Ugo Panella è un esperto fotogiornalista di lungo corso. Ha iniziato negli anni settanta, documentando i conflitti dell’America centrale e in particolare le guerre civili di Nicaragua e Salvador. La sua è una fotografia di denuncia e impegno civile, che nel corso degli anni lo ha portato sui teatri più drammatici e cruenti del panorama mondiale: gli slums di Nairobi, lo Sri Lanka, la Somalia e la Sierra Leone, solo per citarne alcuni. Ha collaborato con l’UNHCR, Repubblica e l’IMC (International Medical Corps). Oltre a restituire al pubblico i momenti di tragica quotidianità con grande dettaglio e intensità, Ugo Panella rivela anche nella sua opera il massimo rispetto per chi si trova suo malgrado dall’altra parte dell’obiettivo, muovendosi sempre in punta di piedi tra i meno fortunati e coniugando competenza con sensibilità. Di recente ha pubblicato “Afghanistan a volto scoperto – La rivoluzione silienziosa delle donne” in collaborazione con la Fondazione Pangea.

Qual è lo scopo del fotogiornalismo? Si tratta di uno strumento del giornalismo in senso stretto o coinvolge una componente artistica che esula dal fatto di cronaca?

Lo scopo del fotogiornalismo, ieri come oggi, è quello di testimoniare la realtà del mondo. Esistono donne e uomini che faticano a vivere e non solo per difficoltà ambientali difficili, ma perchè la violenza del potere impone loro regole che negano il diritto alla dignità. Solo testimoniando i tanti sotterranei dell’umanità, si portano alla luce quelle realtà, altrimenti nasoste e incontrollate. Da questa considerazione si comprende che l’aspetto estetizzante è del tutto secondario. Solo se aiuta l’immagine ad arrivare più forte agli occhi ed alla sensibilità del lettore, l’estetica ha una sua funzione, altrimenti è un elemento fine a se stesso.

Come è cambiato negli anni il ruolo del fotogiornalista? Il rapporto con la stampa, le richieste delle redazioni, mostrano un continuità in evoluzione col tempo oppure ogni reportage è un caso unico e isolato?

Il cambiamento dei giornali nei confronti del fotogiornalismo, in questi ultimi lustri, è stato epocale. Basta vedere le riviste che circolano nelle edicole per rendersene conto. Oggi tutto è “gossip”. I personaggi promossi dalla televisione in trasmissioni demenziali vengono riproposti nelle pagine della carta stampata. Una sorta di circo Barnum che ingravida e riempie una società sempre più lontana dai temi che riguardano la realtà del mondo. Inoltre, i direttori non hanno capacità e risorse economiche per investire nel giornalismo, quello più alto, che richiede denaro. Oggi, sempre di più, i giornali sono contenitori di pubblicità abbelliti da rubriche che dovrebbero spiegarci cosa fare, cosa pensare, cosa comprare. E del resto, un individuo senza più gli strumenti intellettuali per esercitare la capacità di critica è una persona che non disturba, quindi un consumatore ideale.

Qual è il rapporto tra il fotogiornalista e il suo soggetto?

Come dovrebbe porsi il fotogiornalista – degno di questo nome – di fronte alle situazioni ed alle persone che si affidano al suo obiettivo? Semplicemente con rispetto e non oltrepassando mai il confine della dignità di chi sta fotografando. Chiaramente, dipende dalla sensibilità del fotografo, dalla sua formazione, dalla sua cultura. Entrare in comunicazione con il soggetto, avendo empatia con le situazioni nelle quali si entra in contatto è fondamentale per un racconto che abbia senso e che tenga conto del necessario rispetto. In caso contrario, si è simili ai turisti che fotografano gli animali in gabbia negli zoo.

C’è un reportage che ritieni sia stato il tuo più grande successo?

Sicuramente quello sulle ragazze sfigurate dall’acido solforico in Bangladesh. L’ho realizzato nel 1999 per “D” di Repubblica in collaborazione con Renata Pisu, allora inviata esteri del quotidiano. E’ stato ripreso da molte riviste internazionali, tra le quali TIME, ed ha cambiato la vita a tante ragazze di quel Paese, offese dall’ignoranza e dalla ferocia di uomini deboli e incolti. Sono tornato l’anno successivo per realizzare un libro fotografico – “I volti negati” – in collaborazione con COOPI.

Qual è la più grande frustrazione che un fotogiornalista è costretto a subire nel corso di una missione impegnativa? Quale la gioia più grande?

La gioia più grande è capire che un tuo reportage ha sensibilizzato l’opinione pubblica e che ha acceso una luce sulla realtà dimenticata che hai appena fotografato. Quando le persone che hanno visto e letto si attivano per migliorare quella situazione e  non si fermano solo alla solidarietà di facciata. La frustazione più grande è vedere come il lavoro impegnato di tanti fotogiornalisti finisca nel dimenticatoio e non sia raccolto dai giornali, mentre accettano, pagandoli oro, gli scatti dei paparazzi che dietro una vetrina rubano l’immagine della velina di turno, delle notti brave di qualche calciatore o di uno dei tanti “vip” modaioli.

Quale peso assumono le scelte del fotografo nella descrizione di un evento o di un luogo? Ammettendo che l’intento è sempre quello di fornire una visione onesta e il più possibile oggettiva, possono le emozioni o le opinioni personali del fotografo influire – magari inconsciamente – in maniera decisiva sul risultato?

La scelta delle immagini e le descrizioni delle stesse, dovrebbe appartenere al fotogiornalista.  Lui ha testimoniato, vissuto, incontrato le persone fotografate. Questo faceva LIFE. Oggi, anche nel caso lontano che un giornale compri il tuo reportage, lo stesso viene assemblato senza nessun rispetto per l’originale. Concorrono fattori redazionali, clienti la cui pagina pubblicitaria non può essere vicina a scene di sofferenza. Concorre soprattutto il fatto che sempre meno giornalisti e photoeditor hanno la sensibilità e la capacità di capire quello che vedono. Oggi arrivano ai giornali anche foto scattate con l’iphone… e sempre meno si ha la capacità di comprendere la differenza tra il lavoro di un professionista e quello dilettantistico. Abbiamo costruito una società dove è più importante saper comunicare che saper fare. E chi sa comunicare può benissimo millantare crediti e professionalità inesistenti, sapendo bene che dall’altra parte troverà sicuramente albergo e riconoscimenti.

 

A proposito dell'autore

Flavio Alagia

Laureato in Giornalismo, il mio limbo professionale mi ha portato dagli uffici stampa alla carta stampata, per poi approdare al variopinto mondo della comunicazione digitale. Ho vissuto a Verona, Zurigo, Londra, Città del Capo, Mumbai e Casablanca. Odio volare, amo lo jodel e da grande voglio fare l'astronauta.

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