Capita, durante un lungo viaggio, che le tappe meno ambite si rivelino sorprendentemente le più indimenticabili della propria avventura. Io avevo tentato disperatamente di evitare il Malawi, pensando che avrei perso solo tempo e denaro in una nazione che non stimolava in alcun modo la mia curiosità di giornalista. Invece capitarci è stata la cosa migliore che potesse accadermi.

Lilongwe, la capitale, si divide nettamente tra città vecchia e nuova. Nella vecchia c’è un ampio mercato fatto con bancarelle di legno che sembrano destinate a frantumarsi con il primo alito di vento, c’è la moschea, e c’è un’area quasi selvaggia, caratterizzata da arbusti e fossati su cui si protendono vacillanti dei ponticelli di legno costruiti con la stessa perizia delle bancarelle del mercato. Nella città nuova ci sono banche, centri commerciali e ristoranti alla moda. È una città vitale, con poche attrazioni, ma dall’atmosfera coinvolgente. Ho trascorso tre giorni passeggiando tra il mercato, sorridendo ai ragazzi straordinariamente gentili e ospitali che lo animano, bevendo birra insieme al proprietario del Diplomat’s Pub e mangiando in ristoranti che offrivano pietanze elaborate mescolando sapori tipicamente africani con quelli europei e indiani. Persino pernottare è stato comodo e divertente, grazie a un albergo situato proprio dietro la stazione dei pullman che nel suo cortile offriva tende dotate di letti confortevoli ad un prezzo scandalosamente basso.

Questo slideshow richiede JavaScript.

Già così ero pienamente felice di essere arrivato in quello che si autodefinisce il cuore gentile dell’Africa, ma il meglio doveva ancora arrivare. Non sapendo bene dove fermarmi prima di lasciare il Paese, mi sono lasciato portare in autobus fino a Nkhata Bay, più o meno al centro dell’omonimo lago che fa da confine orientale al Malawi. Al mio arrivo era già buio, ma come avevo fatto in precedenza senza dovermene affatto pentire, mi facevo consigliare dalla gente che incontravo per caso. Sono arrivato così al Big Blue Star, un ostello affacciato direttamente sul lago con camerate da sei e da otto in canna di bambù. Al mio risveglio mi sono reso conto che la mia stanza aveva una porta sul retro che si apriva proprio sopra il lago, regalandomi un panorama incantevole da cui mi staccavo ogni giorno con grande difficoltà.

Nkhata Bay era il posto di cui avevo bisogno per ricaricare le pile prima di proseguire con altre fatiche massacranti. La piccola cittadina si sviluppa quasi interamente sulla costa del lago, la popolazione è in gran parte rastafariana e quel che ne consegue dovrebbe essere a tutti molto chiaro: ritmi molto rilassati, modi gentili e affabili, cortesia e spirito di accoglienza. Quando uscivo in cerca di un posto dove mangiare raramente riuscivo a fare più di cento metri prima che qualcuno mi fermasse per chiacchierare. Ciononostante mi spingevo oltre il piccolo e malfornito centro commerciale, allontanandomi dal lago, e attraversavo una piccola area agricola dove ho scoperto venivano portati i detenuti condannati ai lavori forzati. Vi giuro che anche loro erano sempre sorridenti e rilassati, e se non fosse stato per le divise azzurre sarebbero potuti sembrare dei visitatori alle prese con una qualche forma di eco-turismo nei campi.

Questo slideshow richiede JavaScript.

Dopo la colonia penale salivo su per una salita cercando di ridurre al minimo lo scambio di convenevoli con gli artigiani che esponevano le loro opere lignee sulla strada e arrivavo al ristorante di Kelvin, interamente in legno – l’aveva costruito con le sue mani – dove ordinavo chapati e verdure e poi mi lasciavo cadere nell’oblio di fronte al panorama del lago. Kelvin, oltre a essere pittore, scultore e falegname, era un ottimo cuoco, e non faceva mistero di preparare con grande gioia delle ottime space cake, a cui accompagnava su richiesta anche té e biscotti. Ed era sempre lieto di farmi compagnia se decidevo di non muovermi da lì per il resto del pomeriggio.

Dopo due settimane di meraviglioso oblìo, per niente convinto di voler partire ho comprato un biglietto per il battello che attraverso il lago mi avrebbe portato fino al confine con la Tanzania.

Dove si trova Nkhata Bay?


View Larger Map

Leggi la puntata precedente: a piedi per la giungla zambese.

A proposito dell'autore

Flavio Alagia

Laureato in Giornalismo, il mio limbo professionale mi ha portato dagli uffici stampa alla carta stampata, per poi approdare al variopinto mondo della comunicazione digitale. Ho vissuto a Verona, Zurigo, Londra, Città del Capo, Mumbai e Casablanca. Odio volare, amo lo jodel e da grande voglio fare l'astronauta.

Post correlati

Scrivi

La tua email non sarà pubblicata

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: