Il giorno della mia partenza da Kampala, capitale dell’Uganda, a Juba, capitale della Repubblica del Sudan del Sud, la pioggia aveva ridotto le strade di fango a un acquitrino. Mi sono sistemato sull’autobus sovraffollato con il mio zaino fradicio sulle gambe e dopo pochi minuti ho notato che mi pioveva sulla testa e sulle gambe. Quando mi è stato chiesto di mostrare il biglietto mi sono rifiutato, un po’ perché nella mia posizione non ci riuscivo proprio, ma anche perché era l’unico modo per conservare un po’ di dignità in quella scatola di sardine su ruote.

Sulle strade fangose il pullman si inclinava minacciosamente e procedeva a balzelli. Il mio vicino, un amichevole commerciante ugandese sulla cinquantina, mi ha raccontato che in passato era anche peggio. Non c’erano strade e diciotto ore per arrivare a Juba erano la norma. Nel nostro caso fino alla fine del viaggio ne sarebbero trascorse diciannove.

A Juba ho trovato una città calda e appiccicosa, ingrigita dalla polvere e dalla sabbia sollevate dal traffico intenso. Mi sono infilato in un taxi alla ricerca di un albergo economico, un’impresa non facile visto che l’autista parlava solo quella versione un po’ contorta di arabo che è comunemente chiamata juba-arabic. Inoltre dalla fine della guerra a Juba arrivavano solo diplomatici, cooperanti e militari, quindi quasi non esistono strutture ricettive sotto i 70 dollari americani a notte. Un problema non da poco, visto che in entrambi i Sudan non avrei trovato alcun bancomat abilitato per le mie carte e che avrei dovuto arrangiarmi con l’esigua scorta di dollari americani che avevo raccolto a Kampala. La soluzione meno costosa è risultata essere il Fun Time Hotel, un alberghetto gestito da un ragazzo eritreo, con camere luride e bagni da cui non esce mai acqua calda e spesso neanche quella fredda.

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Il Sudan del Sud è il risultato di cinquant’anni di sanguinosa guerra civile tra i musulmani del nord e i cristiani del sud. Come spesso accade, la religione e la politica non è che una maschera dei reali interessi economici, in questo caso il petrolio di cui è ricco il sud e a cui Khartoum, capitale del nord, ha affidato le sue risorse per l’estrazione. Dopo una periodo di prova con una repubblica federale durato cinque anni, la popolazione del sud si è espressa tramite un referendum, votando per l’indipendenza.

Lo stato più giovane al mondo è stato inaugurato nel luglio del 2011, circa un mese prima del mio passaggio. Il risultato è stato l’arrivo in massa di organizzazioni non governative, Unione Europea e Nazioni Unite per approfittare del grande affare della ricostruzione. Intanto i vertici dell’esercito di liberazione si sono convertito in movimento politico, mentre i combattenti hanno indossato una divisa pur continuando a fare in sostanza sempre le stesse cose: mantenere l’ordine nelle aree economicamente rilevanti, girarsi dall’altra parte in caso di faide tribali ed estorcere denaro ai viaggiatori di passaggio.

Un’altro fenomeno insolito a Juba è il divieto di fare fotografie, un’ordinanza emessa durante la guerra con l’apparente motivo di impedire lo spionaggio e che, nonostante sia stata ritirata in occasione dell’indipendenza, continua ad essere applicata dai militari. Io per sfuggire al divieto mi sono avvalso di un moto-taxi, il cui intraprendente autista si fermava in angoli strategici permettendomi di rubare qualche scatto. Ho così attraversato il centro polveroso e dissestato, i mercati improvvisati sotto baracche di lamiera, le discariche a cielo aperto nei fossati e ho notato le interminabili code ai distributori di benzina, la cui erogazione è sottoposta ad un severo razionamento.

Il mio autista mi ha raccontato che è arrivato anche lui da Kampala dopo la guerra, con moglie e figlio, ma questa nuova nazione non gli piace. Ancora troppe divisioni, troppe lotte, troppa violenza e poca sicurezza. Troppa gente armata e pericolosa. Troppa disperazione. Alla fine della giornata mi ha lasciato di nuovo al Fun Time Hotel, e per la prima di volta da quando ero arrivato mi è passato per la mente che il nome fosse volutamente ironico.

Dove si trova Juba?


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Leggi la puntata precedente: Kampala, capitale dell’Uganda.

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A proposito dell'autore

Flavio Alagia

Laureato in Giornalismo, il mio limbo professionale mi ha portato dagli uffici stampa alla carta stampata, per poi approdare al variopinto mondo della comunicazione digitale. Ho vissuto a Verona, Zurigo, Londra, Città del Capo, Mumbai e Casablanca. Odio volare, amo lo jodel e da grande voglio fare l'astronauta.

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