Il mio primo incontro con i Vichinghi risale alla mia ormai discretamente lontana infanzia.

Trascorrevamo l’abituale mese al mare – storica croce e delizia di ogni famiglia dei primi anni Settanta – a Santa Maria di Castellabate, in Cilento, e mamma e papà, per spezzare la noia delle mie lunghe e vuote mattinate in spiaggia di bimbo timido e triste – eravamo tutti così, non fingano i miei attempati coetanei di non ricordarlo! – mamma e papà, dicevo, mi avevano comprato un albo a fumetti che sino ad allora non avevo mai visto:  “Le avventure di Asterix il Gallico”.

Fumetti - Asterix e i Normanni

In quell’albo Asterix affrontava la tremenda minaccia di un popolo rude venuto dal Nord: Normanni, venivano chiamati, ma a tutti gli effetti erano raffigurati come guerrieri vichinghi. Guerrieri enormi e minacciosi, calzati di elmi dalle grandi corna bovine e tristemente adusi a trincare e brindare con i crani dei nemici uccisi in guerra, e che portavano nomi curiosi come Olaf Grandibàf, Matàf, Mazzàf, o anche Caràf e Batiscàf.

Erano sbarcati in Gallia, violenti e pericolosi come sempre, per impadronirsi dell’ultima tecnica di combattimento che ahimé ancora ignoravano: la paura “che mette le ali ai piedi”. Una volta raggiunto, attraverso la pratica della pavidità, l’obiettivo di potersi a piacimento trasformare in invincibili guerrieri volanti, allora sì che sarebbero diventati i padroni del mondo. E infatti, in barba a tutta la loro possanza e sicumera, la proveranno eccome la misteriosa sconosciuta paura che tanto coraggiosamente cercavano: come no, quella di dover riascoltare di nuovo le orrende nenie del bardo del villaggio! Ed eccoli allora ridirigersi a grandi balzi – e con le ali ai piedi, appunto – verso casa, turbati e scossi dalla traumatica e malaugurata esperienza.

Fine dell’albo e fine anche dei Vichinghi, almeno per un bel po’, perché dopo questo primo demenziale approccio non ne avrei praticamente più sentito parlare per più di un decennio. Fino al ricomparire di qualche nuovo, rapido, fugace accenno all’università, durante le lezioni dei corsi di Storia.

Ebbi modo di scoprire allora come gli elmi con le corna fossero in realtà un fantasioso anacronismo. I veri elmi da battaglia vichinghi erano invece spesso a calotta ogivale con il paranaso sul davanti, tutt’al più con i paraocchi, insomma simili a quelli dei nostri crociati, per capirci. E mi feci anche una vaga idea di come fossero stati proprio i Vichinghi a raggiungere per primi l’America, ben cinque secoli prima di Colombo: tutto qua, poco di più di questo, e poi ancora buio per un altro decennio abbondante.

E questo spesso, impenetrabile velo di mistero si sarebbe finalmente squarciato ai miei occhi soltanto con l’avvio delle mie peregrinazioni di viaggio qua e là per il Nord Atlantico, dove, capiamoci bene, nel corso del nostro Alto Medioevo i Vichinghi erano la potenza che erano: predoni e scorridori spietati, terrore dei mari e di ogni paese costiero di Gran Bretagna, Irlanda, Spagna, Italia e persino Russia ed Ucraina. A Terranova, sulla costa nord-orientale del Canada, nella baia di L’Anse aux Meadows – la località dove gli scavi hanno portato alla luce notevoli ed interessanti testimonianze e reperti del tuttora misconosciuto approdo vichingo nel Nuovo Mondo – un maestro d’armi ed animatore di quel sito archeologico mi ha illustrato e lasciato provare la loro tecnica di assalto all’ascia barbuta (vuol dire con la lama che si allunga verso il basso, come una barba, appunto): “Aggancia lo scudo del tuo avversario affondandovi dall’alto nel retro la barba dell’ascia, sfondalo tirando l’ascia verso di te, poi spingi l’ascia verso il suo volto per tramortirlo con un colpo di punta, infine rotea e brandisci l’ascia per colpirlo alla gola e se possibile decollarlo ed ucciderlo…” Facile, no? Figo, no? E vai con il prossimo… che ganzi, ‘sti Vichinghi!

Vichinghi - Terranova, Canada

Non solo pirati, però: cristiani… ma sì, cristiani! Cristiani per opportunismo politico e patente diplomatica come sempre si usava a quei tempi, ma anche pastori, commercianti, navigatori fluviali, primi fondatori di città e capitali come Dublino e Mosca nonché ispiratori di innumerevoli toponimi sparsi dappertutto nella geografia marittima nordeuropea, bodyguard ante litteram in qualità di guarnigione di scorta personale dell’imperatore romano d’Oriente a Bisanzio… non poco e niente male, per esserci oggi quasi del tutto dimenticati di loro!

Poveri Vichinghi: le loro splendide rune, già crudelmente consumate dal lento scorrere del tempo tra l’implacabile furia degli avversi elementi del Nord, continuano ancora inesorabilmente a sbiadire, fino ad essere ormai diventate quasi invisibili, sulle lapidi conservate nei musei semideserti a tali remote vestigia dedicati, mentre – mi è capitato di vederlo alle isole Far Oer – arroganti e smaniosi  bimbi – pensate che coincidenza: francesi! –giocano a nascondino tra un masso e l’altro in esposizione, sotto lo sguardo vacuo ed indifferente dei loro genitori.

Ora che finanche il neovichingo custode ha perso la voglia e l’autorità di opporsi all’ennesimo gallico sfregio, dove mai potranno ottenere la loro rivalsa? Sui campi di calcio forse? Indossando elmi cornuti di plastica come fanno le tifoserie scandinave?

A proposito dell'autore

L'antiviaggiatore

La redazione di NST ama definirmi un “viaggiatore d’altri tempi”, e non si può dire che abbia tutti i torti: a cinquant’anni suonati, ho fatto in tempo a vedere un bel po’ di mondo com’era, appena prima che si trasformasse in quello di oggi. Questo mio prezioso bagaglio di viaggi “vintage” mi ha aiutato a costruirmi una personale filosofia di viaggio con la quale mi ostino ad interpretare i cambiamenti che sperimento in giro per il pianeta.

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