Il traghetto che dal Sudan mi aveva portato in Egitto era sbarcato sbarcato ad Assuan, una cittadina gradevole anche se un po’ anonima sulle sponde del fiume Nilo. Non offre molte attrattive, ma c’è un mercato vivace e colorito, sulle rive del fiume si gode di un paesaggio ammaliante e i ristorantini offrono i piatti tipici a prezzi modici e in ambienti confortevoli. E poi ci sono le feluche, tipiche imbarcazioni a vela i cui capitani non vedono l’ora di portare i visitatori a fare un giro sul Nilo.

Passeggiando per la città venivo assalito continuamente da commercianti e guide turistiche, venditori di spezie e di vestiti. Non potevano sopportare il semplice fatto che io non volessi fare alcun giro in feluca, né in calesse, che non mi servisse una camicia di seta e non volessi acquistare qualche chilo di zafferano o di cannella. Così un capitano di feluca che non apprezzava il mio fermo rifiuto mi ha mandato animatamente a quel paese prima in arabo e poi in inglese.

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Tra tutti gli assalitori che imperversavano per il mercato turistico, Mohammed era di gran lunga il più simpatico. Originario di Esna, 160 chilometri più a nord lungo i Nilo, era insegnante di francese ma parlava anche l’italiano e un po’ di russo. Le difficili condizioni economiche del Paese lo avevano costretto a trasferirsi ad Assuan per lavorare nel negozio di vestiti del suo amico Naceur. Era gentile e divertente, perciò mi sono convinto a comprare un paio di camice per farmelo amico.

Vedere Mohammed che agganciava i turisti era un po’ come osservare uno spettacolo teatrale da dietro le quinte. A volte non esitava a insultare i passanti o a urlare come un pazzo per ottenere la loro attenzione. La sera il negozio rimaneva aperto fino a tardi e alla fine il mio amico si chiudeva dentro e dormiva su una pila di indumenti fino al mattino dopo, quando all’alba riapriva e iniziava a sistemare la merce sulla strada. Naceur invece passava la maggior parte del tempo a fumare erba dentro il negozio e a lamentarsi della scarsità di clienti. Per entrambi la rivoluzione egiziana era una fiaba per bambini: il turismo era crollato, il governo di transizione non aveva le risorse necessarie per sostenere l’economia locale e il futuro sembrava tetro e incerto. Non che rimpiangessero Mubarak, entrambi concordavano nel ritenere l’ex-presidente un delinquente che aveva precipitato l’Egitto nel baratro, ma ero ben lontano dai focolai di protesta che avevano portato sulle strade migliaia di manifestanti al Cairo e in Alessandria. Nella profonda Nubia la gente aveva soltanto una preoccupazione: sfamare la propria famiglia.

Prima di lasciare Assuan mi ero convinto a partecipare a una gita verso il complesso archeologico di Abu Simbel. Mi sembrava che lo dovessi al Paese che mi ospitava, sebbene già sapessi che ne sarei rimasto deluso. Non ho alcun dubbio che templi, cascate e safari siano un aspetto straordinario di ogni viaggio, ma andarci da solo è un po’ come essere da soli in un parco divertimenti: un’esperienza vuota e deprimente.

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Sarebbero passati a prendermi in albergo alle tre del mattino, ma io ero sceso alla reception con un’ora di anticipo. Ci avevo messo quattro giorni per rendermi conto che dal Sudan all’Egitto c’è un’ora di differenza nel fuso orario. All’orario prestabilito mi hanno infilato in un pulmino con un’altra mezza dozzina di turisti e ci siamo diretti verso il confine della città. Qui ci siamo fermati ad aspettare il resto della carovana, perché in Egitto si viaggia ancora in carovane scortate dalla polizia. Lo stato d’emergenza – voluto nel 1981 in seguito all’assassino del presidente Sadat – impedisce ai turisti occidentali di viaggiare su mezzi privati e di concentrarsi oltre un certo numero sullo stesso pullman. In realtà ora lo stato di emergenza sembra essere uno strumento di oppressione più che di contenimento, la sicurezza dei turisti è intaccata molto raramente e le leggi relative al loro spostamento sono applicate con una certa elasticità.

Per visitare i due templi avevamo a disposizione quarantacinque minuti. A me ne sono bastati venti. Sono sceso dal pulmino, ho respirato profondamente cercando di entrare nella giusta atmosfera e ho fatto le foto di rito. Dopo dieci minuti ero già pentito di essermi imbarcato in quella gita adatta solo ai quattro giapponesi con noi che in tre quarti d’ora avranno fatto almeno settecento fotografie. Non solo la magia del sito era completamente stravolta dalla presenza di centinaia di turisti, dalle bancarelle di souvenir e dai ritmi serrati a cui venivamo forzati. Nemmeno scattare fotografie, il mio passatempo preferito, sembrava aver alcun senso in un posto simile, dove sapevo bene che lo scatto migliore l’aveva già fatto qualcun altro e potevo comprarne il poster alla bancarella lì accanto, e non c’era niente che potessi fare per rendere quell’esperienza un po’ più privata e personale. A parte forse staccare il naso a una statua e portartelo a casa. Ma anche quello l’avevano già fatto copiosamente i francesi agli ordini di Napoleone, i cui sfregi erano visibili chiaramente sulle rocce millenarie del complesso.

Leggi la puntata precedente: in viaggio verso l’Egitto attraverso il deserto nubiano.

Vai alla puntata successiva: a Esna non serva prenotare camere.

A proposito dell'autore

Flavio Alagia

Laureato in Giornalismo, il mio limbo professionale mi ha portato dagli uffici stampa alla carta stampata, per poi approdare al variopinto mondo della comunicazione digitale. Ho vissuto a Verona, Zurigo, Londra, Città del Capo, Mumbai e Casablanca. Odio volare, amo lo jodel e da grande voglio fare l'astronauta.

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