Il viaggio sul Nilo Bianco a bordo di due diverse navi cargo era durato complessivamente dodici giorni. Dodici giorni sotto il sole e la pioggia, dormendo per terra avvolto nel telo impermeabile del mio zaino per proteggermi dagli insetti. Dodici giorni trascorsi in compagnia di un gruppo di somali in fuga dalla carestia e dalla guerra, condividendo il poco cibo, l’acqua, le sigarette e la crema antizanzare. Era stato un viaggio memorabile, e l’idea di separarmi dai miei compagni di viaggio mi aveva colto di sorpresa, come la fine di una festa che si pensava non si sarebbe mai conclusa. Eppure non riesco proprio a ricordare un altro viaggio la cui conclusione mi abbia sollevato tanto.

In nave sul Nilo Bianco

Gli ultimi giorni, da Bor a Khartoum, sono stati arricchiti anche dall’arrivo della malaria e delle estorsioni da parte dei militari del fronte di liberazione del Sudan del Sud. Per mia fortuna – karma?, costituzione?, predestinazione? – la prima mi ha lasciato indenne. Intorno a me gli altri viaggiatori facevano a turno per sdraiarsi sulle poche brande disponibili, assistiti dai loro amici che portavano i viveri necessari a superare la malattia. Io ero continuamente assalito da insetti e zanzare golose del mio sangue – gli piace il cibo italiano, mi dicevano – ma non ho mai sofferto di alcun sintomo. Non avevo con me la profilassi perché non concepisco l’idea di ingurgitare pillole per mesi interi. Sono stato molto fortunato, o solo molto sciocco.

Se le zanzare erano nel mio caso un male secondario, i miltari che regolarmente salivano a bordo per controllare i documenti dei passeggeri non erano altrettanto inclini a lasciarmi passare indenne. La prassi era più o meno: hai il passaporto? Fammelo vedere. Lo rivuoi? Pagami. Di solito si accontentavano di dieci o venti sterline sudanesi, ma in un’occasione ci hanno fatti scendere in piena notte e ci hanno portati in una capanna di legno immersa nel fango, senza elettricità né finestre. Alla luce della (mia) torcia l’ufficiale in comando si è dato un po’ di arie compilando un registro (con la mia penna) assolutamente inutile, e poi mi ha chiesto la bellezza di 50 sterline (circa 10 euro) quale contributo per l’esercito di liberazione (SPLA – South Sudanese People Libaration Army). Gliele ho date, ma quando me ne ha chieste altre 50 ho cominciato a strepitare sull’impossibilità di pagare un dazio così alto se speravo di lasciare il Paese prima di rimanere al verde. “Allora mi tengo la penna!”

Quando finalmente si è profilato all’orizzonte il profilo di una città ero sollevato come non mai, stavo entrando nell’Africa arabizzata e mi lasciavo alle spalle un’avventura estenuante, ma non si trattava ancora della capitale del Sudan. Ero arrivato a Kosti, piccolo centro fluviale e ingresso al Paese per gli attraversatori del Nilo Bianco. Le formalità amministrative si sono risolte con un ufficiale in divisa che ha stancamente controllato i mei documenti per poi allontanarmi senza neanche il timbro di rito. Ho trovato un autobus per Khartoum e mi sono messo in attesa di raggiungere la capitale, rinfrancato dall’aria condizionata del mezzo.

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Khartoum, quasi 700 mila abitanti, non era affatto la città vibrante e cosmopolita che mi aspettavo. Si trattava di una distesa di sabbia e palazzi fatiscenti distribuiti su un grigiore piuttosto monotono e noioso. Il caldo era insopportabile, la polvere mi entrava negli occhi e nelle narici. Ho trovato un albergo economico vicino alla stazione di Sajjana, nel cuore della città. La doccia calda che ne è seguita, la prima in due settimane, è stata una delle esperienza più estatiche della mia vita.

Il giorno dopo mi sono recato al Foreign Office per essere registrato come straniero. In realtà occorre un invito dall’interno, ma per una cospicua mancia gli impiegati dell’ufficio stesso si prestano volentieri a ricoprire tale ruolo. Nonostante avessi già pagato il visto quando ero in Uganda, questa registrazione mi è costata altri 50 dollari. Ero quasi pentito di aver seguito la prassi ufficiale, ma avrei presto ringraziato il mio buon senso quando la polizia sudanese avrebbe chiesto di vedere il timbro della registrazione sul mio passaporto più volte durante il mio viaggio verso l’Egitto.

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Tra i soldi offerti in contributo all’SPLA, i soldi spesi durante il lungo viaggio sul Nilo e la registrazione al Foreign Office, cominciavo a temere per le mie risorse economiche. Il prossimo sportello abilitato per le mie carte di credito era in Egitto, e il viaggio per arrivarci era ancora molto lungo.

Leggi la puntata precedente: prosegue il viaggio sul Nilo Bianco verso Khartoum.

Vai alla puntata successiva: in Egitto attraverso il deserto nubiano.

A proposito dell'autore

Flavio Alagia

Laureato in Giornalismo, il mio limbo professionale mi ha portato dagli uffici stampa alla carta stampata, per poi approdare al variopinto mondo della comunicazione digitale. Ho vissuto a Verona, Zurigo, Londra, Città del Capo, Mumbai e Casablanca. Odio volare, amo lo jodel e da grande voglio fare l'astronauta.

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