Un viaggio in Mongolia difficilmente si può archiviare in poco tempo nella libreria dei ricordi.

Prima di raccontare la Mongolia attraverso i paesaggi, i suoi templi e la sua capitale, sento il bisogno di farlo attraverso la sua gente, condividendo quello che ho percepito grazie agli incontri che ho fatto e ciò che ho potuto capire su come essa vive.

La Mongolia ha un territorio pari a cinque volte l’italia e una popolazione di circa tre milioni di abitanti. La metà vive in Ullanbatar, la capitale. La natura e la storia di queste persone sono prevalentemente nomade e molta gente che vive in periferia lo fa con i medesimi parametri. Ho conosciuto appena Ullanbatar, e l’immagine che ne ho frettolosamente colto é di una grande città nel cui centro ci sono alcuni dei tipici cliché presenti in tutte le capitali (palazzi moderni, monomarca, centri commerciali e palazzi del potere), grandi palazzi di ispirazione sovietica pre caduta del Muro, e un’immensa periferia con umili case dal tetto in lamiera colorata e staccionate alternate a gher.

Gher - Mongolia

La gher è l’autentica abitazione della popolazione mongola. Cemento, palazzi, case e asfalto vengono interpretati come qualcosa che passa, transita con una fine. Questo anche il motivo della scarsa manutenzione. La gher no, la gher si monta, si smonta e “cammina”… ma non passa. La gher é un concetto mentale che va al di lá della sua forma, gli elementi che la compongono e che la rendono stabile e sicura. È il mezzo attraverso il quale il nomade vive la sua terra, la rispetta e sopravvive non rimanendo troppo in un luogo e girando.

La ricezione del turismo in Mongolia avviene nei gher camp (una sorta di campeggi attrezzati, con diversi servizi fra cui bagni chimici e docce) o nelle guest house gher, in pratica delle gher messe a disposizione dalle famiglie che le affittano a chi passa, spesso le loro stesse abitazioni, mentre loro in caso di ospiti si adattano sotto a una canadese o all’aperto.

Gher - Mongolia

L’ambiente di una gher é un ambiente unico che rompe gli schemi della privacy e apre volenti o nolenti alla condivisione dei pensieri, delle azioni e del quotidiano. Sono arredate tutte allo stesso modo con le solite piccole variazioni. In ogni gher in cui sono entrata ho trovato al centro la stufa – baricentro fisico, punto di incontro, strumento per scaldarsi nei freddi inverni e di cucina – e i letti disposti attorno, di fianco alle pareti ricoperte di lana e feltro per renderla isolata sia dal caldo che dal freddo.

Gher - Mongolia

Non esiste tavolo se non di minime dimensioni, non esistono sedie se non piccoli panchetti. Cucinare, conversare, mangiare, sono azioni da fare seduti a terra o al massimo sul letto con l’aiuto di una tavola provvisoria. Sotto al letto ci possono essere piccole dispense alimentari. Non esistono elettrodomestici, perché spesso non esiste elettricità se non tramite batterie. La conservazione della carne la si puó affidare al supermarket, se non si vive troppo isolati.

Quando si entra in una gher non si bussa, si diventa partecipi di un rituale anche senza saperlo. Devi necessariamente sollevare il piede per entrarvi e superare uno scalino, e questo è indice di rispetto verso il capofamiglia. Le donne si siedono a terra a destra, gli ospiti a sinistra. Il capo famiglia prende posto di fronte alla porta. Una volta seduti si è coinvolti nel rito del bere e mangiare prodotti caseari e carne preparata al momento. Sulle pareti, fra gli intrecci che sostengono la gher, vengono messi i soldi da tenere a portata di mano, occhiali e cellulari. C’e un piccolo altare dove fare doni agli spiriti – qualche soldo e dei dolci – ed un piccolo mobile credenza dove esporre cartoline e fotografie. I letti sono spesso molto duri e corti, e quando si va a dormire bisogna ricordarsi di stare con i piedi verso l’uscio, un segno di rispetto verso le divinità che proteggono la famiglia.

Gher - Mongolia

La gher è una struttura mobile ma stabile, ed è ciò che ha permesso la sopravvivenza del popolo mongolo durante i lunghi inverni, le cui temperature arrivano anche a 40 gradi sotto zero. Qui lo spazio fisico sostiene un’organizzazione mentale e familiare il cui baricentro è la donna. La donna svolge i classici lavori domestici, è madre e collabora ad ogni lavoro fisico. Ho visto donne spaccare la legna, cucinare, predisporre pasti, accudire i figli, tosare pecore e mungere animali. Tutto è organizzato e costruito in funzione di una forma di adattamento e di rispetto verso l’ambiente. Ma ciò che colpisce oltre ogni immaginazione è il concetto di accoglienza e ospitalità.

Gher - Mongolia

Nel prepararmi in questo viaggio ho letto spesso sulla cordiale ospitalità della gente mongola. Viverla ha reso questo viaggio un’esperienza unica. Sebbene la mancanza di docce e servizi nelle gher familiari rende l’esperienza di viaggio più difficile rispetto ad un gher camp, ciò che si vive nelle ore ospiti delle famiglie è un valore aggiunto di grande importanza. Si ha solo così modo di osservare il loro spontaneo modo di affidare ciò che hanno, condividere, accogliere. Queste azioni, che spesso noi occidentali abbiamo rimosso, permettono a questa gente di sopravvivere. Tutto ciò che donano e affidano è una merce di ricambio, che transita, secondo il principio “io oggi posso donare, ospitare, condividere, affidare. Domani quando ne avrò bisogno, qualcuno lo farà per me”.

Il soldo non è il principio che veicola le interazioni, sebbene i nove euro che pagavamo in due per dormire fossero un sostegno importante all’economia domestica. La serenità che ho colto nel senso di profonda condivisione non passava attraverso quei soldi. Quando ci siamo abbracciati nel salutarci sapendo che non avremmo saputo più nulla l’uno dell’altro, quando comunicavamo a gesti perché quasi nessuno possiede una minima nozione di inglese, quando si mostravano con indosso i regali che lasciavo o ricambiavano con un sorriso il dono di una “american tabacco“, tutto questo non aveva il sapore di nessun soldo.

Informazioni pratiche

Mongolia Tours è il tour operator a cui ci siamo affidati e che ci ha permesso di vivere questa esperienza di condivisione con la popolazione nomade all’insegna dell’eco-sostenibilità.

Nessun nomade chiederà nulla oltre a ciò che è stato pattuito in cambio della ospitalità. È però un gesto molto apprezzato il dono di qualche oggetto, vestitini per i bambini, libri illustrati, sigarette. Quando si vive in mezzo al deserto questi sono gesti fondamentali che rispecchiano il valore del dono e dell’ospitalità.

Foto di copertina: gher in Mongolia, di Sergio Conti

A proposito dell'autore

Barbara Ciccola

Insegnante di professione, turista per passione, fotografa per diletto. Amo sognare e progettare i miei viaggi come un modo per conoscere e scoprire me stessa. Parecchi i viaggi fatti, molti di più quelli ancora da fare e da raccontare.

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