In ogni località del Marocco che ho visitato fino ad ora non mi è mai mancata l’occasione di incontrare nuovi amici – o “amici che non sapevo di avere” – compagni di avventura con cui condividere nuove esperienze e vecchi ricordi. Personalità, volti e accenti di ogni parte del mondo che hanno riempito quella cornice di spiagge dorate e palme frustate dal vento con un senso vivo e profondo. La risposta a quella ricerca quasi involontaria di uno specchio umano in cui osservare la propria evoluzione nei modi in cui si è manifestata durante il percorso fatto.

Non so perché a Dakhla, onirica località del Sahara Occidentale e mecca degli amanti del kitesurf, non riuscivo a trascinare alcuna conversazione oltre il banale “da dove vieni, quanto ti fermi, dove andrai”. Non che fosse colpa della gente che avevo attorno, tutti ragazzi gentili e simpatici, ma qualche volta le energie proprio non si fondono e ci si perde in frivolezze senza alcuna importanza.

Dakhla, Sahara Occidentale, Marocco

Eppure qualcuno c’era. Il compagno di cui ero in cerca era proprio il primo ospite ad aver incrociato la mia strada il giorno in cui sono arrivato al campeggio. Biondo, atletico, lo sguardo sornione e il perenne sorriso con i denti bene in mostra, Rino sarebbe il classico surfista bonaccione e sempre pronto a giocare, se non fosse che sulla tavola proprio non ci sa andare.

Dopo un paio di giorni mi sono reso conto che i nostri ritmi – oscillanti tra la pigrizia e il quieto vivere, e conditi da picchi di inattesa sportività – ci stavano avvicinando sempre più. Lo ritrovavo davanti alla mia tenda il mattino appena mi alzavo. Si addormentava sul divano in parte a me la sera mentre leggevo il mio libro. Mi faceva compagnia in silenzio durante i pasti e lo vedevo seguirmi dalla spiaggia mentre andavo sul kite.

Dakhla, Sahara Occidentale, Marocco

Quando una mattina sono sceso in spiaggia a correre, Rino mi ha seguito senza emettere un fiato. Se acceleravo, lo faceva anche lui. Se mi fermavo per riprendere fiato, avanzava di qualche metro, ma poi si fermava per darmi il tempo di raggiungerlo. Quando mi sono fermato davanti alla laguna chiusa dalla penisola su cui sorge Dakhla, è rimasto seduto in parte a me per qualche istante, poi mi è saltato giocosamente addosso, mi ha rifilato qualche leccata in faccia e mi ha morso sulla spalla sinistra. Credo fosse il suo modo per confermare il fatto che eravamo diventati amici.

Dakhla, Sahara Occidentale, Marocco

Il suo affetto spontaneo e istintivo mi ha ricordato quale profondo divario ci sia tra loro e noi. Selvaggio o addomesticato, libero o in cattività, un animale ha sempre ragione perché risponde unicamente ai suoi bisogni primari così come la natura gli ha concesso di percepirli. L’uomo dovrebbe imparare a camminare in punta di piedi al loro cospetto, non per una sorta di malsana devozione, ma perché la nostra presenza turba l’ambiente circostante in una maniera in cui gli animali non sarebbero mai capaci.

Né occorre cospargersi il capo di cenere e fare penitenza per quello che siamo. L’uomo è capace di slanci di incredibile sensibilità tanto quanto di affossare nelle più profonde nefandezze. Tutto ciò che occorre è acquisire la dovuta consapevolezza: siamo la forza dominante di questo pianeta (almeno finché la natura ci consente di crederlo) e dovremmo accettare il nostro ruolo con maggior senso di responsabilità.

Tale responsabilità include inevitabilmente proteggere e rispettare chi è con noi in questo viaggio attraverso il cosmo e non dispone degli stessi mezzi distruttivi di noi primati evoluti. Comprenderne gli istinti e i bisogni, e adeguare la nostra presenza alle loro reazioni: la tecnologia e le scienze umanistiche ci mettono a disposizione tutte le risorse pratiche e intellettuali per farlo.

Dakhla, Sahara Occidentale, Marocco

Privare un ambiente dei suoi legittimi abitanti naturali equivale non solo a un danno irreparabile e ad una sottrazione nella ricchezza che ci circonda, significa privare di un prezioso incontro chi ci succederà nel nostro cammino.

E senza dover andare a rompere le scatole agli orsi nei boschi, a volte una leccata in facci e un tenero morso sulla spalla è tutto ciò di cui abbiamo bisogno per ricordarcelo.

#iostocondaniza

A proposito dell'autore

Flavio Alagia

Laureato in Giornalismo, il mio limbo professionale mi ha portato dagli uffici stampa alla carta stampata, per poi approdare al variopinto mondo della comunicazione digitale. Ho vissuto a Verona, Zurigo, Londra, Città del Capo, Mumbai e Casablanca. Odio volare, amo lo jodel e da grande voglio fare l'astronauta.

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