Esistono paesi che vivono la loro storia con tragica intensità, la percorrono come un racconto ben scritto dove ad ogni tappa fondamentale si condensano emozioni intense, lacrime amare e affetti profondi. Abbadia San Salvatore, in provincia di Siena, è uno di questi paesi. Negli occhi dei suoi uomini si ritrovano la tenacia e la passione di chi ha vissuto un destino spesso imposto dagli eventi, ma invece di rimpianto e lamentazione hanno saputo riconoscervi senso del dovere e di appartenenza.

Il paese riposa all’ombra del Monte Amiata, una terra selvaggia e generosa. La “montagna madre” provvede alla sua famiglia con acqua, carbone, legname e castagne. Ma il destino della regione cambia radicalmente quando nell’ottocento viene scoperto un enorme giacimento di cinabro, la materia prima da cui ricavare il mercurio. L'”argento vivo” è di fondamentale importanza per la produzione di strumenti di precisione e per l’industria bellica, e così cominciano ad aprire le miniere. Prima quelle del Siele nel 1866, poi le miniere di Solfarate nel 1873, Cornacchino nel 1879 e Abbadia San Salvatore a inizio secolo.

Il mercurio amiatino arriva a costituire il 50 percento della produzione mondiale, e solo nella miniera di Abbadia verranno a impiegati fino a 2000 uomini. All’inizio i minatori sono costretti a lavorare senza alcuna protezione e senza assistenza sanitaria. La paga non è fissa, ma dipende dalla quantità di minerali estratti, perciò si lavora in qualunque condizione, anche le più pericolose. Le frane, gli esplosivi difettosi, i pesanti carrelli con cui trasportare minerali e persone. In miniera ogni angolo nasconde una minaccia, ogni momento è fatica e sacrificio.

Il novecento apre le porte alle contestazioni sociali, alla sinistra operaia, alle proteste per il miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro. In tanti vengono incarcerati o mandati al confino con l’accusa di comunismo. Viene fondata la Società di Mutuo Soccorso per riportare la pace sociale in periodi di lotte operaie e per controbilanciare la riduzione dei salari nei periodi di crisi economica. A partire dal 1910 si costruiscono opere di interesse collettivo come fognature, teatri e scuole. Arrivano le colonie estive per i figli dei minatori, le attività sportive e culturali, la banda e la compagnia teatrale.

La “grande mamma” ora è la miniera, e il paese che allatta cresce fino a comprendere oltre 8500 abitanti negli anni sessanta. Ma le strutture create vanno ben aldilà delle modeste dimensioni della comunità badenga. Le piscine, i teatri, i musei, sono “struttre tipiche di una cittadina ben più importante, che ora facciamo fatica a mantere” ammette il vicesindaco e assessore alla cultura Patrizia Mantengoli. Infatti la storia raggiunge un altro punto di svolta nel 1976, quando chiude per sempre l’ultima miniera amiatina. L’industria chimica ha creato materiali sintetici molto più economici del mercurio, e ora il cinabro è diventato obsoleto.

Il paese regredisce, la popolazione è in calo, c’è bisogno di nuove risorse e nuove attività economiche. Eppure non bisogna dimenticare gli uomini e le donne che con il loro sacrificio hanno permesso anni di prosperità e sviluppo. Con tale scopo viene fondato il Parco Museo Minerario, dove sono racchiusi la storia, i cimeli e le testimonianze di questo straordinario percorso.

La Galleria Livello VII, una sezione restaurata della miniera, è un percorso guidato che illustra da vicino la vita in miniera e le fasi del’estrazione. A guidare i visitatori sono alcuni ex minatori, come Paolo Contorni, classe 1932, minatore, figlio e nipote di minatori. I modi gentili e pacati, la voce che talvolta tradisce un’emozione sincera, il signor Paolo racconta con parole che lui stesso definisce “semplici e modeste” cosa voglia dire essere un minatore. Quel senso di appartenenza a una comunità che senza lamentarsi, senza accusare le ingiustizie del destino, giorno dopo giorno entrava nel sottosuolo fino a veder scomparire ogni traccia di luce dietro di sé. Il rapporto indissolubile tra il minatore esperto e il suo giovane aiutante, pronti entrambi a sacrificare la vita per il compagno, consapevoli della sua fondamentale presenza senza mai riuscire a vederlo. La paura e l’angoscia ad ogni allarme. Il buio.

Ecco cosa significa per il signor Paolo essere badengo, appartenere a una comunità di minatori. Una comunità legata alla sua montagna, ai castagni che vi crescono in superficie e ai minerali celati nel sottosuolo.

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A proposito dell'autore

Flavio Alagia

Laureato in Giornalismo, il mio limbo professionale mi ha portato dagli uffici stampa alla carta stampata, per poi approdare al variopinto mondo della comunicazione digitale. Ho vissuto a Verona, Zurigo, Londra, Città del Capo, Mumbai e Casablanca. Odio volare, amo lo jodel e da grande voglio fare l’astronauta.

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