Viaggiare vuol dire rispettare e capire le tradizioni del paese che ci ospita, e questo include anche il modo di vedere la morte, come raccontato in questo interessante diario di viaggio di Elisa a Patzcuaro in Messico

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Ero a Patzcuaro, dal purepecha “luogo delle ombre”, ovvero aldilà.

In tutto il Messico per la festa dei morti, le famiglie innalzano altari ai loro defunti, “ofrendas”, banchetti colorati e allegramente lugubri con teschi di zucchero, cibo, fiori, fotografie ed origami a forma di scheletro. In quella regione, Michoacan, ed in particolare a Patzcuaro, il culto dei morti è molto sentito.

La notte del primo novembre la si passa vegliando “los angelitos”, le anime innocenti, i bambini, ai quali si offrono i dolci e i giochi prediletti. La notte del due invece, intere famiglie riunite – vecchi, giovani e bambini – la trascorrono nei cimiteri, accanto alle tombe dei loro morti, che precedentemente hanno pulito e trasformato in cumuli colorati.


La festa dei morti é frutto di un sincretismo tra i fondamenti cristiani di onore ai defunti, e alcune caratteristiche del rituale funerario tipico delle culture messicane preispaniche. L’inculturazione cristiana non riuscì a cancellare il culto dei morti precolombiano, essendo questo un aspetto che le due culture avevano in comune, e così ogni anno ha ancora luogo un sentito tributo a coloro che non esistono più.

Al cimitero di Tzurumutaro, una donna stava spargendo su un piccolissimo cumulo di terra petali di Cempoalxochitl, un fiore giallo che dovrebbe indicare ai defunti la via verso l’offerta a loro dedicata. “E’ mio nipote. I suoi genitori, che vivono a Tijuana, mi hanno incaricato di addobbare la tomba e vegliare su di lui.”

Le chiesi di poter scattare una foto e mi rispose che non voleva essere portata lontano, stava bene lì.

Tra i tanti bambini, uno che avrà avuto cinque anni mi mostrò con meraviglia i dolci lasciati sulla tomba del suo cuginetto morto e la macchinina di latta che gli piaceva tanto. Tanto brulichio ed affanno sulle tombe, conviveva con un silenzio solenne.

Tutti mangiavano, chiacchieravano, bevevano, durante la notte accendevano dei fuochi per poter resistere fino all’alba. Il cimitero era illuminato di sole candele, ed era una festa quella notte, che emanava lentezza, tranquillità, rispetto.

Sulle tombe erano state deposte bottiglie di tequila e di Coca-Cola, sigarette, frutta.

Nella chiesa del paese avevano innalzato un arco di dieci metri fatto di legno, adornato con i cempoalxochitl, i pupazzi della morte e Cristo.
Gli uomini che lo avevano costruito durante la notte, al mattino si ritrovavano ubriachi, attorno ad un falò di fronte la Chiesa, tra le campane e un’ improbabile musica metal. I bambini circolavano con zucche di plastica, anche se al posto del dolcetto o scherzetto chiedevano una monetina.

La televisione arrivò nel pomeriggio, chiedendo alle vecchie signore di resistere e vegliare un po’ più a lungo, e magari spegnere momentaneamente le candele affinchè quando poi sarebbero tornati per le riprese, le telecamere non avrebbero trovato il buio. Le vecchie signore obbedivano al cameraman, sacerdote della divinità televisiva.

La mattina molti avevano le gambe piegate dall’alcool, e venivano trascinati per le spalle da un paio di volenterosi, per poi essere depositati nel retro di un pick-up.

Il dualismo inestricabile di vita e morte, restava intatto nei secoli, e così la morte non veniva occultata, ma celebrata come parte stessa della vita.

Dove si trova


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A proposito dell'autore

Elisa Finocchiaro

Ho viaggiato e lavorato in Messico, Colombia, Brasile, Argentina, Perù, Bolivia, Ghana, Rwanda e Angola per un totale di circa diciotto mesi. Mi sono laureata con una tesi di ricerca sul Rwanda in “Giornalismo, editoria e comunicazione multimediale” e precedentemente mi ero laureata in “Teorie e pratiche dell’antropologia”.
Attualmente consulente in comunicazione, sono stata anche consulente presso la FAO, con l’incarico di produrre e diffondere contenuti. Sono stata addetto stampa, fotoreporter e giornalista free-lance.

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