Partire e lavorare a Toronto per l’International Experience Canada

Milano, febbraio 2011. Periodaccio. Lavoro precario, amore per la città molto precario, prospettive? Beh, precarie.

Un giorno, nel quotidiano peregrinare su internet, trovo un link, che decido di aprire per curiosità. E scopro l’International Experience Canada.

Toronto, giugno 2012. Più di un anno dopo, mi trovo impensabilmente dall’altro lato dell’Oceano Atlantico, seduta in un caffè a scrivere questo post.

Il passo è stato più breve del previsto: iscriversi alle selezioni per International Experience Canada (quello che solitamente viene chiamato Working Holiday) richiede soltanto di raccogliere qualche documento, compilare un modulo e inviare il tutto all’Ambasciata canadese a Roma. Poi si aspetta.

La selezione segue un criterio che poi scoprirò essere squisitamente canadese e riassumibile nell’espressione “first come, first served”: chi primo arriva, trova posto. O meglio, in questo caso, riceve via email una Letter of Introduction valida un anno, da mostrare agli ufficiali dell’Immigrazione canadese appena sbarcati, per ottenere un permesso di lavoro valido sei mesi – purtroppo a noi cittadini italiani tocca il Working Holiday più corto, mentre tutti gli altri stranieri che ho incontrato qui possono usufruire di un permesso di lavoro di un anno.

Grazie a questo permesso è possibile lavorare legalmente per qualsiasi datore di lavoro canadese, escluse alcune professioni sottoposte a speciali regolamentazioni.

Nel programmare il viaggio, ognuno interpreta il concetto di Working Holiday come meglio si adatta alle proprie esigenze. C’è chi viaggia in continuazione, spostandosi da una città all’altra e facendo piccoli lavoretti per raggranellare i soldi necessari a mantenersi. C’è chi sceglie una meta e vi si stabilisce in modo continuativo, trovando un lavoro più stabile. C’è chi, poi, si impegna al massimo per trovare una posizione professionalmente appagante, con la speranza di imbattersi anche in un datore di lavoro disposto ad iniziare il tortuoso percorso di sponsorizzazione, passo obbligato per poter anche solo sperare di ottenere poi un ulteriore permesso di lavoro.

La maggior parte dei ragazzi che ho incontrato lavora in bar o ristoranti, ma non è impossibile trovare lavori d’ufficio più o meno qualificati, soprattutto per chi conosce già molto bene l’inglese o ha particolari competenze informatiche.

Devo purtroppo dire che rimane molto difficile ottenere poi un ulteriore permesso di lavoro al termine del Working Holiday. Il Canada è un grande Paese fondato sull’immigrazione, ma negli ultimi anni le maglie per l’ingresso di lavoratori stranieri si sono molto ristrette, soprattutto a causa della crisi e della disoccupazione che oggi minaccia anche i cittadini canadesi.

Lo spirito giusto per affrontare quest’esperienza, quindi, non è tanto pensare al dopo, ma piuttosto godersi ogni aspetto di questi sei mesi, così come vengono.

Non è soltanto per il lavoro che vale la pena partire: arrivare in Canada significa scoprire tante cose che ci piacciono e che vorremmo portarci via, alcune cose che davvero non ci aspettavamo, altre che lasceremo volentieri. In ogni caso, significa spendere sei mesi della propria vita in un contesto diverso da quello italiano, sebbene con molte similitudini e relativa facilità di adattamento. Si tratta pur sempre di un Paese occidentale, sicuro e anglofono, con tutto ciò che ne consegue.

Significa anche rendersi conto dei progressi del proprio inglese, giorno dopo giorno, ogni volta che non devi più chiedere “Pardon me?”.

Significa scoprire che vivere in un basement è del tutto normale – e vallo a spiegare a tua madre, che continua a pensare che stai nel seminterrato.

Significa anche abituarsi così tanto e così bene, mentre il clima migliora giorno dopo giorno fino all’arrivo dell’estate, che il solo pensiero di dover tornare fa venire il groppo in gola. Anche se, dopo sei mesi, la voglia di rivedere amici e famiglia in fondo c’è.

Non posso dirvi com’è, tornare, perché io non sono ancora tornata. Aspetto quel momento con un misto di paura e ansia, forse perché solo quando sarò atterrata in Italia mi renderò conto di cosa è cambiato, di quanto questa esperienza abbia davvero potuto modificare il mio modo di vedere le cose. Chissà come mi sembrerà, l’Italia, dopo sei mesi da canadese.

Quando succederà, ve lo racconterò.