Riga è una di quelle città che viste una volta, viste per sempre. Nei cassettini della mia testa era archiviata sotto l’etichetta “cose belle che non rivedrò” insieme alle sottocategorie “provare a parlare russo”, “italiani turismo sessuale”, “vodka buona”.

Ma alla fine io gli archivi vado sempre a riaprirli, mi piace crogiolarmi nel ricordo delle cose fatte/viste/dette/scritte e in più la vita fa giri strani in un anno e una meta da viaggio estivo diventa casa per una settimana in settembre, quando ti ritrovi ad accompagnare il tuo lui in viaggio per lavoro.

Riapro i cassettini della memoria non appena scendiamo alla stazione dei bus, che ha lo stesso tono di grigio un po’ triste dell’anno scorso, col fiume sporco che scorre sotto e il via vai di persone che vanno verso la Russia o scendono nelle viscere del continente o anche solo nel vicino e sempre d’impatto mercato coperto.

La cosa bella è che scansiamo tutto e tutti. Soprattuto i tre italiani spaesati che dietro di me nel bus da Vilnius, due su tre fede al dito, hanno parlato solo di donne Lituane immaginando quelle Lettoni. Ci lasciamo tutto alle spalle e quasi corriamo per strada, forse perché piove, penso, ma poi mi rendo conto che è perché la strada la conosciamo.

Giochiamo a fare i cittadini di Riga e per farlo abbiamo le chiavi di una casa tutta nostra in centro, di fronte a quel bel negozio che mi piaceva tanto. Sarà la consuetudine, sarà che ci ambientiamo ovunque, sarà che la formula funziona o peché la casa è bella, ma ci troviamo bene da subito e giocare alla coppia giovane nella capitale ci viene naturale: andare, ad esempio, al supermercato a cinque minuti da casa per comprare della carta argentata ed incartare i panini da mangiare al parco è come andare dalla signora in fondo alla via di casa a Napoli.

Riusciamo sempre a non sentire l’urgenza o il bisogno di rincorrere il posto in cui siamo e Riga la facciamo scorrere ancora più lenta del solito: il lavoro opacizza l’aspetto turistico del viaggio.  Ci diamo appuntamenti come se stessimo a casa: per un caffè e un dolce a mezza mattina, per l’aperitivo dopo le sei, la spesa la sera per il giorno dopo.


L. ci dice che c’è una parola in Lettone per indicare questa decina di giorni di settembre in cui sembra primavera (subito dopo il freddo che segue l’estate e prima dell’inverno vero), è una parola che indica il particolare colore delle foglie, l’aria fisica e metaforica che si respira. Riga a settembre è una città visibilmente diversa: meno turisti rispetto al solito e che si muovono silenziosi, non in gruppi chiassosi. L’aria è pungente e soprattutto il centro ha perso quell’aspetto “svaccato” di agosto che si contrapponeva al rigore, un po’ triste e un po’ emaciato, delle strade di collegamento e della stazione dei treni e dei bus.

Anche il dedalo di sottopassi che unisce la città vecchia alla stazione centrale è meno lasciato a se stesso: le persone perennemente ubriache (e alcune che avevo visto l’anno prima le rivedo ora) pur essendolo ancora, sembrano più rassegante. E’ come se – questi sono i pensierini che produco quando faccio paragoni – avessero smesso i panni dei borderline per i turisti e avessero indossato quelli dei borderline e basta.

Riga è una città molto giovane. Fare un giro in Accademia, in quei dieci minuti prima del nostro appuntamento, mi permette di vedere un po’ di interazioni sociali che mi erano sfuggite in agosto, quando la vita vera si prende le ferie, così come nei bar e nei caffè. Riga è una città che è “finalmente entrata nel mondo” come sento dire da un ragazzo il giorno dell’opening del primo H&M di Lettonia con tappeto rosso, streetstyle, champagne e le ragazze senza invito che passano la notte col sacco a pelo e il thermos per potere entrare per prime il giorno dopo, mentre i manichini di Lana del Rey guardano nel vuoto e un po’ fanno impressione quando, anche io due giorni dopo, mi metto in fila.

Il sabato la colazione presa in pasticceria e mangiata sul divano, giri per musei ufficiali con i bambini e le signore attempate che riproducono i quadri alle pareti mentre ridiamo guardando Nam June Paik.


Poi il pranzo tardi e i giri per i centri culturali ufficiosi, nella fabbrica non riqualificata ma occupata appena fuori dal centro.

La domenica il pranzo è al mare di Majori, il mare che ad agosto non avevamo visto per colpa della pioggia, e che ora raggiungiamo con un treno lento lento dove nessuno parla inglese e dove almeno quattro persone nel nostro vagone controllano con attenzione maniacale il depliant dei premi del supermercato. Noi regaliamo due punti all’unica signora che ci indica a gesti sulla mappa la fermata giusta.

Majori è un paese immerso nel verde con una quantità quasi imbarazzante di locali dove mangiare e relative insegne e scritte in russo, una delle quali ricorda che il business è qui che si deve fare. Poi ci sono le dune e, superate quelle, il Mar Baltico – vecchia conoscenza – e il bagnasciuga che è così duro e compatto da poter essere una strada sulla quale camminare insieme a tante altre persone a piedi e in bici, e all’improvviso la parola lungomare assume un significato nuovo.

I giorni della settimana trascorrono rilassati, tra le occupazioni normali della vita ma con la differenza che sono ambientate a Riga. Mentre faccio lunghe passeggiate prima dell’aperitivo, senza meta e senza mappa, resto molto in silenzio e seguo il filo dei vecchi punti di riferimento tra i palazzi liberty di Elizabetes e Alberta Iela, qualche locale visto su siti di street style e osservo come sono vestite le ragazze all’ora di punta.

L’ultima sera vedo dal vivo il ragazzo che si esibisce al piano bar nella piazza dietro casa, suona e canta da solo, con indosso un giubbotto pesante e un cappello. Tutte le altre sere sentivamo solo la musica entrare in casa, nonostante le doppie finestre chiuse: nelle recensioni dell’appartamento c’era chi ne era un po’ disturbato, ma io mi sono sempre addormentata tranquilla.
La mattina della partenza, prestissimo, è ancora buio e non c’è un bar aperto ma solo i banchetti dei fiori già pronti e un sacco di gente che corre da qualche parte. E noi che facciamo di nuovo la strada di corsa perché la conosciamo, sappiamo dove sono i distributori nella stazione e come funzione la procedura di salita sul bus. Non c’è nessuna particolare luce del nord, ma solo un grigio tenue che avvolge tutto, comprese le persone che nonostante la luce accecante della sala d’attesa dormono con la testa poggiata sulla valigia. Nessun particolare pensiero profondo, solo sonno.

Eppure non riusciamo a dormire. Niente struggimenti da città lasciata alle spalle, solo la consapevolezza che sappiamo stare al mondo. Anche quando giochiamo a fare la coppia borghese di Riga.

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