Ci sono posti in Italia che celano degli intrecci culturali di cui pochi sospettano l’esistenza. Luoghi in cui le storie di antichi condottieri si mescolano ad usanze e rituali che perdurano da secoli, nascosti come un’isola avvolta dalle nebbie, ammantati da aspre catene montuose e tortuosi sentieri. Civita è uno di questi posti, e io ho la fortuna di intrecciare le mie origini a questo borgo incastonato tra i monti del Parco Nazionale del Pollino.

Civita, che dal suo “nido d’aquila” – come suggerisce l’etimologia del nome in albanese, Cifti – si affaccia sulle magnifiche Gole del Raganello e raccoglie tra i suoi vicoli in pendenza non più di 900 residenti (di cui molti si sono già dispersi in cerca di fortuna tra Roma e Francoforte), è una comunità arbëreshë, vale a dire un’antica comunità di origine albanese nei cui usi e costumi, compresa la lingua e i riti ortodossi, si è preservata l’eredità trasmessa loro dal comandante guerriero Giorgio Castriota Skanderberg e dai suoi uomini, che nel XV secolo intervennero contro i saraceni in aiuto di Ferdinando D’Aragona e ottennero dal sovrano il permesso di colonizzare alcuni comuni spopolati del suo regno nell’Italia meridionale. Civita è anche il paese di mio padre.

Ovviamente, siccome io abitavo nel “freddo nord” e Civita si trova in Calabria, venivamo qui tutte le estati per andare al mare. In realtà fino a pochi anni fa i civitesi il mare lo scoprivano relativamente tardi, l’unico pesce mangiato in paese era il baccalà sotto sale e tutte le principali festività erano celebrate con la classica gita in montagna (e picnic a base di pasta al forno, carne di cinghiale e vino fatto in casa).

Ma mettiamo per un momento questa fissa dell’estate al sud da parte. Il periodo dell’anno in cui Civita meglio esprime la sua straordinarietà etnica e culturale è senza dubbio la Pasqua. In questa occasione il piccolo borgo italo-albanese celebra la sua unicità con i riti tipici della tradizione ortodossa, ma anche con il suo personalissimo folklore che riecheggia e si riflette nei canti e negli abiti della tradizione arbëreshë. Inoltre è in questi giorni di festa che si svolge la celebrazione più caratteristica della cultura italo-albanese: le Vallje.

Secondo la tradizione le Vallje furono istituite il Martedì di Pasqua (Pashkët in albanese) del 1467 per rievocare la vittoria riportata da Skanderberg contro gli invasori turchi. La vallja consiste in una danza popolare realizzata da giovani vestiti con il costume tradizionale arbëreshë, che formando una catena per mezzo di fazzoletti e guidati all’estremità da due figure particolari, chiamati flamurtarë (“portabandiera”), si snodano per le vie del paese eseguendo canti epici, rapsodie tradizionali e canti augurali. Il gruppo di cantanti-ballerini compie così fantasiose evoluzioni fino a “imprigionare” all’interno del cerchio qualche cortese forestiero che offrirà loro da bere per ottenere la libertà.

Siccome anche quest’anno la Pasqua è ormai alle porte, ho deciso di portarmi a Civita per documentare e raccontare questo gioioso evento, e con me ci sarà il prezioso Mario Fracasso, fotografo e cofondatore di Direzione Italia. Insieme realizzeremo un archivio Google Drive condiviso denominato Pashket2015, mentre l’hashtag #Pashket2015 contrassegnerà le condivisioni sui canali social.

Il progetto, denominato “Arberia in scena – La Pasqua degli italo-albanesi e il ballo tondo della libertà”, è realizzato con la collaborazione di Terre Ospitali, un’associazione non lucrativa che promuove esperienze di visita e conoscenza del territorio attraverso un approccio sostenibile, e gode del patrocinio della Pro-Loco di Civita.

Un progetto che abbiamo voluto realizzare per diverse ragioni. Perché ci divertiremo e mangeremo in maniera eccelsa, ovviamente. Ma anche perché la Calabria continua ad essere la “Cenerentola d’Italia” nonostante le sue ricchezze culturali e paesaggistiche. Le ragioni di tale situazione sono molteplici e complesse, ma una spicca per la sua drammaticità: ‘Ndrangheta, un cancro endemico della società calabrese che nasce dall’abbandono della stato, dalla rassegnazione di un popolo e dal silenzio degli astanti.

Un silenzio che noi vogliamo rompere raccontando ciò che di bello e di prezioso c’è in questa terra. Ciò che di giusto e onesto c’è da difendere. L’archivio è aperto a tutti. Speriamo che vorrete raccontarlo insieme a noi.

A proposito dell'autore

Flavio Alagia

Laureato in Giornalismo, il mio limbo professionale mi ha portato dagli uffici stampa alla carta stampata, per poi approdare al variopinto mondo della comunicazione digitale. Ho vissuto a Verona, Zurigo, Londra, Città del Capo, Mumbai e Casablanca. Odio volare, amo lo jodel e da grande voglio fare l'astronauta.

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1 risposta

  1. Francesco Grisolia

    Bravo Flavio. Si sente che hai Civita dentro il tuo cuore e siamo tutti molto contenti.
    Ti aspettiamo . Un abbraccio Ciccio Grisolia

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