Sveglia alle cinque e mezza. Fuori dalla tenda è ancora buio e c’è uno splendido cielo stellato. Il sole sorge mentre facciamo colazione donando un colore magnetico ai paesaggi della Namibia.

Alle sette partiamo e resto incantata guardando il paesaggio cambiare di nuovo rapidamente all’avanzare del nostro veicolo: la vegetazione è sempre più rada fino a diventare praticamente desertica. Iniziamo a costeggiare le prime dune del più antico deserto del mondo: il Deserto del Namib.

Deserto della Namibia

Intorno alle nove e mezza raggiungiamo l’ingresso dello Skeleton National Park. Dopo circa un’ora di percorso all’interno del parco raggiungiamo l’Oceano Atlantico e imbocchiamo una strada per costeggiarlo. Il freddo è pungente e ce ne rendiamo conto quando scendiamo dal camion per andare ad osservare sulla spiaggia uno dei tanti relitti presenti su questa costa. Il suo nome, Skeleton Coast, rimanda proprio agli innumerevoli relitti spiaggiati.

Skeleton Coast, Namibia

Noto a tutti con la pessima fama di essere particolarmente inospitale e difficile da raggiungere, questo tratto costiero si raggiunge dall’interno attraverso il deserto che si estende per decine di chilometri, e dal mare è difficile avvicinarsi a causa delle forti onde causate dalla corrente del Benguela. Oggi però l’Oceano Atlantico lambisce queste spiagge con inaspettata delicatezza nascondendoci in parte la sua natura impetuosa.

Skeleton Coast, Namibia

La seconda tappa è Cape Cross, una riserva faunistica in cui si trova una grande colonia di otarie. Nonostante l’odore quasi insopportabile, ci fermiamo una mezzoretta ad osservare questi pigri animali marini accasciati su grandi pietre al sole, impegnati in scontri aggressivi e giochi tra le onde dell’oceano.

Cape Cross, Namibia

Riprendiamo il nostro viaggio lasciandoci le dune alle spalle e abbracciando un nuovo paesaggio caratterizzato da formazioni rocciose dalle sagome arrotondate: si tratta dello Spitzkoppe.

Spitzkoppe, Namibia

 

Raggiungiamo il nostro campeggio, lo Spitzkoppe Community Rest Camp (sette euro a persona) che altro non è che un’area compresa tra questi complessi rocciosi in cui è possibile campeggiare, ma senza avere luce elettrica e servizi igienici a disposizione. Posizioniamo le nostre tende in un luogo molto suggestivo proprio ai piedi di una di queste montagne e partiamo per un’escursione guidata a piedi per vedere alcune pitture rupestri.

Spitzkoppe, Namibia

 

In mezzora di passeggiata raggiungiamo queste pitture che di per sé non sono nulla di speciale. Ciò che qui è davvero speciale è il paesaggio che a quest’ora del tramonto è ancora più suggestivo. Per chiunque si rechi qui e abbia più tempo a disposizione di quanto ne avessimo noi, suggerisco l’arrampicata su uno di questi promontori – altezza media 400 metri – per godersi le luci del tramonto dall’alto. Sulla strada del ritorno raccogliamo tutta la legna possibile perché, proprio stasera, siamo rimasti senza e non abbiamo nulla per accendere il falò. Ma con quella che raccogliamo e la tenacia di due ragazzi del gruppo, riusciamo ad avere il fuoco per quasi tutta la sera.

Spitzkoppe, Namibia

La mattina seguente ci alziamo alle sei. Certo la mancanza di acqua stamattina si sente e ci ritroviamo tutti attaccati ai boccioni per darci almeno una rinfrescata. Molto utili anche le salviette igieniche delle quali abbiamo fatto incetta nei supermercati. In viaggi come questo mai rimanere senza queste salviette per pulirsi, senza amuchina per igienizzarsi e senza fazzoletti di carta da usare per ogni evenienza.

La nostra meta oggi è Swakopmund, la seconda città più grande della Namibia. Sono sicura che dopo tanti giorni trascorsi nella natura selvaggia ci sentiremo un po’ spaesati in questo centro abitato. Tanto più se si considera che questa notte lasceremo le tende sul camion perché dormiremo in un comodo B&B.

Swakopmund, Namibia

Una strada asfaltata è il segnale che ci stiamo riavvicinando alla civiltà. Alle nove e trenta facciamo il nostro ingresso in città. Non solo non sembra più di essere in Namibia, ma addirittura di essere stati catapultati direttamente fuori dal continente africano. Ci ritroviamo immersi nella freddo e nella nebbia tipici di una cittadina del Nord Europa. Anche le case ricordano la parte settentrionale del nostro continente. Del resto la Namibia è stata per lungo tempo colonia tedesca e i segni di questa colonizzazione non passano inosservati.

Andiamo subito ad assicurarci che il B&B che ci hanno segnalato, il Dunedin Star Guest House (500 dollari namibiani per la camera doppia) abbia camere disponibili. Ci sistemiamo nelle stanze spaziose e pulite che ci sono state assegnate, ma il momento di godimento è breve perché quando arriva il mio turno per la tanto auspicata doccia… finisce l’acqua calda. Per la cronaca: il guasto, perché di questo si trattava, non è più stato riparato, per cui anche la mattina seguente ci siamo dovute lavare con l’acqua fredda.

 

Una volta pronti partiamo alla scoperta di questa cittadina apparentemente dormiente che si affaccia direttamente sull’oceano. Per fortuna la nebbia si è alzata lasciando spazio al sole che, durante il pranzo all’aperto nel dehor di un ristorante, ci scalda un po’. Passiamo dai quattro strati di maglie alle maniche corte, ma ormai a questo siamo abituati. Ci spostiamo poi al mercatino dove veniamo letteralmente assaliti dai commercianti. Sicuramente c’è la possibilità di fare buoni affari, ma bisogna avere quella pazienza per discutere e contrattare che io oggi non ho, per cui con altre persone optiamo per una passeggiata sulla spiaggia e poi sul molo di fronte al faro, dal quale riusciamo anche ad avvistare un delfino.

Swakopmund, Namibia

Ammetto che questo posto non mi ha conquistata e forse la ragione principale è proprio da ricercarsi nel fatto che nulla qui parla d’Africa. Seguendo le indicazioni della guida ci dirigiamo in quello che dovrebbe essere il tipico quartiere tedesco che però, per il mio occhio forse superficiale, non ha nulla di diverso da tutti gli altri quartieri della città. Per fortuna però anche Swakopmund ci regala un bel tramonto che ci godiamo camminando sul molo principale della città.

Appena cala il sole e si alza il vento, il freddo inizia di nuovo a farsi sentire in modo prepotente. Ci rechiamo al Lighthouse, ristorante nel quale abbiamo deciso di cenare. Alcuni mangiano piatti a base di carne, altri di pesce, ma per tutti il risultato è lo stesso: grande soddisfazione. Sulla strada del ritorno alla guest house cerchiamo invano una birreria aperta. Non ci resta che andare a dormire godendoci per una notte un comodo letto.

Leggi la puntata precendente: il popolo himba e Palmwag

Leggi la puntata successiva: Solitaire e il Sesriem Canyon in Namibia

A proposito dell'autore

Eletrotter

Vivo a Torino, città che amo profondamente, ma nonostante questo mio amore, spesso, sento l'esigenza di scappare lontano da lei per scoprire altri nuovi splendidi luoghi. Credo profondamente che anche viaggiare sia una forma d'arte e che più il viaggiatore sviluppa curiosità, fantasia e originalità, più saprà creare itinerari di viaggio meravigliosi.

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