Fuga dal deserto del Botswana.

La mia settimana a Kaudwane, ai margini del Kalahari, è stata una delle esperienze più intense del mio viaggio attraverso l’Africa. Non soltanto perché ogni notte in tenda ho rischiato l’assideramento pur essendomi vestito di tutto ciò di cui disponevo – ho anche usato il mio MacBook come una stufetta finché non ho finito le batterie – ma anche perché ho conosciuto una comunità di esiliati al cui triste destino nessuno ha ancora reso piena giustizia.

Anziane intente a cucinare

A farmi da guida in questa insolita visita c’era Mpunian, un simpatico ragazzone il cui nome, che significa “Picccolo Dono”, rendeva ancora più buffo il fatto che mi sovrastasse con indifferenza di quasi due spanne. Mpunian mi ha presentato a quasi tutto il villaggio, esagerando le mia influenza come giornalista per raccogliere simpatie e forse anche un po’ di importanza per sé stesso, e mi ha scortato per i sentieri spietati della riserva. Non solo le erbe spinose di cui sono ricoperti hanno divorato senza tanti complimenti le mie scarpe e buona parte dei jeans, ma mi avrebbero inghiottito senza scampo se Piccolo Dono non mi avesse ritrovato in un paio di occasioni. Io forse non faccio testo, dal momento che sono capace di perdermi tra le sedie della mia cucina, ma il Kalahari è un labirinto subdolo e letale. Una superficie piatta e sabbiosa, all’apparenza infinita, ricoperta di cespugli secchi e nodosi tra cui si divincolano i sentieri percorsi dagli allevatori e bovini. Quei cespugli, alti tutti più o meno un metro, sommergono il visitatore come una marea, non lasciando più intravedere quale sia il percorso per uscire dal dedalo.

Sabbia e capanne di legno nel Kalahari

Quando gli ho comunicato che volevo rimettermi in viaggio per raggiungere Jumanda a Ghanzi, Mpunian si è offerto di accompagnarmi. Bastava ripercorrere a piedi la strada fatta in macchina e prima o poi avremmo trovato un passaggio. Nessun problema.

Partenza alle sette del mattino, con il sole ancora basso. Zaino in spalle, passo costante e sicuro. Dato l’alto livello organizzativo di cui sono solito avvalermi, dopo circa un’ora avevo già finito tutta l’acqua che avevo portato. Dopo altre due ore il sole era ormai alto, il caldo soffocante, la sabbia ovunque, io quasi disperato. Quando un furgone carico di gente ci si è fermato in parte, il mio compagno di viaggio ha stimato che avevamo percorso a piedi circa venti chilometri.

Sembrava fatta, ma un sussulto improvviso ha rivelato la rottura dell’asse dello sterzo, costringendo tutti a una melancolica discesa dal mezzo. Mi sono avvicinato all’autista. “I’m sorry”, gli ho detto con tutta la compartecipazione di cui ero capace. “Don’t worry – mi ha risposto – this is Africa.”

Un passaggio su un furgone

Con mio grande sollievo poco dopo eravamo su un carro trainato da un trattore che ci ha portati fino a Salajwe, circa a metà strada tra il Kalahari e la ambita autostrada. Qui abbiamo fatto colazione con biscotti e polony – una specie di surrogato di carne dal colore rosa shocking e l’aspetto radioattivo (sono convinto che al buio si illumini). Dopo un passaggio fino a Letlhakeng, e un minibus colmo di mocciosi petulanti, siamo stati scaricati a sorpresa nel mezzo dell’autostrada. Mancava poco al tramonto e io già mi vedevo abbracciato come un poppante a Mpunian per resistere al freddo al costo del mio ultimo rigurgito di dignità.

Poi la salvezza: due ragazzi congolesi su un grosso fuoristrada che prima di lasciarci su un altro incrocio hanno anche intercettato un’altra vettura, si sono assicurati che andasse nella direzione giusta e ci hanno passati in consegna fino alla stazione di servizio di Khang. Qui alcuni ragazzi si sono offerti di portarci fino alla meta a patto che ci arrangiassimo sul retro del loro furgone. Non mi sono fermato neanche un momento a considerare che eravamo a 260 chilometri da Ghanzi, che stava diventando buio e molto molto freddo e che sul retro di un pick-up il vento gelido ci avrebbe letteralmente tagliato le orecchie.

Più morto che vivo, alle dieci e mezza di sera, arrivavo a Ghanzi, dove ad attenderci c’erano il fratello e il cognato di Jumanda. Lui no: per impegni non meglio specificati era a Maun, a 300 chilometri in direzione nord-est.

Leggi la puntata precedente: in autostop fino al Kalahari.

Vai alla puntata successiva: verso Harare e lo Zimbabwe.

Il mio percorso:

A proposito dell'autore

Flavio Alagia

Laureato in Giornalismo, il mio limbo professionale mi ha portato dagli uffici stampa alla carta stampata, per poi approdare al variopinto mondo della comunicazione digitale. Ho vissuto a Verona, Zurigo, Londra, Città del Capo, Mumbai e Casablanca. Odio volare, amo lo jodel e da grande voglio fare l’astronauta.

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4 Risposte

  1. Eletrotter

    Sto continuando a seguire il tuo viaggio incredibile. Complimenti sinceri, sono ammirata!

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