Elogio al Grande Ovest: quando l’unico mezzo era la fantasia

Quando ero bambino, nei favolosi anni Settanta – sempre siano lodati, mai mancherò di rievocarli con passione! – i miei orizzonti geografici di gioco erano dibattuti in due direzioni diverse ed opposte. La prima era il mondo avventuroso di cowboys ed indiani: eh sì ragà… erano proprio tempi di cowboy quelli, e ‘sti diavoli di pistoleri vincevano sempre, nel film in bianco e nero del lunedì sera – “L’assedio delle sette frecce”, “L’amante indiana”, “Il massacro di Fort Apache” – come nelle scatole di soldatini dove il villaggio indiano univa bizzarramente il tepee delle Grandi Pianure al totem della costa del Nord Pacifico.

I racconti del Grande Ovest

Insomma il sogno più puro e astratto dell’avventura in quanto tale, quella bella bella bella che come per incanto sfilaccia un pochino lo spazio ed il tempo… un po’ come se oggi volessimo mettere insieme nella stessa piazza o festa di folclore italiano il mandolino e la polenta, lo scacciapensieri e la ghironda, gli alpini e i flagellanti scalzi, la mela Melinda e i fichi d’India: insomma proprio quelle cose che non ci possono stare tutte insieme in un solo paesino italiano. E invece… negli anni Settanta anche i dinosauri avevano la coda all’ingiù come le lucertole, ma questa è un’altra storia, anzi un’altra preistoria.

Indiani giocattolo

E dunque torniamo a noi cowboy, anzi coibbòi, con orgoglio tutto paesano per i nostri lucidi e lucenti costumi di Carnevale, era trendy all’epoca mascherarsi da Zorri e da sceriffi, c’era pure Pancho Villa, ma di Pocahontas neppure l’ombra, erano altri tempi. Io ci passavo le giornate, a montare il fortino e progettare l’agguato dei Sioux nella notte, che tanto poi comunque le buscavano sempre… avevo persino la casetta della filiale della banca di frontiera… e che vuoi di più dalla vita?

Piccoli cowboy

Poi mi rifacevo abbondantemente con le storie dell’India misteriosa, dei pirati malesi e bornesi, delle principesse assamesi, degli avventurieri portoghesi, e voilà la rima ci passavo mesi. E però e vabbè, ma del West e cioè dell’Ovest poi la passione mi è rimasta anche da grande, eccome… Quando ancora oggi nei miei viaggi ne ritrovo il sapore, quel gusto di albe ritardate fino alla preoccupazione, quel senso di ignoto che ti assale al tramonto in lande desolate e fredde, e ripensi a come si saranno sentiti i primi che ci sono arrivati, gli Hudson, i Cartier, i Cook, i Lewis e Clarke, con le loro folli idee di poter conquistare tutto e tutti e scrivere la storia daccapo, salvo poi farlo spesso in nome degli stessi ideali e delle stesse pulsioni del passato dal quale fuggivano.

L’Ovest con i suoi stenti, le sue privazioni, le sue violenze ma anche la sua grande dignità, i suoi valori di solidarietà, il suo sguardo rivolto al futuro come tutto da costruire, il suo incrociarsi di culture e tradizioni in fuga, la sua travolgente e totale mescolanza di stili e colori, in cui ognuno si sente a suo agio e senza frontiere forse semplicemente perché prima lì non c’era nessuno… o quasi.

Nativi Americani - Wisconsin, USA

Ma anche questa è un’altra storia… e allora tanto per tornare prosaici in chiusura, tanto per abbassare irrimediabilmente tono e profilo che chissà come mai stavolta non l’abbiamo ancora fatto: lo sapete che cosa fu risposto a me in visita a Toronto da un amico africano, emigrato in Canada e sposato con una filippina? No che non lo sapete, soprattutto perché non sapete neppure qual era la mia domanda! Vabbè insomma e finiamola, la domanda fatidica era: a che ora si mangia qua in Canada? E la risposta ugualmente fatidica fu: ognuno all’ora del paese suo! Intesi?

Magico grande Ovest, ma che forza, ma che poesia… un po’ grezza ma insomma alla fine rende bene il concetto… no?

2 commenti su “Elogio al Grande Ovest: quando l’unico mezzo era la fantasia”

  1. Quelle foto di te piccolino mi hanno riportato alla mia infanzia, quando Carnevale era la mia festa preferita e tutti i miei compagni maschi si vestivano o da Zorro o da cow-boy. In quanto ai pomeriggi di tv, c’era Furia cavallo dell’West, e chi se lo dimentica?! I tuoi post sono sempre viaggi spazio-temporali 🙂

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