Verso Harare e lo Zimbabwe.

Dopo una fuga debilitante dal Kalahari, durante la quale mi è sembrato più volte di attraversare l’intero deserto a piedi, ero finalmente arrivato a Ghanzi, cittadina di 12 mila anime nella parte occidentale del Botswana. Qui, come del resto in quasi ogni altra città del Paese, non c’era assolutamente nulla di interessante da vedere, solo sabbia e polvere. E naturalmente Jumanda, l’attivista di cui ero in cerca da una settimana, era andato a Maun, 286 chilometri a nord-est.

Avevo bisogno di una doccia, perciò ho radunato la mia fedele guida Mpunian e il fratello di Jumanda, che mi aveva gentilmente ospitato ma che non era il fortunato possessore di alcun bagno. Siamo entrati in un lussuoso albergo per turisti occidentali e abbiamo annunciato al concierge che avremmo pagato per usare le loro docce. Tra la sorpresa generale di chi mi vedeva – piccolo ometto bianco conciato peggio dei due robusti ragazzi di colore che lo seguivano tacitamente – siamo stati accompagnati al bagno del terzo piano dove, sotto la prima acqua calda con cui la mia pelle veniva in contatto da circa tre settimane, mi sono lavato di dosso circa 750 chilometri di polvere e sabbia.

Lo stesso pomeriggio ero di nuovo in strada. Dopo aver salutato con affetto Mpunian mi sono messo alla ricerca di un passaggio in auto. Un simpatico maestro di scuola, diretto dalla sua fidanzata, mi ha preso a bordo, mi ha allietato con i suoi racconti di scuola, ha rallentato per farmi vedere qualche strano uccello, delle antilopi nascoste tra la vegetazione a bordo carreggiata e persino uno struzzo che ha attraversato la strada con la tranquillità di un esperto cittadino. Abbiamo fatto un po’ di slalom tra le mandrie di bovini che, si sa, per avere quella carne tenera e gustosa prima del tramonto fanno sempre due passi in autostrada, e siamo arrivati a Ghanzi, capitale del divertimento del Botswana. La ragione di tale titolo? Nessuna – e le foto tristissime che ho raccolto lo dimostrano – ma ci sono comunque molti più alberghi che in qualunque altra città del Paese.

Ritrovarmi a dormire in una camera tutta per me è stata un gioia incommensurabile. Ma il Botswana non è terra per saccoapelisti: dopo tanto girare la stanza più economica che ho trovato mi è costata l’equivalente di quasi trenta euro. Una vera follia per gli standard africani. Il giorno dopo Jumanda mi ha finalmente raggiunto e siamo andati in un fast food per fare colazione e registrare la tanto ambita intervista. Finita la quale il mio unico desiderio era di lasciare il Botswana il prima possibile.

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Capita qualche volta, nel corso di un lungo viaggio, che ogni molecola del mio essere mi trasmetta con inequivocabile chiarezza che è arrivato il momento di cambiare aria. Aveva compiuto la mia missione, visitare il Kalahari e il popolo che lo abita da tempo incalcolabile. Mi era costato sudore e fatica, avevo sopportato il freddo e il caldo, la fame e la sete, ed ero arrivato a puzzare come poche altre volte in vita mia. Il Botswana aveva decisamente esaurito il suo fascino nei miei confronti.

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Zaino in spalle sono arrivato alla stazione degli autobus a lunga percorrenza. Le mie scarse nozioni di geografia africana mi dicevano solo che per proseguire incappando in meno guerre civili possibile dovevo arrivare in Zimbabwe. I conducenti dei pullman si sono dimostrati tutti molto gentili e disponibili e in pochi minuti mi sono ritrovato imbarcato su un mezzo per Francistown, da cui avrei raggiunto Harare, la luccicante capitale dello Zimbabwe. Il secondo veicolo era stato battezzato Zebulan Express – the travelers’ choice. Io sono rimasto schiacciato al mio posto tra pentole, parabole, televisori, radio, grosse buste di plastica e sacchi sigillati, batterie e generatori per circa dodici ore.

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Tariro – che in lingua shona significa ‘speranza’ – era seduta accanto a me e mi ha spiegato che nello Zimbabwe ormai si utilizzano solo dollari americani. La devastante inflazione che è seguita alla guerra civile, quella con cui la minoranza bianca ha perso il potere, ha trasformato in carta straccia la valuta nazionale. Quando le chiedo come sia vivere in Zimbabwe al giorno d’oggi mi sorride dolcemente e risponde ‘è proprio come viaggiare su questo pullman: non c’è mai abbastanza posto per tutti e un incidente potrebbe portarti via tutto da un momento all’altro.’

Alle sei del mattino dopo sono arrivato ad Harare, stravolto, stanco e confuso. Mi sono infilato su un taxi che per una cifra spaventosa mi ha portato alla ricerca di una sistemazione economica. Gli alberghi in città sono per uomini d’affari e diplomatici, così mi son dovuto rassegnare a un altro soggiorno da prezzi europei e sono finito all’Elephant Lodge per 30 dollari a notte. Camera pulita, posizione abbastanza centrale, ma niente acqua calda, a volte nemmeno fredda. La solita domanda cominciava a premere pericolosamente sulle mie tempie: ‘Ma che ci sono venuto a fare fin qua?

Da Gabarone ad Harare:

Leggi la puntata precedente: in fuga dal Kalahari.

Vai alla puntata successiva: Harare, la capitale dello Zimbabwe.

A proposito dell'autore

Flavio Alagia

Laureato in Giornalismo, il mio limbo professionale mi ha portato dagli uffici stampa alla carta stampata, per poi approdare al variopinto mondo della comunicazione digitale. Ho vissuto a Verona, Zurigo, Londra, Città del Capo, Mumbai e Casablanca. Odio volare, amo lo jodel e da grande voglio fare l’astronauta.

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