Il mio primo viaggio in Africa è iniziato di fronte al mappamondo di casa dei miei genitori, alla ricerca di un paese affascinante ed al tempo stesso poco convenzionale. Forse il Botswana mi colpì per il suo nome, o per la vicinanza a Namibia e Sudafrica (a cui ho sempre pensato come la Svizzera africana e quindi mi dava sicurezza), tant’è che in quattro e quattr’otto mi sono trovata a spippolare su mille blog di viaggi per scegliere il mio itinerario.

Devo confessarlo subito: io sono una di quelle che è stata travolta dal Mal d’Africa, per cui di motivi per andare in Botswana e Zimbabwe potrei condividerne davvero tantissimi. Ma ne ho scelti cinque, e vi garantisco che ciascuno di essi, da solo, sarebbe sufficiente per farmi staccare di nuovo un biglietto aereo.

1.    Il delta dell’Okavango

Ovviamente dipende come lo si affronta. Noi siamo ci siamo arrivati trasportati lungo il fiume da una popolazione locale sulle loro imbarcazioni tipiche. In qualche ora abbiamo raggiunto il posto in cui abbiamo campeggiato per due notti. Di giorno, scortati dalle guide, abbiamo fatto due safari a piedi, durante i quali ci hanno illustrato le curiose strategie di fuga in caso di incontri ravvicinati con la fauna locale. Se si incrocia un leone: guardarlo fisso negli occhi. Se si incontra un bufalo: correre e arrampicarsi su un albero (che poi fai prima a provare a fare amicizia con il bufalo). Se si incrocia un ippopotamo: sincerarsi di non essere tra lui e una pozza d’acqua. Ma la gioia più grande per gli occhi sono stati tramonti e albe indescrivibili, di fronte a cui non esistono parole, e che fanno dimenticare le corse notturne verso i bagni di fortuna circondati dagli occhi fluo delle iene.

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2.    Safari sul fiume Zambesi

Cosa ci sarà di speciale in un river safari? In fin dei conti si naviga con una barca a motore su un grosso fiume. È come essere in uno zoo al contrario, dove gli osservatori non sono gli uomini bensì animali di ogni genere. Ho incontrato coccodrilli, elefanti, bufali, ippopotami, gazzelle e uccellini coloratissimi. Erano talmente vicini da concederci di fotografarli così bene da dubitare noi stessi di essere gli autori delle fotografie.

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3.    Le Cascate Vittoria

Io conoscevo solo quelle del Niagara, prima di andare in Africa. Dopo aver visto le cascate Vittoria mi sono resa conto che non avevo mai visto una cascata vera. Sono una meraviglia della natura. Immense, travolgenti, affascinanti fino a ipnotizzare. Abbiamo deciso di sorvolarle in elicottero – scelta poco in linea con il nostro budget – ma sono stati forse i soldi meglio spesi di tutto il viaggio.

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4.    Le pozze di abbeverazione

Il modo più facile per vedere gli animali resta l’appostamento intorno alle pozze. In Africa fa caldo, anche ad agosto – che poi coincide con il loro inverno – quindi prima o poi gli animali bevono. E non vanno a bere da soli, le pozze sono un po’ il loro equivalente del nostro Bar Sport, si va in compagnia. E dunque abbiamo potuto assistere al rito della giraffa che si deve abbassare per poter bere, ai giochi d’acqua di un cucciolo di elefante in mezzo al suo branco, agli sguardi torvi che i coccodrilli lanciano a osservatori e altri animali. La fortuna più grande è stata quella di assistere al rito dell’abbeverazione in notturna. Avevamo la palafitta a 60 metri da una grossa pozza illuminata da fari, e per due notti consecutive, più o meno verso l’ora di cena, tre elefanti maschi si avvicinavano a controllare  che tutto fosse tranquillo, prima di richiamare il branco a bere. Rito che dura quasi un paio d’ore considerando le dimensioni degli stomaci degli elefanti. In quel momento ho capito che non avrei voluto essere da nessuna altra parte.

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5.    Gli occhi degli animali.

Durante il viaggio mi sono resa conto di come, in Africa, gli uomini siano davvero a casa degli animali. Che uno sia in auto, a piedi o su una barca, quello che si vede non è solo l’animale di per se stesso, ma l’animale mentre vive a casa sua, con le scene di rabbia, di curiosità, di intimità, di sorpresa. Tu guardi loro. Loro guardano te. E se si è rispettosi dei loro spazi, loro sono generosi nel concedere ospitalità. E anche al centesimo elefante che vedi, ti scopri a correre ad imbracciare la macchina fotografica, perché vuoi essere sicuro che non dimenticherai mai quello che stai vivendo.

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Questo è il mio Mal d’Africa. Dopo diciotto giorni di viaggio, scoprire che sarei rimasta lì ancora e che avrei ricominciato il viaggio da capo. Ma alla fine ti ritrovi a casa, a cercare di scegliere le foto più belle – senza esserne capace – tra le 1600 che sei riuscito a scattare, con il rimpianto di sapere che non sarai mai in grado di descrivere quello che sai di avere visto e vissuto.

A proposito dell'autore

MOME

Chi sono io? MOME! Vivo a Milano per lavoro ma Torino è casa mia. Viaggiare è la mia passione, ereditata dai miei genitori. Sogno il giro del mondo e nel frattempo me lo assaporo un pezzetto per volta. Amo fotografare quello che vedo, che non è quasi mai quello che vedono gli altri, e questo mi piace molto.

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2 Risposte

  1. cris

    ” E anche al centesimo elefante che vedi, ti scopri a correre ad imbracciare la macchina fotografica, perché vuoi essere sicuro che non dimenticherai mai quello che stai vivendo” – e’ proprio così. Indescrivibile l’emozione che si prova di fronte alla natura. Al mio primo safari (Kruger) pensavo di annoiarmi dopo 3 giorni, invece… sarei rimasta un’altra intera settimana. A fine mese partirò per il Botswana: inutile dirvi che questo articolo mi ha gasata ancora di più, bellissimo!!!

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  2. Elisa

    Io mi sono commossa…giuro!!
    SOGNO letteralmente l’Africa da tanto e amo così tanto gli animali che non vedo lìora di trovarmi lì di fronte a loro.. so già che piangerò dall’emozione!
    Bellissimo questo post…trasmette tutta l’emozione che hai provato!

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