Da quando il navigatore ha iniziato a dirmi che sono quasi arrivata a destinazione, non riesco a togliermi dalla testa una canzone degli anni Novanta. La cantavano gli Statuto, gruppo torinese che all’apice del successo aveva addirittura partecipato a una festa di fine anno del mio liceo, e si intitolava “Qui non c’è il mare”. Parlava di sedie a sdraio e ombrelloni, di donne nude sui mosconi: saranno forse queste le uniche cose che avrà da offrire Cesenatico?

La canzone proseguiva con una denuncia di ciò che non funziona a Torino: la fabbrica più grossa d’occidente con un padrone screanzato e prepotente, un grande stadio dove non si vede niente, i trasporti che si muovono lenti e i cadaveri nei parchi. E quando arriva agosto e fa un gran caldo qui non c’è il mare, continuavano gli Statuto.

A Cesenatico il sole prepotente c’è, e pure il mare. E come nella canzone, non riesco a trovare un lato positivo. Ormai siamo sulla centralissima Via Carducci: è l’arteria principale della città, quella che costeggia il chilometrico lungomare romagnolo, quella dove si trova la maggior parte degli hotel dai nomi altisonanti e fuori moda. Un architetto laureato per corrispondenza deve aver progettato i palazzi in cima ai quali svettano insegne al neon per informare i turisti che si è arrivati al Grand Hotel, all’Esperia, al Palace, al Britannia, al Bristol.

Cesenatico

Sono sorpresa quando scopro che l’albergo in cui dovrò rimanere per due notti non è il Ritz o il Napoleon, bensì l’Hotel Stresa. Il nome è fuori luogo in confronto agli altri, e sembra quasi voler sfidare i colossi che lo circondano. A differenza degli altri alberghi, non svetta arrogantemente sulla strada per farsi notare, ma ha una piccola insegna sopra a un cancello pedonale. Si cammina lungo un viale fiancheggiato da cespugli di bosso, poi si salgono i tre scalini che conducono alla villa liberty. La piccola reception, come il resto della casa, è caratterizzata dallo stile rétro: ci sono vecchi armadi, sedie e tavolini. Le stanze, una diversa dall’altra, sono arredate con mobili di recupero. È una bella sorpresa, in questa città che sembra creata apposta per il turismo di massa.

Ma a quanto pare Cesenatico non ha finito di sorprendermi. Il giorno seguente, dopo un’abbondante colazione a base di prodotti locali, mi incammino in direzione opposta a quella della gente che va in spiaggia, tra la sabbia, gli ombrelloni e i pedalò. Mi dirigo verso il centro storico e gastronomico della città: la piazza del mercato. Attraverso le vie che lo circondano, ma vengo distratta dalle numerose botteghe alimentari, quelle che dalle mie parti non ci sono più da anni. Vendono un po’ di tutto: pane, olio, formaggi. I prodotti non sono esposti nelle vetrine, ma pubblicizzati attraverso cartelli ricavati da scatoloni di recupero, sui quali grosse scritte a pennarello elencano le offerte del giorno.

Arrivo a Piazza delle Conserve, dove ho l’impressione di essere tornata indietro di quasi trent’anni, ai tempi in cui accompagnavano mia nonna al mercato. Il centro della piazza è un’antica conserva: si tratta di un pozzo di mattoni profondo qualche metro che un tempo veniva utilizzato per conservare il pesce. Sono costruzioni risalenti al 1500, tipiche del litorale romagnolo: se un tempo ne esistevano oltre 20, ora non ne restano che tre.

Cesenatico

La conserva di Cesenatico è stata interamente ristrutturata, ed è proprio intorno a questa costruzione simile a grande pozzo che ogni giorno si svolge il mercato dei contadini: una decina di banchi sui quali vengono esposti i prodotti della campagna: pomodori, cipolle, albicocche, asparagi, pesche e mazzi di fiori. I venditori mi parlano come se fossi una cliente abituale, facendomi assaggiare un’albicocca e una fragola. È come quando ero bambina, quando far provare un frutto prima di venderlo era un obbligo e non una gentilezza.

Cesenatico

Ormai è mattino inoltrato e il sole è troppo caldo per i miei gusti: per riposarmi mi fermo a guardare la vetrina di una libreria, decisa a fare un ultimo acquisto prima di tornare in albergo. Ho visto un volume che si intitola Where Chefs Eat, una guida ristoranti consigliati da una centinaio di chef. Non posso resistere, il libro deve essere mio.

Cesenatico

Salgo gli scalini che portano all’interno di della libreria, e qui mi viene tesa una trappola alla quale è impossibile sfuggire: la proprietaria, che si aggira tra gli scaffali stracolmi di libri e le poltrone di pelle consumata offrendo fragole fresche e profumatissime, mi invita a partecipare alla presentazione di un libro. Sarà l’atmosfera alla Woody Allen, saranno le vecchie consolle utilizzate per esporre i volumi, o forse l’odore dell’inchiostro, ma sta di fatto che non riesco a dire di no e per oltre un’ora mi faccio rapire dalle parole e dalle immagini di Natascia Ancarani, autrice di “Doppia Esposizione”. È un libro fotografico sulle contraddizioni di Berlino, città che da sempre mi attrae come una calamita, ma che non ho ancora avuto l’occasione di conoscere.

Le fragole che ho mangiato in libreria non hanno di certo placato la mia fame. All’una passata trovare posto a uno dei tanti ristoranti del Porto Canale Leonardesco è una missione impossibile. Ma sono decisa a provarci ugualmente: questa città mi ha già riservato tre sorprese, chissà che non voglia farmi un altro regalo sotto forma di un tavolino lungo il canale progettato da Leonardo da Vinci nel 1502? Purtroppo però tutti i locali sono al completo e i tempi di attesa sono di circa due ore. Ma tra due ore sarò morta di fame se non proverò uno dei piatti che mi vedo passare sotto il naso.

Cesenatico

A salvarmi da una morte certa è l’Osteria del Gran Fritto, dove dopo cinque minuti mi viene consegnato un cono da passeggio con un misto di calamaretti, zucchine, patate, sarde e gamberi impanati e fritti. Viene preparato sul momento e servito caldissimo, al punto tale che ho tutto il tempo di prendere il mini traghetto che in meno di un minuto attraversa il canale. Lungo questo lato del Fosso Venarella non c’è quasi nessuno, quindi mi metto a sedere lungo l’approdo delle barche e mangio con le mani dal mio cartoccio.

Cesenatico

Si tratta di un piatto povero, risalente ai tempi in cui i pescatori cucinavano per le loro famiglie i pesci piccoli, quelli che al mercato ittico venivano scartati perché non abbastanza pregiati. Io li trovo ottimi, e l’unico difetto è che finiscono troppo in fretta. Potrei attraversare il canale e prendere un altro cartoccio. Ma forse è meglio rimanere ancora un po’ seduta con gli occhi chiusi, a sentire i profumi di questa città che tutto sommato mi piace, anche se qui c’è il mare.

Foto di copertina: Gianluca Giunchi

A proposito dell'autore

Silvia Demick

Abito in un piccolo paese di provincia e lavoro in un ufficio in una stradina secondaria. Immagino però di vivere a Notting Hill, di lavorare a Williamsburg, di prendere un aperitivo a Montmartre e di cenare a North Beach. E magari di fare shopping sulla Fifth Avenue. Non so cucinare, ma adoro mangiare. Mi piace conoscere un posto nuovo attraverso il suo cibo e le sue tradizioni culinarie. Non riesco a fare a meno di raccontare quello che ho scoperto agli altri.

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