Mentre percorrevo la strada che mi avrebbe portato alla mia faticosa quanto inutile laurea, l’India era un sogno nel cassetto, un miraggio, una fantasia in cui rifugiarmi. Man mano che mi avvicinavo al giro di boa – presto non avrei più potuto definirmi “studente” e l’eventualità di dover passare a “disoccupato” incombeva minacciosa – realizzavo che quel sogno lo volevo realizzare.

Partire è stato come una ricreazione di dodici mesi, una boccata d’aria prima di confrontarmi con la realtà post-universitaria. E l’India era il posto giusto per nascondermi, dagli altri e da me stesso. Ma anche fuggire non è che un illusione, e io aspettavo in vano che un santone mi fermasse per strada urlando “tu! Nella vita farai questo questo e questo!”.

Ovviamente nessun santone ha illuminato il mio destino. Intanto i mesi passavano e il mio viaggio giungeva a termine. Un aereo mi aspettava da Mumbai per riportarmi in patria e io passeggiavo per la città come un fantasma in bilico tra due dimensioni. Sfuggivo agli incontri, evitavo le conversazioni e attraversavo i vicoli più indegni nelle ore più improbabili. Il mio solo interlocutore era proprio questa grande metropoli, il cui respiro riecheggiava nelle onde del mare.

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Il primo trauma quando si arriva a Mumbai è l’alloggio. La città è tra le più care di tutta l’India, almeno il doppio di Bangalore o Hyderabad, fino a dieci volte rispetto a paesi più piccoli, dove alloggiavo anche per 20 o 30 rupie a notte (circa 40 centesimi di euro). Dopo qualche ricerca ho trovato una camera a Colaba, una zono piuttosto frequentata da turisti e viandanti e perciò ricca di negozi e ristorantini. Anche se camera, forse, non è il termine adatto. Penso infatti che mi avessero affittato lo sgabuzzino: oltre al letto c’era appena il posto per mettere giù i piedi e non c’erano né finestre né prese d’aria. Solo il ventilatore sopra la mia testa che, oltre a fare un rumore infernale, non bastava certo a rinfrescare l’aria se c’ero io a inquinarla stremato dal caldo tropicale.

Comunque il gestore e il suo giovane aiutante erano cordiali e sempre sorridenti, e a me bastava. Inoltre ero vicino al lungomare di Apollo Bunder, dove fa bella mostra di sé il Gateway of India, l’enorme porta di pietra sotto cui sono sfilati gli ultimi soldati britannici dopo la conquista dell’indipendenza. Altra gradevole sopresa è stata ritrovarmi proprio sopra al celebre Leopold Cafe, un’istituzione per tutti i viaggiatori che si sono recati a Mumbai almeno una volta. Qua dal tempo dei figli dei fiori si sono incontrati turisti, nomadi e girovaghi, ma anche trafficanti, gangstar, ladruncoli e imbroglioni. La sua fama ha attirato anche i terroristi islamici nel 2008, quando la città venne scossa da dodici attacchi coordinati che costarono la vita a 164 persone.

A Mumbai c’è anche il servizio di treni urbani più terrificante che mi sia mai capitato di vedere. L’ho usato solo una volta, e ancora oggi non so come ho fatto ad arrivare a destinazione in quella bolgia di gente, eccessiva persino per i parametri indiani. Di solito camminavi in lungo e largo per la città. Di tempo ne avevo, e poi c’era Girgaum Chaupati – o Chowpatty Beach – che abbraccia il mare in una curva appassionata, offrendo da ogni lato una vista suggestiva sulla città lambita dalle onde, e al tramonto è invasa da bancarelle di dolciumi e festosi bagnanti.

Non mi è sfuggita nemmeno l’enorme lavanderia a cielo aperto di Mahalaxmi Dhobi Ghat, dove si dice passino tutti gli indumenti conegnati nell’intera città per essere lavati. Né la moschea di Haji Ali, sulla costa di Worli, con la sua lunga passerella sempre affollata di fedeli e mendicanti. Quando la marea sale il mare circonda completamente la moschea che diventa un’isola dal fascino spettrale.

L’ultima sera, quando pensavo di aver capito ormai almeno un paio di cose sulla cultura indiana, ho incontrato un anziano sikh – con tanto di turbante, barba, pugnale e pettine nella cintura – in un locale del centro dove c’era un concerto jazz. Quest’uomo di circa ottant’anni, dopo essersi scaldato con qualche whiskey, è salito sul palco per cantare con voce profonda e suadente insieme al leader della band. Me ne sono andato così, solitario nella notte come un gatto, a poche ore dal mio volo, senza più avere alcuna certezza riguardo a questo straordinario Paese.

A proposito dell'autore

Flavio Alagia

Laureato in Giornalismo, il mio limbo professionale mi ha portato dagli uffici stampa alla carta stampata, per poi approdare al variopinto mondo della comunicazione digitale. Ho vissuto a Verona, Zurigo, Londra, Città del Capo, Mumbai e Casablanca. Odio volare, amo lo jodel e da grande voglio fare l'astronauta.

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