Quando hai a disposizione poche ore per visitare Napoli, per di più per la prima volta, sai di avere di già perso una sfida. La accogli come un’occasione per investire il tuo tempo libero e cerchi di raccogliere quello che sarà possibile. Per fortuna in viaggio il tempo è una dimensione che possiamo rendere unica e personale: i minuti li possiamo vestire con abiti umani, odori, colori e volti e diventano ricordi che perdono la dimensione fugace. 48 ore trascorse fra punti panoramici, quartieri eleganti, passeggiando fra vetrine alla moda, strade popolari e mercati, scorgendo monumenti, chiese e muovendomi nel traffico forse più noto d’Italia… che cosa hanno lasciato di non troppo scontato, né troppo sentito nella mia anima di curiosa viaggiatrice?

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Napoli ha avuto il merito di fare riaffiorare i ricordi di alcuni dei viaggi a cui sono più affezionata e anche di alcuni aspetti della mia infanzia. Non si dovrebbero paragonare tra loro né persone né luoghi, ma solo vivere le cose per quello che sono. Quando però una città è “densa” è inevitabile collocare le immagini e i profili colti di fronte allo specchio della memoria. Napoli mi ha riportato dentro i vicoli screpolati di vita di Porto, mi ha ricordato le contraddizioni e il traffico a due ruote del Rajastan, le strade popolari delle vacanze della mia infanzia, i mercati colorati di Istanbul e quelli meno turistici alle porte del Sahara in Marocco, i salotti buoni del nord Italia, i lungomare della Liguria, le piazze rinascimentali di Roma, i porti colorati della Grecia.

Napoli

Ho abbozzato il profilo di una città tutto sommato meno disordinata di quello che ci dicono. Una città accogliente per natura, complementare nei suoi frammenti. Un grande scampolo urbano che ti fa sostare con emozione nei suoi belvedere notturni, guardando le tante luci che guidano la tua immaginazione nel buio, mentre segui la voce e l’indice di chi la conosce e prova a raccontarla; mentre sforzi la vista e la fantasia. Una città che può offrire eleganza e calore, che mi ha fatto ricordare i vecchi film anni Cinquanta che vedevano mia nonna e mia madre in tv, e che raccontano di un’Italia che a molti di noi è rimasta nel cuore.

Napoli

Chi come me ha poco tempo, per sfiorarla con gli occhi e con la mano, deve armarsi di buone scarpe e camminare tanto fra le sue strade e le sue piazze. Non può investire troppe ore dentro musei e luoghi dove per entrare occorre un biglietto. Deve tenere gli occhi aperti quel tanto che basta per raccogliere immagini veloci e seguire i passi di chi te la svela, se si ha la fortuna di incontrarlo. Deve cogliere dai suoi gesti e dalle sue parole il vero colore delle case, dei muri, le reali forme dei palazzi, delle strade, provando a capire perché é bello anche ciò che lo sembra meno, provando ad andare oltre ciò che è forma non perfetta, stranezza ed apparenza. Poi si devono chiudere gli occhi per affidarsi alle parole che ti vengono dette, immaginare le scene del passato di chi ti accompagna, che sono storia nella sua città, capire le sensazioni che vengono a galla, i ricordi, le immagini parallele e differenti.

Napoli

Ho camminato per i mercati popolari, perché chi ha scelto cosa mostrarmi è stato così attento da capire che io amo vivere i mercati non per comprare ma per provare a capire. Qui ho trovato l’ordine e il disordine, i colori, la gente e il modo di porsi e salutarsi, i suoi prodotti venduti a unità e non al chilo, le merci di varia provenienza, la gente e il loro dialetto a me quasi incompressibile, fra le strette vie dei quartieri popolari.

Napoli

Ho passeggiato per le eleganti vie del Vomero, facendo quello che forse è più vicino al mio vivere quotidiano, osservando la borghesia partenopea, le vetrine, i prodotti alimentari venduti sotto forma di street food. Con il naso in su, tutto nella più normale normalità di un sabato mattina caldo ed invernale. Ho mangiato pizza, sfogliatella e la tipica trippa bianca a mezzogiorno, in una locanda senza stellette, su una tavola non apparecchiata in una piazza sotto un sole delicato di dicembre, mentre guardavo la gente che tornava a casa con le borse del mercato da cui spuntavano porri e sedani. Sono entrata dentro a botteghe che mi hanno ricordato la spesa con mia nonna e, sebbene nessuno conoscesse l’altro, il tono era quello che il droghiere usava tutti i giorni con lei, e senza pensarci ho salutato uscendo dicendo ciao e dando del tu.

Napoli

Ho camminato per Spaccanapoli, una strada lunga e vociante. Quando la scorgi guardando Napoli dall’alto noti la differenza dalla geometria di altre vie. È più profonda, è quasi un solco marcato fra gli alti palazzi a essa limitrofi. Un rettilineo lungo e denso che sembra dividere in due la città. Passeggiare per questa vena vuol dire sentirsi proprio dentro la pancia di Napoli, dopo che di notte l’hai osservata profonda e illuminata da un belvedere. Qui puoi guardare la gente, mangiare o bere un caffè in un bar, scorgere vetrine, attraversare piazze, buttare l’occhio in qualche vicolo magari dai molteplici nomi e spiare i panni stesi. Occorrerebbe un giorno intero solo per scoprire e gustare una parte dei suoi tesori.

Napoli

Sono entrata dentro chiese magnifiche, una dietro l’altra, romaniche e neoclassiche. Davanti ad una ho avuto il rimpianto del poco tempo a disposizione e di non poter entrare a scoprire il suo tesoro. È una chiesa suggestiva dove sacro e profano si sfiorano: Santa Maria delle Anime del Purgatorio ad Arco. Essa è composta da una chiesa superiore e un ipogeo. Quest’ultimo rappresenta una suggestiva discesa nel Purgatorio e i fedeli hanno creato un culto ai limiti del pagano e del superstizioso. Chi vi credeva adottava un teschio, ovvero prendeva un cranio da uno dei tanti morti qui, lo ripuliva, lo poneva in un altarino e pregava per lui così da agevolargli il passaggio dal Purgatorio alla Salvezza. L’anima più famosa di questo luogo è Lucia, sposa triste probabilmente suicida il cui teschio veste un velo nuziale, venerato ancora oggi dalle donne da marito. Se passando, come me, non vi fosse possibile scendere nell’ipogeo con una visita guidata, accarezza almeno uno dei teschi posti all’ingresso. Così vuole la tradizione.

San Gregorio, Napoli

Ho visitato San Gregorio Armeno perché una visita a questa strada non poteva mancare in queste ore: è Natale ed ero a Napoli. In fila fra tanta gente, dentro e fuori le botteghe dove lavorano le statuine, le scene del presepe si arricchiscono di personaggi e figure. Fra le cortecce trasformate diventate piccole e immobili stanze con personaggi di gesso dal cuore umano, l’affaccendarsi della gente che respira l’aria del Natale, che lo vuole rinnovare ed è in cerca di un oggetto per arricchire la propria anima sacra. Il presepe: un rito fra i riti, sempre uguale ma tanto personale, sempre toccante. Seppur turistica e conosciuta, non l’ho percepita come una vetrina.

Ho bevuto il caffè nell’elegante e raffinato Gambrinus, limitrofo a Piazza Plebiscito, e ho scoperto un gesto piccolo e senza secondi fini: il caffè sospeso. Non sai chi lo compie, non gli dirai mai grazie, ma sai che lo puoi ricevere se ti serve. Chi entra qui, può pagare un caffè in più e lasciare lo scontrino a disposizione. Chi non potrà pagarlo potrà usufruirne. A Napoli si può dunque donare senza un fine e ricevere senza un volto.

Ho percorso in macchina i quartieri spagnoli cercando di far cadere l’occhio dentro gli usci senza farmi scoprire, guardando le donne alla porta dai tratti marcati, i panni stesi, le icone votive, i cestini appesi, e i muri screpolati. Si respira sacro e profano, tradizione e sfida. Qui ti rendi conto che in questa cittá puoi appoggiare due piedi ed essere contemporaneamente su due mondi paralleli e opposti. E questa Napoli io l’ho trovata affascinante, perché solo chi è signora nel suo intimo, riesce a sedurre, pur con le rughe e vestita di umiltà.

Gambrinus, Napoli

Ora sto sistemando Napoli nella mia scatola dei ricordi: frammenti di una città dall’anima nera e dall’anima bianca come tutto il mondo, come tutti noi. Frammenti colti ad occhi chiusi ed occhi aperti, seguendo dei passi, una voce e presa per mano. Ho cercato di raccogliere tutto quello che ho potuto. Per ora basta ma, spero, solo per ora.

Foto di Gaetano Spinosa

A proposito dell'autore

Barbara Ciccola

Insegnante di professione, turista per passione, fotografa per diletto. Amo sognare e progettare i miei viaggi come un modo per conoscere e scoprire me stessa. Parecchi i viaggi fatti, molti di più quelli ancora da fare e da raccontare.

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