Bilbao ha una doppia anima, industriale da una parte e culturale dall’altra, ogni angolo svela il fascino di un passato di commerci marittimi e un presente artistico e gastronomico di respiro internazionale. Per la sottoscritta, golosa e appassionata di arte, è quasi un paradiso!

Il viaggio nell’architettura contemporanea inizia già all’aeroporto, progettato da Santiago Calatrava e inaugurato nel 2000. Come nelle altre opere di questa archistar valenciana, l’aeroporto è tutto acciaio, cemento armato e cristallo. Nascosto dalle colline circostanti, lascia trapelare il bianco ottico della struttura, quasi un uccello pronto a prendere il volo.

Ambiente e intervento umano, vecchio e nuovo si fondono perfettamente: dal 1997, quando fu inaugurato il Guggenheim, Bilbao si è completamente rinnovata e, accanto a quanto resta delle industrie dismesse, ha saputo affermare architetture uniche e inconfondibili in continuità ideale col passato e col contesto. Non essendo la zona centrale eccessivamente grande, è possibile visitarla nelle modalità che più amo: a zonzo e a piedi (ma la metropolitana è comunque efficiente e comoda). Solo così, approfittando di una giornata di sole, si apprezzano i particolari d’effetto che la città basca sa regalare.

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Arrivare alla maestosa opera di Frank Gehry lungo il fiume Nerviòn significa scoprire a poco a poco questa dicotomia armonica: il ponte Zubizuri, progettato da Calatrava, disegna nel cielo una parabola di acciaio e cristallo; a due passi il Puente de la Salve, rinnovato nel 2007 con l’Arco Rojo sembra inquadrare il cuore della città. La torre di lastre di pietra che, come un castello di carte, si estende verso il ponte. Nell’area che fino a vent’anni fa era un deposito industriale si apre un incredibile scenario: solo di fronte all’Opera House di Sidney ho avvertito il medesimo senso di ammirazione!

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Scaglie di titanio luccicante al sole, echi di squame di pesce in una città dalla storia portuale, costellano un’architettura la cui sintesi visiva è difficile. Simbolo di riqualificazione urbana possibile, il Guggenheim è circondato da chicche artistiche altrettanto significative: sulla passeggiata del fiume è evocativa la Fontana di fuoco e Nebbia di Yves Klein nel laghetto artificiale a fianco al museo, scintillanti sono le sfere de Il grande albero e occhio di Anish Kapoor, ma la mia scultura preferita è Maman di Louise Bourgeois, un gigantesco ragno, inquietante per il risvolto freudiano del titolo. A quest’artista meravigliosamente complessa è dedicata la temporanea attualmente visibile al Guggenheim.

Un viaggio a Bilbao vale la pena anche solo per questa mostra intensa e dolorosa, organizzata in cells (cellule, cioè parti intime dell’essere, e celle, le gabbie dell’essere… incredibilmente ambigua la lingua!), ossia scene che evocano le situazioni perturbanti dell’individuo.

Giungendo all’ingresso del Guggenheim, quello posto su calle Iparraguirre, si è conquistati dall’allegria kitch di Puppy, il cucciolo gigante coperto di fiori, opera di Jeff Koons. Scendendo dalla scalinata si accede finalmente al museo: l’atrio è maestoso come l’esterno e illuminato naturalmente dalle grandi vetrate che percorrono in verticale l’edificio. Al piano terra una delle gallerie espositive è occupata da Shadows di Andy Warhol, una monumentale successione di pannelli monocromatici (102) su cui sono state impresse due immagini in positivo e in negativo.

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Il risultato, lontano dalle icone pop dell’artista, è una successione dinamica di immagini che sono ciascuna un’opera d’arte unica. Sempre al piano terra mi affascina l’istallazione di Jenny Holzer, che consiste in frasi che esprimono stati d’animo in tutte le lingue e che scorrono su led verticali montati in una piccola sala a forma di grotta, le cui pareti lisce e ricurve riflettono il blu e il rosso delle luci artificiali. Anche i labirinti di Richard Serra hanno il loro fascino e sono perfettamente in armonia con la grande sala in cui sono accolti.

Del Guggenheim avevo letto che al di là della struttura avveniristica il contenuto mi avrebbe deluso: certo le opere esposte al terzo piano, pur essendo capolavori di artisti importanti, non hanno la forza dell’omonimo newyorkese, ma nell’insieme questo museo è unico per la sensazione estetica che evoca, per ciò che è e anche per ciò che contiene.

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Costa fatica uscire da qui e avviarsi verso il cuore di Bilbao. Allontanandosi dal Guggenheim la struttura prende sempre più forma nella sua complessa interezza; come spesso accade nella vita, talvolta per avere un’idea globale di qualcosa, è necessario prendere distanza dai particolari.

Come ho detto, amo molto camminare in città sconosciute; per questo decido di percorrere la Gran Via (nome completo: Gran Via Don Diego Lòpez de Haro), l’arteria commerciale più importante di Bilbao, lungo la quale mi perdo a osservare i numerosi edifici dai dettagli risalenti all’Art Nouveau (movimento d’inizio Novecento che in Spagna prese il nome di Modernismo) fino alla Plaza de Federico Moyúa, dove vedere i celebri fosteritos, le entrate alla metropolitana disegnate da Norman Foster e caratterizzate da acciaio, cemento armato e cristallo.

Proseguendo verso Plaza Circular e Puente del Arenal si entra in una Bilbao diversa, più antica, quella contraddistinta dal Teatro Arriaga (rifatta dopo un incendio del 1914 sullo stile dell’Opera de Paris) e dal Casco Vejo, con i suoi caratteristici vicoli stipati di persone e negozietti. Questo è il quartiere ideale per assaggiare un po’ di cucina basca e mettere ordine a tutti gli stimoli ricevuti, magari bevendo una birra in uno dei tanti baretti della raccolta Plaza Nueva.

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Dove mangiare

Assaggiando pintxos (si legge pincios e sono delle tapas basche) in diversi bar della città, ho capito che a Bilbao si mangia bene un po’ ovunque: per uno spuntino conviene farsi convincere dai ricchi banconi dove sono esposti golosi bocconcini a base di jamon, baccalà, verdure, formaggini di capra e tante altre squisitezze.

Nella scelta dei ristoranti sono stata guidata da un amico italiano che vive a Bilbao da 10 anni, quindi sono andata sul sicuro…

Io ho apprezzato molto il Bascook (Barroeta Aldamar, 8), un vecchio magazzino del sale dove mangiare raciones della cucina basca rivisitate in chiave moderna. Nella saletta sotterranea a fianco della cucina abbiamo mangiato, tra le altre cose, dell’ottimo baccalà pil pil (uno dei miei piatti preferiti!) con del pregevole Toro Almirez del 2013.

Imperdibile per la qualità degli ingredienti è il Nido Bilbao (Calle Colon de Larreategui 1), dove in un ambiente semplice e con pochi coperti (indispensabile prenotare!) la padrona di casa accompagna i clienti in un susseguirsi di sapori tradizionali, a partire dai pomodori e dai porri serviti come antipasto (gusto unico).

Bell’ambiente, sia per un aperitivo (si mangia tardi a Bilbao!) sia per la cena è il Txocook (Uribitarte 1) sul lungo fiume: sia l’antipasto a base di salmone marinato sia la coda di rospo erano ottimi, più anonimo il baccalà cucinato con una salsa scura, credo a base di peperoni. Da provare è il bianco locale, il txakolin (si legge “ciacolì”), leggero e fruttato.

Mi dispiace non essere riuscita a mangiare al Mercato de La Ribera (attenzione agli orari: il sabato chiude alle 14.30, mentre gli altri giorni alle 19). Peccato! Avevo letto grandi cose dei freschissimi pesci di mare da degustare all’interno di questo mercato coperto, il più grande di Spagna, realizzato nel 1929 in stile razionalista.

Foto di copertina: Vicente Villamón

A proposito dell'autore

Barbara Franco

Viaggiare, come leggere, mi permette di vivere numerose vite. Ad accompagnarmi sono gli stimoli che vengono dall’arte, il piacere che deriva dalla buona tavola, la meraviglia che provo per tutto ciò che non conosco e mi affascina. Troppo sensibile, molto suscettibile. Innamorata della natura e degli animali.

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