Gli aquiloni sono fatti per volare. Io... no.

Dal Capo al Cairo restando con i piedi per terra #1

Io amo viaggiare. Mi sembra ovvio. Ma nonostante alcune caratteristiche innate mi abbiano spesso facilitato nelle mie imprese, altre semplicemente non fanno parte di quel che si dice un curriculum da perfetto viaggiatore.

Mangio di tutto, e questo è decisamente un bene. Non faccio fatica a dormire nemmeno sui sassi e tollero in misura ragionevole sia il freddo che il caldo. Inoltre sono un uomo e in quanto tale i miei standard riguardo l’igiene intima possono anche calare drasticamente senza che la cosa mi sconvolga più di tanto.

Però odio volare. Cioè non è che mi fa solo paura. Anche. É che proprio mi sembra un errore che il genere umano nel corso del suo sviluppo avrebbe potuto evitare, magari investendo maggiori energie nel teletrasporto.

Eppure volare è una di quelle fobie che si annebbiano tra le mie memorie se non le subisco per un po’. Mi dimentico quanto io in realtà odi il rumore del carrello che si ritrae, o le perturbazioni ad alta quota. Per non parlare di quei ridicoli filmati in cui la mamma, anziché scoppiare in una crisi isterica come farei io, posiziona pazientemente la maschera dell’ossigeno sul muso del suo pargoletto e attende con serenità tipica dell’assuefazione al prozac il sopraggiungere di una morte violenta e spaventosa.

Per questo motivo, quando mi assegnarono un incarico in una rivista a Città del Capo, non ci pensai su troppo a lungo prima di prenotare non uno, ma ben tre aerei di seguito. Me ne sarei pentito quando era ormai troppo tardi, cioè in volo verso Tripoli.

È buffo. Era il febbraio del 2012 e nel prenotare gli scali ho dovuto evitare accuratamente il Cairo, che in quel periodo era scosso dalla Primavera Araba. Al mio ritorno, al contrario, avrei evitato proprio la Libia, in piena guerra civile, per ripiegare sull’Egitto, ancora inquieto ma poco pericoloso dopo la deposizione del vecchio Hosni Mubarak.

Manifesto di Gheddafi sulla strada per l'aeroporto di Tripoli

Da Tripoli a Johannesburg l’ennesima beffa: un altro giubbotto di salvataggio invece del paracadute. Non c’è neanche il mare, tra la Libia e il Sud Africa, dove pensavano di ammarare quando entrambi i motori sarebbero andati in avaria, sul Nilo?!

Da Jo’burg – come dicono in Sud Africa – a Cape Town, lo sbaglio è stato mio e non accuso nessuno. Avrei dovuto prendere un treno. Anche perché prima ho perso l’aereo a causa di un ritardo del mio bagaglio, e poi, una volta a destinazione, non ho trovato ad attendermi il mio zaino. Comunque mi sarebbe stato recapitato a casa qualche ora più tardi. E poi tengo sempre nello zainetto piccolo l’essenziale per questi casi: le chiavi di casa mia a Verona e una confezione di preservativi, probabilmente sempre la stessa da sette anni.

Insomma ero sicuro. Al ritorno non avrei volato. Qualunque cosa, ma l’aereo no. Poi ho spacciato il tutto come un’avventura nel continente più impervio, l’occasione di una vita per una grande esperienza, un reportage per i miei (pochi) lettori, una scuola dove farmi le ossa.

In realtà avevo solo paura di volare.

Gli aquiloni sono fatti per volare. Io... no. (foto di Lester Public Library)

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