Il piccolo paese sulla sabbia, la manciata di case e pescatori di Atins in Brasile, a quattro ore di barca dal mondo, lungo il fiume della pigrizia.

Cristina e Leandro nuotavano già al largo e ci chiamavano facendo gesti. Eravamo finalmente arrivati, l’ Oceano e non lontana la foce del fiume che dopo un lungo viaggio ci aveva condotti in quel posto. Dopo poco vedevamo già le loro teste piccole come un punto in lontananza, forse stavano nuotando fino a quell’ isolotto che si vedeva all’orizzonte, un po’ temerari, ma decidemmo di seguirli.

Era così calmo il mare, noi eravamo felici, e nuotare dava pace.

Poi le loro teste sparirono. Non sapevamo cosa pensare. La spiaggia verso cui credevamo nuotassero, non si avvicinava. Ci rendemmo conto che era effettivamente troppo lontana, una pazzia pensare di arrivarci a nuoto.

Decidemmo allora di tornare indietro. Ma girandomi mi accorsi che eravamo già molto lontani dalla spiaggia di partenza, inaspettatamente.

In pochissimo tempo e con qualche bracciata eravamo già molto al largo. Esattamente a metà strada tra una spiaggia e l’altra. La corrente, silente, era fortissima.

Dopo circa mezz’ora di fatica, nonostante nuotassimo al massimo delle nostre forze, eravamo sempre allo stesso punto, anzi forse più lontani da entrambe le spiagge. La corrente infatti ci spingeva fuori, verso l’Atlantico aperto.

Io e Martin ci guardammo e non ci fu bisogno di aggiungere altro. Nuotare era inutile, uno spreco di energie.“L’ importante è rimanere tranquilli, uniti, non bere, non stancarsi”, dissi.

Decidemmo di non farci prendere dal panico e dalla paura. Sapevo che erano loro ad uccidere, in fondo.

“Verranno a cercarci e a soccorrerci. O forse la corrente ci porterà ad un’ altra spiaggia” disse Martin, “certo, chissà quando, ma basta stare tranquilli. Se a Leandro e Cristina è successo lo stesso, verranno a cercarci quando non ci vedranno tornare”. Potevano passare dunque molte, molte ore. Ma il mare era abbastanza tranquillo e caldo, potevamo resistere a lungo.

Eravamo due aghi da cercare in un pagliaio, una situazione tragica, ma ci convincevamo a vicenda del fatto che qualcosa sarebbe successo, e nessuno dei due si abbandonava al panico e alla disperazione. All’ improvviso Martin riuscì a toccare con i piedi, l’acqua era più bassa, lo urlò, mi aggrappai a lui, e dopo qualche suo passo toccai anche io. Questo ci riempì di fiducia. “Qui potremo resistere ed aspettare i soccorsi”.

Ma la corrente ci tolse subito la speranza e ci riportò di nuovo dove non toccavamo. Le dita dei piedi si aggrappavano inutilmente alla sabbia, era come piantare un chiodo nell’acqua…Niente da afferrare e la corrente contro.

Ci alternavamo per galleggiare e riposarci. Era come sentire di non potere nulla. Come sentire di non avere alcuna forza. Nuotare nuotare ed essere sempre più lontani. Si può essere sopraffatti da questa sensazione e così, sì, morire.

E’ la paura di non controllare nulla, che uccide. E’ la paura che viene quando ci si sente piccoli e impotenti. Perché in realtà si può stare tranquilli e mantenersi a galla. In un certo senso feci oblio. Ignara e silenziosa esclusi alcune tremende eventualità.

La continuazione di questo racconto la potete leggere sul blog di Elisa

Foto flickr 

A proposito dell'autore

Elisa Finocchiaro

Ho viaggiato e lavorato in Messico, Colombia, Brasile, Argentina, Perù, Bolivia, Ghana, Rwanda e Angola per un totale di circa diciotto mesi. Mi sono laureata con una tesi di ricerca sul Rwanda in “Giornalismo, editoria e comunicazione multimediale” e precedentemente mi ero laureata in “Teorie e pratiche dell’antropologia”. Attualmente consulente in comunicazione, sono stata anche consulente presso la FAO, con l’incarico di produrre e diffondere contenuti. Sono stata addetto stampa, fotoreporter e giornalista free-lance.

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