Anna Casella Paltrinieri come appare sul sito dell'Accademia di Belle Arti di Brescia Santa GiuliaAnna Casella Paltrinieri è antropologa e docente all’Università Cattolica del Sacro Cuore a Brescia. È anche una viaggiatrice esperta, il cui lavoro l’ha portata a visitare ogni parte del mondo, collaborando con numerose organizzazioni italiane e internazionali e vivendo in prima persona le esperienze di comunità remote spesso alle prese con una difficile integrazione nel tessuto della società moderna. Le sue ricerche l’hanno portata in Sud America, Canada, Africa, Asia e Oceania. Durante tali visite si è occupata di questioni relative all’identità, al mutamento, alla relazione interculturale in contesti migratori, alle problematiche familiari e di genere, di diversità e di tradizioni locali.

Come a voler sottolineare l’ecletticità dei suoi interessi e l’ampio respiro della sua analisi, di recente ha pubblicato “Sapori & Saperi“, un viaggio nelle tradizioni gastronimiche dei popoli e delle culture sparse per tutto il mondo. Noi l’abbiamo incontrata per parlare di turismo e cooperativismo.

 

Negli ultimi vent’anni il turismo ha raggiunto quasi ogni angolo del pianeta, contribuendo insieme ad altre dinamiche a modificare il territorio, le attività commerciali, persino alcuni comportamenti. Si tratta ancora di una risorsa, soprattutto nelle aree in via di sviluppo, o è definitivamente divenuto una minaccia?

Intanto occorre dire che c’è paese e paese, oltre che turismo e turismo. Una cosa è andare alle Maldive o in Malesia in un villaggio turistico di proprietà di una compagnia internazionale, i cui ricavi non restano alla comunità locale. In questo caso non ci sono certo dei benefici per nessuno e il turismo può avere addirittura delle conseguenze dannose. Invece di recente, in Benin, ho visto dei progetti eco-sostenibili realizzati dalla popolazione locale che hanno tutto un altro tipo di impatto. Accade anche in altri paesi e sta avendo un certo sviluppo soprattutto in Africa. Di per sé, quindi, non direi che il turismo sia sempre un disastro, ma è di certo una delle attività umane più ambigue. Il turismo in fondo è pensato per creare un profitto, ma un turismo pensato bene può essere di grande aiuto. Molti paesi, come il Benin, senza turismo non avrebbero più alcuna risorsa.

Ma forse quei paesi vivrebbero meglio se non li avessimo coinvolti nel nostro modello occidentale…

Forse, però allora il turismo è un effetto di questa imposizione, non certo la causa del problema. L’ultimo paese al mondo ad aprirsi ai visitatori stranieri è stato il Butan. Anche loro si sono “arresi” al turismo, nessun paese si può chiamare fuori dalla storia e restare nel suo mondo rurale. Ci sono altre realtà con cui è inevitabile interagire, alcune ben più invadenti del turismo. La cooperazione, a volte, rischia di essere persino più pericolosa. La cosa auspicabile è che ogni paese si dia regole precise per regolare lo sviluppo del settore e l’ingresso degli stranieri. Il Butan, infatti, ne ha di molto rigide.

Viaggi e turismo. Come pensa che influenzino l’integrazione culturale questi due fenomeni?

Non credo che il turismo sia un fenomeno molto significativo da questo punto di vista, almeno non quanto altre dinamiche come ad esempio l’immigrazione. Inoltre, esistono forme di turismo diverse da quello occidentale. Il turismo intra-africano, ad esempio, o quello religioso legato ai paesi musulmani, sono molto più influenti da un punto di vista culturale. Il turista occidentale si muove su un solo percorso, il settore di popolazione con cui entra in contatto è sempre lo stesso. E poi ritorniamo al concetto iniziale: il turismo è un fenomeno ambiguo, mediato dal denaro.

Ritiene possibile che il turismo minacci le diversità culturali, omologando popoli e comunità?

Anche questo non mi sembra molto realistico. Forse il turismo contribuisce a sminuire alcune diversità. La comunicazione, le tecnologie e l’abbigliamento forse oggi presentano differenze meno marcate, ma al tempo stesso se ne creano altre. Le differenze si producono. Il mondo giovanile è forse omologato? Non è detto. In ogni città esistono diverse culture giovanili. Il turismo non è sempre un fenomeno così dirompente. Alcune città sembrano essere diventate Disneyland, ma non è che i balinesi abbiano smesso di essere buddisti.

Ha accennato al cooperativismo internazionale, di cui lei ha una grande esperienza. Si tratta di un’altra realtà molto estesa e complessa, su cui spesso vengono espresse opinioni contrastanti.

La prima difficoltà riguardo al cooperativismo nasce dal fatto che in Italia, come in molti altri paesi, ad un certo momento si è deciso di distinguere nettamente tra progetti di cooperazione e interventi di emergenza. Le emergenze richiedono rapidità, mezzi, risorse… tutto questo va bene, ma si rischia di dimenticare cosa abbia realmente prodotto quell’emergenza, quali processi si sono innescati fino a culminare in un disastro. Gli interventi di emergenza ricevono maggiori finanziamenti, e quindi le cooperative tendono a orientarsi su quello. Ma la vera cooperazione è un’altra cosa, è fare in modo che le emergenze non capitino. Il secondo problema è che la cooperazione in molti paesi è ormai diventata un’istituzione. Interi paesi vivono completamente di cooperazione, si crea un sistema che influenza ogni aspetto della comunità e che solleva i governi locali dall’onere di provvedere a determinate situazioni. Inoltre, spesso le cooperative sfoggiano mezzi e risorse enormemente sproporzionati rispetto a quelli a disposizione della popolazione, e questo ostacola anche la comprensione e il dialogo.

Non c’è dubbio che in alcuni casi le cooperative acquisiscano un grande potere, spesso in grado di condizionare alcuni aspetti dello sviluppo della comunità locale. Altre volte, invece, sono le cooperative a dover fare i conti con ingerenze dall’esterno.

In Italia come in altri paesi abbiamo assistito ad una considerevole riduzione dell’interesse e dei fondi per la cooperazione. Molti bandi ora vengono assegnati dall’Unione Europea, che è divenuta una sorta di grande finanziatore in grado di decidere cosa fare e dove. Nel paese a cui il progetto è destinato, invece, la cooperazione crea una rete economica che inevitabilmente attrae scambi commerciali, lavoratori, investitori… Tutto questo non può non esercitare una grossa influenza. Poi va ricordato che ogni nuovo progetto apre la strada a tanti altri, che spesso non sono puntano dove ce ne è più bisogno, ma dove semplicemente è più facile arrivare perché la strada è stata battuta da chi ha cominciato prima. Alte volte ancora, dietro le cooperazioni ci sono degli enti i cui scopi sono apertamente politici. Ma che le cooperative diventino il braccio gentile dei governi non è un fatto sconvolgente, è inevitabile, è il gioco della politica. Quello che mi preoccupa davvero è che alcune organizzazioni possano non avere coscienza dell’effetto che ha il loro lavoro. Tutti i discorsi che partono dal rispetto della cultura locale limitano spesso la comprensione del fenomeno. La cultura di chi?, tanto per cominciare. Delle donne? O degli uomini? O ancora, il dialogo con le autorità. Quali autorità? Quelle politiche? Quelle tradizionali? E sono delle autorità legittime? La retorica del cooperante non prevede questi dubbi, invece i contrasti all’interno della comunità sono inevitabili ed è inevitabile che condizionino la cultura locale. Ogni intervento è un intervento politico ed è importante rendersene conto. Molto spesso è sufficiente aprire un dialogo sulla condizione femminile per avere contro un intero settore della popolazione.

Come è cambiato il mondo del cooperativismo internazionale negli ultimi decenni?

Negli anni settanta e ottanta erano diffuse delle cooperative enormi, dei piccoli ministeri che impiegavano un vasto numero di persone. Oggi quel modello non è più sostenibile e sono rimaste solo le grandi organizzazioni storiche. La nuova realtà è costituita da piccole organizzazioni spesso nate intorno a un interesse personale, un’attività o un luogo preciso. Viaggiare è divenuto più facile e molte persone che desiderano realizzare dei progetti preferiscono creare il loro piccolo ente piuttosto che affidarsi a qualcuno di quelli già esistenti. Entrambi i modelli hanno caratteristiche positive e negative. Le organizzazioni storiche hanno le risorse, l’esperienza, una linea operativa chiara e ben definita, ma il peso della struttura è decisamente molto elevato e richiede molto denaro. A volte ci si domanda quanto dei fondi investiti vada realmente nel progetto e quanto invece nel mantenimento della struttura. Le cooperative di nuova generazione sono più agili e creative, più vicine alla gente, ma sono spesso legate a una sola persona. Hanno un carattere ambiguo, spesso privo di una vera e propria analisi o di un progetto chiaro. Scarseggiano in esperienza, non hanno prospettive sicure di lungo respiro e la loro efficacia non è garantita.

 

A proposito dell'autore

Flavio Alagia

Laureato in Giornalismo, il mio limbo professionale mi ha portato dagli uffici stampa alla carta stampata, per poi approdare al variopinto mondo della comunicazione digitale. Ho vissuto a Verona, Zurigo, Londra, Città del Capo, Mumbai e Casablanca. Odio volare, amo lo jodel e da grande voglio fare l'astronauta.

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