferiamo ritirarci al coperto e chiacchierare con 2 coppie di italo-canadesi che intendono visitare il Pier 21, porta dell’immigrazione in Canada sul molo di Halifax, oggi toccante museo, ad oltre 50 anni dal loro arrivo in quelle acque da emigranti.

Pare infatti che la principale, se non l’unica, motivazione che spinge le persone a visitare la Nova Scotia sia la ricerca sul proprio passato o su quello dei propri cari. Ne ho conferma non appena arriviamo a Yarmouth, la cittadina più grande della Nova Scotia meridionale, una volta attracco del traghetto che collegava la provincia a Bar Harbour. Un vecchietto, vedendomi intenta a leggere la storia del faro, unica attrattiva locale, mi si avvicina incuriosito e mi chiede alla ricerca delle tracce di quale parente fossimo.

Dopo un rifocillante riposo ed una fantastica english breakfast nel delizioso Harbour’s Edge B&B, partiamo alla volta di Halifax, capoluogo della provincia, lungo la scenografica Lighthouse Route. Lungo il tragitto ci fermiamo per pranzo nella deliziosa Luneburg, uno degli insediamenti coloniali britannici meglio conservati nel Nord America, e poco prima di raggiungere la nostra meta ci fermiamo a Peggy’s Cove, piccolissimo villaggio di pescatori, il cui simbolo è un suggestivo faro sempre sferzato da impetuose onde dell’oceano.

Ad Halifax, cittadina non certo da ricordare per le bellezze architettoniche, ma in cui è percepibile immediatamente la qualità della vita, visitiamo il museo marittimo, che contiene alcuni interessanti reperti del Titanic, affondato al largo delle sue coste, e poi ammiriamo la movida che ne anima il porto, dove è tutto un susseguirsi di spettacoli teatrali e musicisti di strada.

Lasciata di buon mattino la Waverley Inn, dove soggiornò persino Oscar Wilde nel corso di una serie di conferenze in America, ci dirigiamo sempre più a Nord, sull’isola di Cape Breton, a Louisbourg, capitale della regione acadiana e famosa per l’immensa fortezza di metà ‘700, fedelmente ricostruita e popolata di attori in costume. Di colpo é più facile sentire parlare francese che inglese e tutto ha una connotazione più europea. Ah, se solo potessi pubblicare le foto della cena in abiti da villani francesi del ‘700 cui nel maldestro tentativo di immergerci ancora di più nelle tradizioni locali abbiamo partecipato….

Il giorno dopo ci aspetta la Cabot trail, il scenografico percorso di oltre 300 km che corre lungo il Cape Breton Highlands National Park, risalendo versanti montuosi e valicando alture costiere. Entrambi abbiamo grandi aspettative: Cristian si immagina di fare la foto del secolo, sporgendosi lungo qualche dirupo, io mi immagino di incrociare alci a profusione e di avvistare una marea di balene.

Sino a Meat Cove, estrema punta dell’isola, i paesaggi e la flora ci lasciano senza parole, ma non sono nulla in confronto a quanto ci attende una volta iniziata la discesa verso Chéticamp.

A Pleasant Bay assistiamo infatti dall’imbarcazione di Captain Mark, lupo di mare profondo conoscitore della zona, al passaggio di un gruppo di balenottere e dei loro piccoli di un mese. Un’emozione fortissima che quasi non ci fa accorgere di quanto la barca sia in balia delle onde. Tornando verso la riva avvistiamo anche alcune foche, che ci guardano incuriosite, e persino un’imponente aquila reale.

Deliziati da questi incredibili incontri, rientriamo a Louisbourg a notte fonda, rischiando di falciare un’intera famiglia di procioni, che schiviamo solo grazie alla prontezza di Cristian e agli ottimi freni della Freccia nera.

L’indomani rientrando ad Halifax le meravigliose terre della Nova Scotia ci riservano l’ultima sorpresa: quasi per caso capitiamo a Sherbrook e veniamo catapultati nella vita di un villaggio di 125 anni fa, con tanto di dimostrazioni e figuranti in costume.

Soddisfatto ampiamente il nostro desiderio di vita all’aria aperta e a contatto con la natura, siamo pronti ad immergerci nell’elettrizzante atmosfera metropolitana di New York.

Ma questa è ancora un’altra storia…

A proposito dell'autore

Aritravelplan

Travel Planner per passione. Moglie e mamma adottiva di Calimero e Silente, viaggio da sola da quando ho 12 anni e voglio vedere tutto il mondo!

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4 Risposte

  1. Giovy Malfiori
    Giovy

    Ero super curiosissima di leggere la parte della Nova Scotia e adesso, cara Ari, la voglia di andare è sempre più grande!

    Rispondi

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