È domenica sera, le elezioni che potevano rappresentare una svolta epocale per la Turchia si sono appena concluse e i ragazzi che condividono con me il salotto di questo appartamento a Tunali, il quartiere più alla moda di Ankara, fissano in silenzio lo schermo del televisore. Da diverse ore il notiziario nazionale sta proponendo a reti unificate l’aggiornamento in tempo reale dei risultati del voto.

Il Partito Giustizia e Progresso (Akp) di Recep Tayyip Erdogan è sempre più solo al comando. Ormai la sua vittoria è ineluttabile. La formazione di sinistra Partito Democratico del Popolo (Hdp) – quella più vicina ai Curdi – ha superato la soglia di sbarramento necessaria per entrare in parlamento, ma è passata dal 13 per cento ottenuto a luglio a poco più del 10 per cento. Erdogan è di nuovo il sultano della Turchia, potrà governare senza scendere a patti con nessuno.

La delusione dei miei compagni è visibile, la loro frustrazione è profonda e dolorosa. Sono tutti giovani professionisti tra i 30 e i 40 anni, rappresentano la Turchia desiderosa di sviluppo e cambiamento. Vogliono la pace, vogliono che cessi l’insulsa persecuzione dei Curdi – un crimine contro l’umanità senza giustificazioni storiche né sociali – vogliono essere liberi di pensare, di esprimersi e di agire. Rispettano la cultura musulmana del loro Paese, ma vogliono poter uscire il venerdì e il sabato sera, quando i locali di Tunali ribollono di festanti, per bere e ballare fino alle quattro del mattino. Vogliono poter scegliere come educare i propri figli e come vestirsi nel tempo libero. Vogliono amarsi liberamente, vogliono viaggiare e vogliono poter accogliere in casa loro il mondo che bussa alle porte della Turchia.

Elezioni in Turchia - Ankara

Sono arrivato ad Ankara due giorni prima delle elezioni, due settimane dopo il drammatico attentato che ha fatto una strage di oltre 100 persone davanti alla stazione centrale della capitale, attentato rivendicato poco dopo dai terroristi dello Stato Islamico. Quel giorno, il 10 ottobre, era in corso una manifestazione per la pace organizzata da sindacati e da associazioni filocurde e di sinistra – ovviamente una manifestazione particolarmente invisa al governo, su cui sono ricaduti l’onta e più di un sospetto riguardanti la facilità con cui è stato perpetrato il terribile gesto – e si attendevano già con ansia le nuove votazioni annunciate a sorpresa dal presidente Erdogan. Evidentemente non gli erano andati giù i risultati ottenuti a luglio, espressione di un’evoluzione nelle pulsioni del popolo turco, in cerca di maggiore pace e libertà.

L’attentato del 10 ottobre sembrava l’ultimo tassello caduto in posizione in una lunga fila di azioni destabilizzanti e oppressive. La chiusura di giornali antigovernativi, l’arresto di attivisti e oppositori, la stigmatizzazione di Curdi, profughi e migranti, l’indebolimento delle frontiere con Siria, Iraq e Stato Islamico. Erano tutti elementi rivolti nella stessa direzione: massimizzare il senso di paura e smarrimento nella popolazione, dirigere l’elettorato verso un potere forte e rassicurante, costringere il popolo turco a scegliere tra la libertà e la sicurezza.

Attentato 10 ottbre 2015 – Ankara, Turchia

Una pratica diffusa e consolidata tra le fragili democrazie mediorientali. Un sistema di propaganda aggressiva e martellante che di recente avevo già visto realizzarsi con successo nel vicino Egitto, quando il panico di un popolo vessato dalla violenza aveva portato in trionfo l’ex generale dell’esercito Abdel Fattah el-Sisi. Ora la storia si ripete, cambiano le bandiere ma gli slogan sono sempre gli stessi. Il nemico è alle porte, dobbiamo essere uniti, solo noi possiamo proteggervi.

Ero arrivato, dicevo, quando il dolore per la morte di tanti innocenti era ancora vivo e tangibile, ma quella che ho trovato non era una città rassegnata alla paura e allo sconforto. La vita ad Ankara – una città di oltre 4,5 milioni di abitanti che nonostante le dimensioni mantiene un tasso di criminalità urbana rasente lo zero – era andata avanti. La sera i giovani uscivano e si divertivano, le strade erano intasate dal traffico, la popolazione era cordiale e accogliente. La paura c’era, ma non tutti temevano lo stesso pericolo.

“Abbiamo paura, certo. Siamo molto preoccupati – mi aveva spiegato Alp, impiegato di banca nonché padrone della casa che mi ospitava – abbiamo paura che se vince di nuovo Erdogan la Turchia diventi sempre più conservatrice, islamista e opprimente.”

La tendenza islamista è un’orientamento di cui Erdogan si può prendere ogni merito. Politico di grande carisma, ex sindaco di Istanbul, primo ministro dal 2013 al 2014 e presidente subito dopo, Erdogan ha arricchito la sua scalata al potere con continui riferimenti all’Impero Ottomano. Come quando ha accolto il presidente palestinese Mahmoud Abbas con una guardia d’onore in uniforme tipica dell’epoca ottomana. Valori e riferimenti di un glorioso impero passato – vi ricorda qualcuno? – a cui ha associato un rinnovato fervore religioso: “Abbiamo una sola preoccupazione – aveva dichiarato all’indomani delle elezioni di luglio – ed è l’Islam, l’Islam e l’Islam.”

Non era certo quello che aveva in mente il padre della nazione, Mustafa Kemal Atatürk, di cui il Paese conserva ancora un culto della personalità che rasenta il fanatismo. Atatürk aveva cominciato a scalare i ranghi dell’esercito nella guerra con l’Italia (1911-1912) e poi tra il 1919 e il 1922 aveva guidato il suo popolo nella guerra di liberazione che ha portato alla costituzione del moderno stato turco: una repubblica democratica e secolare.

Anıtkabir, mausoleo Atatürk - Ankara, Turchia

Oggi una parte della Turchia festeggia il ritorno in grande stile del suo eroe, l’invincibile Erdogan, salvatore della patria. Ma almeno la metà della popolazione vive con ansia il rafforzamento del potere dell’Akp e rimpiange un’occasione perduta per rinascere e rinnovarsi. In fondo alla scala politica ci sono ancora loro, i Curdi, contro i quali non c’è dubbio che si rinnoveranno oppressione e persecuzioni.

A proposito dell'autore

Flavio Alagia

Laureato in Giornalismo, il mio limbo professionale mi ha portato dagli uffici stampa alla carta stampata, per poi approdare al variopinto mondo della comunicazione digitale. Ho vissuto a Verona, Zurigo, Londra, Città del Capo, Mumbai e Casablanca. Odio volare, amo lo jodel e da grande voglio fare l’astronauta.

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