Appoggio la testa sul cuscino sforzandomi di rimanere sveglia: se mi addormento questa giornata sarà finita, per cui devo fare il possibile per prolungarla, anche se solo di qualche minuto. Come in un film le immagini scorrono veloci nella mia mente, permettendomi di condensare in pochi secondi le ultime ore. Quando riaprirò gli occhi dovrò chiudere la valigia, lasciare l’albergo di Montmartre e salire sul taxi che mi riporterà all’aeroporto.

Montmartre, Parigi

L’idea di Parigi è nata per caso, quando su un libro ho letto il nome di Goyard, un negozio della capitale francese che vende borse. È stato subito amore a prima vista con la loro shopper, che a tutti i costi doveva essere mia. La risposta alla mia email è arrivata in fretta, gentile ma determinata: Madame, non vendiamo online. Trascorsi due giorni grigi in cui niente sembrava avere senso senza una Goyard, mi viene in mente quella storia di Maometto e della montagna. Cerco gli orari dei voli e prenoto un hotel decente, evitando di spendere uno stipendio. Poiché i crimini peggiori non si commettono da soli, convinco a venire con me la mia amica, quella che ucciderebbe per un paio di scarpe con la suola rossa.

Partiamo all’alba, in modo da avere a disposizione più tempo a Parigi. In aereo memorizzo le fermate della metropolitana dall’aeroporto all’hotel per evitare di perdere secondi preziosi a leggere la cartina. Arrivate in camera, lasciamo i bagagli e ci avvolgiamo una sciarpa intorno al collo per non sfigurare di fianco all’eleganza delle parigine. In Rue Saint Honoré siamo veloci e precise come due killer: in meno di mezz’ora vedo la borsa e la compro. Poco dopo la mia amica esce dal negozio di Louboutin tenendo saldamente in spalla la confezione con le sue nuove Pigalle di vernice.

Metropolitana - Parigi

A questo punto ci guardiamo in faccia, soddisfatte ma incerte sul da farsi. Abbiamo pianificato la missione di shopping nei minimi dettagli, ma non abbiamo programmi per il resto della giornata. Decidiamo allora di esplorare il quartiere latino partendo da Notre-Dame: non ci entro da anni per via delle code chilometriche, ma oggi c’è solo un gruppo di giapponesi. Addirittura pensiamo che sia chiusa, ma ci sbagliamo: riusciamo a entrare e a fare un giro senza essere spintonate da orde di turisti.

Lasciata l’Île de la Cité ci incamminiamo verso Rue de la Bûcherie, dove passiamo l’ora successiva tra gli scaffali di Shakespeare & Company. Per un po’ sembra di essere catapultate in un altro luogo e in un’altra epoca. Sfogliando i volumi della libreria sbircio attraverso la vetrina, oltre la minuscola piazza di fronte al negozio, verso Quai de Montebello con i venditori di acquerelli, domandandomi che effetto dovesse fare per uno studente degli anni Venti imbattersi in Hemingway. Immagino che non lo saprò mai, per cui mi accontento di comprare un libro e un blocco per gli appunti Clairefontaine.

Shakespeare and Company - Parigi

Fuori dalla libreria siamo sbalzate nella realtà: fa caldo, abbiamo sete e non mangiamo da ore. Ci inoltriamo nelle stradine di Saint-Germain-de-Prés fino ad arrivare al Café de Flore. Siamo consapevoli che un tramezzino e un bicchiere di vino ci costeranno quanto una notte in hotel, ma decidiamo di non badare a spese. D’altre parte dopo essere state in una delle più famose librerie indipendenti non possiamo rinunciare al pranzo nel caffè degli artisti. I due bicchieri di vino diventano quattro, e quando ci alziamo dalle sedie traballanti – o forse siamo noi a traballare? – decidiamo di tornare in hotel per riposarci.

Café de Flore - Parigi

La cena sarà l’ultimo ricordo della nostra gita, quindi prima di partire avevo dedicato ore alla scelta del ristorante. Il Seb’on si trova a pochi passi dall’albergo, ma quando arriviamo in Rue d’Orsel andiamo avanti e indietro un paio di volte prima di renderci conto che il locale è nascosto dietro una minuscola vetrina dalle spesse tende bianche. È piccolo e accogliente: ci sono 12 posti a sedere, oltre ai due sgabelli al bancone di fronte alla cucina a vista. Con il mio francese imbarazzante cerco di dire alla donna che ci accoglie che abbiamo una prenotazione: con grande classe mi salva dall’impaccio rispondendo in inglese e mostrandoci il tavolo accanto alla vetrina.

I piatti sono semplici, realizzati con materie prime di ottima qualità: mentre ci descrive il menù, Dorota ci spiega che tutto viene cucinato nel rispetto della tradizione e degli ingredienti. Come al solito vorrei assaggiare tutto, ma sono costretta a scegliere, così ordino il foie gras e il pot-au-feu di manzo alle verdure. Alla fine del pasto siamo innamorate del locale e stiamo pensando di farci assumere. Lo diciamo a Dorota che non ci prende sul serio: forse pensa che le due italiane stiano scherzando, o che abbiano bevuto troppo. Probabilmente ha ragione, almeno su una cosa. Mi faccio prendere un po’ dalla malinconia: vorrei non dover partire il giorno dopo, vorrei poter tornare per provare tutti gli altri piatti. Almeno avrò un motivo più che valido per tornare a Parigi. Con questo pensiero mi addormento, lasciando che le immagini della giornata trascorsa diventino sempre più sfocate.

Foto di copertina: Parigi, di RobinTphoto

A proposito dell'autore

Silvia Demick

Abito in un piccolo paese di provincia e lavoro in un ufficio in una stradina secondaria. Immagino però di vivere a Notting Hill, di lavorare a Williamsburg, di prendere un aperitivo a Montmartre e di cenare a North Beach. E magari di fare shopping sulla Fifth Avenue. Non so cucinare, ma adoro mangiare. Mi piace conoscere un posto nuovo attraverso il suo cibo e le sue tradizioni culinarie. Non riesco a fare a meno di raccontare quello che ho scoperto agli altri.

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2 Risposte

  1. Sabrina

    Che bel post! La conclusione mi è piaciuta tantissimo. Come te, anche io vivo sempre con un una leggera malinconia l’ultimo giorno di una vacanza. E l’unica cura che ho trovato è..partire per un nuovo viaggio 🙂

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