Alle cinque siamo tutti in piedi e alle sei e mezza partiamo per il nostro secondo giorno di game drive nell’Etosha National Park. Il nostro coordinatore in realtà avrebbe voluto anticipare la partenza, ma i cancelli del campo non aprono prima di quell’ora.

Uno dei primi incontri della giornata lo facciamo con un grosso leone disteso tra le pietre sotto il sole. Dopo una decina di minuti si sposta con passo lento verso un albero e si accascia all’ombra dei suoi rami. Raggiungiamo poi diverse altre pozze dove quello che ci colpisce non è solo la quantità di animali, ma la loro varietà: zebre, impala, orici… Ci sono poi struzzi, sciacalli e, non ultimi, elefanti.

 

La cosa che più allieta il mio sguardo è vedere tutti questi animali insieme che condividono lo stesso ambiente, alternandosi sulle rive dei laghi. I colori di questi abitanti della savana risaltano sulle sponde aride e brulle.

In tarda mattinata raggiungiamo quello che sarà il nostro secondo accampamento all’interno dell’Etosha Park: l’Okakuejo Rest Camp (undici euro a testa per notte). Siccome nel camping è presente anche una piscina e la temperatura oggi è molto alta, ci concediamo un pomeriggio di relax, non prima però di sfruttare questa rara occasione per fare il bucato. La sera, una delle tante ottime cuoche del nostro gruppo prepara la cena e poi ci rechiamo ad un vicino specchio d’acqua per osservare gli animali in notturna.

Avvistiamo una leonessa e subito dopo un rinoceronte lungo la riva. Di ritorno alle tende vediamo numerosi sciacalli tutt’intorno. Mettiamo prudentemente in tenda anche le scarpe per non ritrovarci scalzi il mattino dopo.

Il mattino dopo ci accorgiamo di aver commesso un grosso errore: nella foga per avvistare la leonessa presso lo specchio d’acqua ci siamo dimenticati di lavare i piatti. Gli sciacalli, attirati dagli avanzi di cibo, hanno banchettato tutta la notte per cui abbiamo trovato sacchi della spazzatura rovesciati e piatti sparsi ovunque.

In mezz’ora riusciamo a sistemare tutto senza causare ritardi sulla tabella di marcia e l’Africa ricompensa immediatamente i nostri sforzi: uscita dalla cucinino vengo investita da un’intensa luce rossa, frutto di un’alba spettacolare. Il cielo prende fuoco per annunciare l’inizio di una nuova giornata.

Alle sei e mezza siamo pronti. Oggi sono previste molte ore di trasferimento per cui saliamo sul camion consapevoli di doverne fare la nostra dimora per una decina di ore. Arrivati al centro abitato di Opuwo alcuni scendono per fare la spesa, gli altri hanno la possibilità di visitare il mercato locale.

Qui facciamo il nostro primo incontro sia con i primi Himba che con alcuni Herero, due popolazioni indigene riconoscibili dagli abiti che indossano: gli Himba ricoperti di una sorta di composto di argilla rossa che spargono per tutto il corpo e sui capelli e gli Herero che sembrano usciti da un libro di fine Ottocento.

I banchi del mercato altro non sono che precarie bancarelle di legno o semplicemente grandi teli stesi per terra sui quali viene accatastata disordinatamente la merce. Mentre passeggio dopo essermi distaccata dai miei compagni di viaggio, vedo una donna che mi chiama. Non capisco la sua lingua ma capisco che mi sta invitando a mangiare con lei e le altre donne sedute intorno al fuoco sul quale è posto un grande pentolone. Faccio capire loro che apprezzo molto il loro invito ma che purtroppo da lì a pochi minuti dovrò ripartire. E quando mi giro per riprendere il mio giro la sento pronunciare una parola a me nota: “Facebook”.

Ebbene sì, la ragazza ci teneva a farmi sapere che anche lei aveva un profilo su Facebook. Ammetto che questo episodio ha lasciato sensazioni contrastanti dentro di me: non voglio comportarmi da turista europea arrogante che pensa che certe popolazioni siano molto più affascinanti se restano fedeli ai loro costumi senza cavalcare lo sviluppo economico, ma allo stesso tempo penso che ad alcune di queste persone mancano i beni di primaria importanza ma… hanno il profilo su Facebook.

Risaliti sul camion il nostro coordinatore ci che dovremo rinunciare alla tapap al Kunene River Lodge a causa della strada dissestata. Cose che in viaggio capitano. Andremo quindi direttamente alle Cascate Epupa, nell’estremo nord della Namibia, al confine con l’Angola.

Cascate Epupa, Namibia

Alle cinque del pomeriggio entriamo nel bellissimo campeggio: l’Epupa Falls Lodge & Campsite (90 dollari namibiani a persona, circa sei euro), a due passi dalle cascate, proprio sulla riva del fiume Kunene.

Gli ultimi duecento chilometri di strada erano sterrati e la grande quantità di polvere respirata hanno provato un po’ tutti. Ne approfitto per dare un consiglio: io non ho portato nessun coprivaligia che però sarebbe stato molto utile in questo tipo di viaggio.

Cascate Epupa, Namibia

Dopo una calda doccia nei bagni a cielo aperto del campeggio ci rifocilliamo con un abbondante piatto di pasta. Quando le luci del bar si spengono e resta solo la luna ad illuminare il paesaggio, mi affaccio sulla terrazza per godere di uno dei tanti spettacoli impagabili di questo viaggio: il cielo intriso di stelle, l’acqua che scorre bramosa di raggiungere il punto del salto dove si formano le cascate e  il silenzio della natura addormentata. Gli ingredienti di un’atmosfera magica…

Leggi la puntata precedente: ingresso in Namibia

Vai alla puntata successiva: il popolo himba e l’incantevole Palmwag in Namibia

A proposito dell'autore

Eletrotter

Vivo a Torino, città che amo profondamente, ma nonostante questo mio amore, spesso, sento l'esigenza di scappare lontano da lei per scoprire altri nuovi splendidi luoghi. Credo profondamente che anche viaggiare sia una forma d'arte e che più il viaggiatore sviluppa curiosità, fantasia e originalità, più saprà creare itinerari di viaggio meravigliosi.

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