Il “Galateo” era il titolo di un popolare trattato compilato da monsignor Giovanni Della Casa, così chiamato perché la finzione prosaica voleva fosse stato scritto su consiglio di un certo messer Galateo. Nel trattato erano indicate tutte le regole di “buona creanza”, e in seguito il termine entrò in uso per indicare le norme che regolano la vita civile, soprattutto a tavola.

Non solo formalità fine a sé stessa, ma come dice il Maestro di Galateo Alberto Presutti “insegnamento di educazione e armonia”, che coinvolge ogni gesto svolto a tavola, dal consumo del cibo alla conversazione, fino a raggiungerci una volta terminato il pasto per indicarci come muoverci, a chi rivolgerci, cosa bere e quando andarcene.

Ma le regole, si sa, sono fatte per essere infrante. Alcune sono pressoché sconosciute ai più – girare il caffè dall’alto al basso e non con moto rotatorio; mai portare stuzzicadenti a tavola; non brindare con il vino come fosse champagne – e la maggior parte sono comunque talmente odiose che non verrebbero prese in considerazione nemmeno se fossero stampate in oro all’interno di ogni sala da pranzo. Mangiare la frutta con le posate? Divieto di fare scarpetta (ammessa solo nei pranzi informali e con la forchetta)?! E poi – orrore degli orrori – la criptica disposizione di tutte e 527 le posate necessarie ad un pasto completo, che mai e poi mai capirò come e quando usare.

Galateo - tavola, posate

Eppure l’esistenza del galateo non è di per sé una disgrazia. La presenza di norme che stimolino le persone a vigilare sul benessere e il comfort dei propri convitati sono implicite nella nostra componente sociale. Conoscerle può arricchirci, ma quando e come usarle è una libera scelta che determina la nostra percezione da parte degli altri. Io, se potessi, avrei smesso di mangiare da anni con chi porta il cellulare sul tavolo o mi interrompe ogni quattro secondi per un brindisi (peggio che peggio se si aspetta che io brindi con chi beve acqua)…

Allo stesso modo, anche quando si viaggia all’estero, conoscere e padroneggiare alcune norme di buona educazione può aiutarci a rompere il ghiaccio con chi ci ospita nel suo paese, e magari limitare i danni di immagine offerti da alcuni connazionali cialtroni. Una nazione straordinaria per confrontarsi con le abitudini a tavola di una cultura estranea è ad esempio l’India. Qui la regola numero uno è: mai usare la mano sinistra per interagire con gli altri! Non si passano oggetti, non si toccano alimenti o persone, non si saluta e non si mangia con la mano sinistra. Infatti in India mancano sostanzialmente due cose rispetto a noi popoli occidentali: le posate e la carta igienica. E se al posto delle posate si usa la mano destra, ovviamente al posto della carta igienica…

India - cibo, thali

Mangiare con le mani, a parte un lieve imbarazzo iniziale dovuto alla mancanza di abitudine, è una pratica che amo molto quando mi trovo in paesi lontani. Credo che il contatto diretto con il cibo restituisca una dimensione concreta e reale a ciò che troppo spesso siamo abituati a considerare il prodotto di una catena di montaggio che magicamente si materializza sui banchi alimentari. Ecco perché mi piace molto anche la versione del galateo tailandese: seduti per terra, le pietanze ciasuna nel suo piatto da cui tutti si servono contemporaneamente, e il riso per accompagnarle. Il riso tailandese, a differenza di quello indiano, è molto colloso, quindi si appallottola facilmente tra le dita e poi viene utilizzato per raccogliere salse e alimenti dal formato ridotto. Splendide le mangiate collettive anche nell’Africa araba, dove spesso ci si raccoglie intorno a un pentolone di verdure, seduti su un tappeto, per raccoglierne il contenuto con del pane arabo. Guai – ovviamente – ad indossare le scarpe mentre siete sul tappeto!

Sudan - cibo, foul

In Iran, invece, le norme di buona educazione in ambito sociale sono espresse dal Taarof, l’arte dell’estrema cortesia e umiltà. Questa deriva culturale dai caratteri quasi schizzofrenici trae le sue origini dalle tradizioni persiane, quando sembra che le persone non fossero interessate ad altro che ad apparire come i padroni di casa più ospitali e servizievoli al mondo. È tipico del Taarof, ad esempio, offrire all’ospite tutto ciò su cui egli ha posato gli occhi, anche fossero le ceneri di vostra nonna conservate in un ampolla di oro bianco. Compito dell’ospite, invece, è rifiutare con garbo per almeno tre volte: solo allora, infatti, l’insistenza del padrone di casa può essere considerata un genuino atto di cortesia.

Il Taarof può risultare così irritante che spesso in ambienti informali gli iraniani chiedono esplicitamente ai loro interlocutori di non usarlo, forse nella speranza di concludere un pranzo entro l’anno in corso. Ad ogni modo, se doveste ricevere un invito a cena da una famiglia iraniana, ecco su cosa porre attenzione: la puntualità, l’abbigliamento sobrio e castigato, togliersi le scarpe prima di entrare e accettare qualunque offerta di cibo e bevanda, ma solo dopo un iniziale rifiuto che porterà il vostro ospite a rinnovare l’offerta con più vigore.

Gli iraniani sono soliti mangiare per terra, senza l’uso di posate (evvai!). Aspettate che vi si dica dove sedervi e usate per mangiare solo la mano destra (ahi…). Sicuramente sarà stato preparato più cibo di quanto possa essere consumato da un intero reggimento di fanteria, perciò vi verrò proposto di fare il bis e pure il tris, e – ahimè – qualunque rifiuto iniziale sarà interpretato come parte del rituale di cortesia. D’altro canto, è considerato un gesto elegante lasciare qualche piccolo avanzo nel piatto.

Un’ultima osservazione: se viaggiate in coppia nei paesi di cultura araba e l’invito è stato rivolto al cavaliere, informatevi bene prima di portare la vostra dama, perché soprattutto lontano dalle grandi città le occasioni mondane non prevedono l’interazione di uomini e donne.

E voi, vi siete mai imbattuti in qualche strana abitudine a tavola in paesi lontani? Raccontateci la vostra esperienza!

A proposito dell'autore

Flavio Alagia

Laureato in Giornalismo, il mio limbo professionale mi ha portato dagli uffici stampa alla carta stampata, per poi approdare al variopinto mondo della comunicazione digitale. Ho vissuto a Verona, Zurigo, Londra, Città del Capo, Mumbai e Casablanca. Odio volare, amo lo jodel e da grande voglio fare l'astronauta.

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1 risposta

  1. ame

    Con tutto il rispetto per le tradizioni altrui, trovo che mangiare seduti a terra sia scomodissimo! Per ovviare a questo inconveniente, in alcuni ristoranti giapponesi hanno inventato un “pozzetto” sotto al tavolo, per cui si sta seduti per terra (rispettando la tradizione) ma la posizione delle gambe e’ la stessa di quando si è seduti su una sedia. Genialate nipponiche. Ed e’ sempre in Giappone che ho imparato a non esecrare il risucchio rumoroso, che e’ invece obbligatorio se si vuole comunicare la propria soddisfazione. Anche vedere gente seduta a tavola che si massaggiava i piedi nudi mi ha lasciata un po’ perplessa, ma mi hanno spiegato che e’ normale… non ricordo pero’ se usavano la mano sinistra 🙂

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