Non era una giornata qualunque, quella di ieri. Non è stato facile alzarsi il giorno dopo il terribile attentato di Parigi e far finta che il mondo fosse ancora lo stesso, proseguire con i nostri progetti, continuare il lavoro cominciato poche settimane prima a Collio, in provincia di Brescia, Alta Valle Trompia. Non era facile ma lo abbiamo fatto lo stesso.

Non bisogna permettere al terrore di cambiare le nostre abitudini, di influenzare le nostre scelte, le nostre azioni. Dicono così, ma qualcuno, mentre nella capitale francese la gente moriva per strada, ha pensato comunque di dare il suo contributo al dibattito imbrattando con scritte minacciose la sala conferenze di Collio, dove alle 15 di sabato 14 novembre avremmo inaugurato la mostra fotografica di due giorno “Our Dream”.

Non sono invece cambiate le nostre, di abitudini. Quando l’ha saputo Giuliano Radici, autore del progetto, si è quasi messo a ridere. “Un po’ me lo aspettavo, non cambia nulla.” Mentre eravamo in macchina per raggiungere il paese valtrompino si è persino lasciato scappare una battuta con il fratello che al telefono gli chiedeva indicazioni per raggiungerlo: “Ci trovi sicuramente, c’è il nostro nome sulle pareti.”

Our Dreams – mostra fotografica a Collio (BS), Val Trompia

Ma l’odio genera solo altro odio, e noi invece eravamo lì per celebrare il dialogo. Le scritte sono divenute parte dell’allestimento, le minacce un motivo di orgoglio in più. E quando sono arrivati i primi visitatori la festa ha preso il posto di ansie e paure. I carabinieri che diligentemente pattugliavano l’ingresso alla mostra non hanno avuto alcun bisogno di intervenire. I fotoritratti dei richiedenti asilo ospitati nella frazione San Colombano, esposti insieme ai loro sogni, hanno avvicinato la comunità locale a questi venti ragazzi tra i 18 e i 34 anni in cerca di pace e serenità. Ci sono stati abbracci, strette di mano, scambi di sguardi pieni di affetto e di gratitudine. C’era la speranza.

Sono saliti sul palco anche loro, i soggetti delle foto di Giuliano. Leggendo timidamente quanto scritto di comune accordo su un foglio di carta, uno dei ragazzi si è fatto portavoce del gruppo e ha ringraziato i volontari che ogni giorno si sforzano con impegno e generosità per offrire loro una vita normale, e quanti sono intervenuti all’inaugurazione della mostra allontanando così – almeno per un giorno – le ansie e le paure generate dall’infelice accoglienza riservata loro da alcuni gruppi di estrema destra il giorno del loro arrivo.

“Vi abbiamo incontrati quando ne avevamo più bisogno – c’era scritto in inglese su quel foglio di carta – siete la cosa migliore che ci sia mai capitata. Amiamo l’Italia, e amiamo voi tutti.”

Quando con Giuliano Radici siamo saliti in Val Trompia la prima volta, per raccogliere le testimonianze dei ragazzi e scattare le foto per il progetto, un po’ migranti lo eravamo anche noi. In questi borghi adagiati sui pendii alpini dell’Alto Bresciano i volti, sempre gli stessi, si girano all’unisono quando scorgono il diverso, lo sconosciuto. Ma l’istintiva perplessità dei volti lascia ben presto spazio a una naturale cortesia tipica delle comunità montane. E non è il fatto che i nostri volti non sono poi così diversi ad attivare l’innata gentilezza a cui questa comunità è sempre prona. Se mai, è proprio il fatto che noi un volto ce l’abbiamo.

Fino a venerdì quei venti ragazzi chiusi in un albergo in attesa di un visto per continuare il loro viaggio, loro no, un volto ancora non lo avevano. E come loro migliaia di richiedenti asilo sparsi per tutta la penisola – e migliaia di vittime innocenti uccise dal terrorismo in ogni parte del mondo senza che alcun social network venga a proporre di mettere una bandiera nella foto di profilo – continuano a non avere un volto, né sogni, né aspirazioni. Sono la massa scura, l’incognita da temere, il nuovo, il diverso. E contro una massa sconosciuta è facile degenerare fino all’insulto razzista, il lancio di sassi, le minacce scritte sui muri.

Ecco perché avevano bisogno di un volto. Ecco perché abbiamo bisogno di incontrare i loro sogni. Che poi sono anche i nostri. I sogni di ogni migrante. I sogni di tutti.

A proposito dell'autore

Flavio Alagia

Laureato in Giornalismo, il mio limbo professionale mi ha portato dagli uffici stampa alla carta stampata, per poi approdare al variopinto mondo della comunicazione digitale. Ho vissuto a Verona, Zurigo, Londra, Città del Capo, Mumbai e Casablanca. Odio volare, amo lo jodel e da grande voglio fare l'astronauta.

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