Per anni ho desiderato varcare i confini di Israele e Palestina, di esplorare con i miei occhi questo crogiolo di genti e di destini spesso tragici. Ho però delle idee precise sull’occupazione e sull’espansione coloniale israeliana, e sul conflitto in corso dal 1948, anno in cui furono distrutti centinaia di villaggi palestinesi provocando l’esodo di 700.000 persone, evento ancora noto nel mondo arabo come al-Nakba, “la Catastrofe”, e commemorato ogni 15 maggio. Non volevo lasciarmi inglobare da una forma di turismo superficiale e strumentale, e così per anni ho aspettato un’alternativa etica per le mie aspirazioni.

Alla fine di aprile Nena News, agenzia di stampa focalizzata sul Medio Oriente, ha offerto la possibilità a me e a un gruppo di giornalisti di partecipare a un percorso conoscitivo per misurare con i nostri passi la reale entità dell’occupazione della Palestina. Un percorso che ha avuto uno dei suoi momenti più intensi a Hebron, in Cisgiordania.

Hebron, Cisgiordania, Palestina

Hebron è il nome ebraico della seconda città più sacra della Palestina dopo Gerusalemme. Gli arabi la chiamano al-Kalil, “l’amico”, riferendosi al patriarca Abramo ai cui tempi è spesso fatta risalire la sua fondazione. Ma l’importanza di Hebron nel panorama del conflitto israelo-palestinese emerge nel 1968, quando i componenti di Gush Emunim (“Blocco di fedeli”) guidati dal rabbino Moshe Levinger accedono alla città travestiti da turisti svizzeri e decidono di occupare un albergo di proprietà di una famiglia palestinese.

Da quel nucleo nasce la comunità ebraica di Hebron: uomini e donne per lo più provenienti dagli Stati Uniti ma che pretendono di discendere dagli antichi Ebrei che abitavano la città migliaia di anni fa. Si estendono sfruttando la contiguità dei palazzi del centro storico che occupano illegalmente uno dopo l’altro. Talvolta installano una piccola abitazione di lamiera sul tetto e fanno di tutto per convincere gli inquilini sottostanti ad andarsene, senza trattenere minacce, offerte di denaro o il lancio di rifiuti e liquami, al punto che molte abitazioni e negozi sono protette da una rete che con il tempo arriva a raccogliere una piccola discarica sospesa a mezz’aria. Qualunque intervento edile oltre alla rete viene immediatamente bloccato dall’esercito israeliano per non meglio specificati motivi di sicurezza.

Il recente passato di Hebron racconta una storia tragica e dolorosa. Nel 1929 una folla araba uccide oltre 60 ebrei incitata da alcune voci che li volevano intenzionati a prendere il controllo del Monte del Tempio, mentre molti dei superstiti vengono protetti da famiglie palestinesi che li nascondono in casa. Nel 1994 il fondamentalista ebreo Baruch Goldstein spara con un fucile d’assalto sulla folla di musulmani in preghiera nella Tomba dei Patriarchi uccidendo 30 persone e ferendone 125. Il complesso monumentale viene chiuso per nove mesi e al momento di riaprire i fedeli musulmani si ritrovano costretti ad un’area di gran lunga inferiore rispetto a prima per fare spazio alla nuova sinagoga.

Oggi la Tomba dei Patriarchi – un complesso di grotte ed edifici sacri che pare ospitare le tombe di Abramo, Isacco e Giacobbe – comprende sia una moschea che una sinagoga, e il suo ingresso è costantemente vigilato dall’esercito israeliano. Una divisione che rispecchia quella della città, divisa in zona H1 dove abitano i palestinesi, e zona H2 destinata ai circa 700 ebrei che convivono con 30.000 arabi, un numero che negli ultimi anni si è fortemente ristretto in seguito alle pressioni esercitate dal controllo militare israeliano.

La convivenza tra coloni e palestinesi a Hebron degenera spesso in scontri e violenze, sui cui però la legge non si esprime sempre allo stesso modo: pur essendo ufficialmente in Cisgiordania e quindi soggetta al controllo dell’Autorità Palestinese, Hebron è sottoposta all’occupazione militare di Israele. Di conseguenza gli israeliani sono soggetti alla legge civile, ma i palestinesi sono sottoposti alla legge militare.

L’Hebron Rehabilitation Committee (HRC) è un’organizzazione palestinese nata con lo scopo di proteggere il patrimonio culturale della città, rivitalizzare il centro storico e difendere la popolazione palestinese. È nella sede dell’associazione che incontriamo Ahmed, la nostra guida nonché uno dei volontari dell’HRC.

Hebron, Cisgiordania, Palestina

Ahmed ci accoglie con calore e cordialità, ma la sua voce è tesa e vibrante mentre condivide con noi la sua esperienza quotidiana: i suoi racconti parlano di esecuzioni sommarie, espansionismo coloniale favorito dalla protezione dell’esercito, arresti ingiustificati, detenzioni arbitrarie.

“Se un colono attacca un palestinese questi non ha il diritto di difendersi, eventuali testimonianze di palestinesi o stranieri sono ignorate, il video è l’unica prova utile. Ma un colono non sarà mai arrestato per aver attaccato un Palestinese, a meno che non venga ripreso mentre lo uccide.”

A un certo punto Ahmed ci saluta, lo ritroveremo più tardi al negozio del padre, un commerciante che come tanti altri nel centro storico ha ereditato l’attività dai genitori e la difende nonostante le offerte di denaro e i soprusi. Noi siamo diretti verso l’insediamento coloniale, a Shuhada Street, la “via dei martiri”, ribattezzata Emek Hebron dai coloni. L’ingresso della strada è vigilato continuamente dalla polizia di frontiera e le pattuglie dell’esercito hanno una caserma in un’ex stazione degli autobus.

Ai palestinesi non è permesso varcare questa strada, un’arteria commerciale fondamentale per la zona H2 la cui chiusura ha causato il fallimento di oltre metà delle attività commerciali palestinesi. La popolazione araba qui teme di essere colpita a vista e preferisce passare per il cimitero musulmano che scorre parallelo a un tratto di strada, ma con noi occidentali passanti e militari sono abbastanza gentili. Siamo diretti nel cuore della cittadella ebraica, in cerca di un colono con cui parlare e da cui farci raccontare la vita a Hebron dall’altra parte delle barricate.

La nostra ricerca è appagata dall’incontro con un anziano proveniente da New York, ma residente a Hebron da molti anni. “Se questa non è la terra degli Ebrei – ci dice – allora allora tutta la storia del mondo è falsa. La prova è nella Bibbia.”

“Prima di noi c’erano i musulmani, i cristiani… tutti hanno conquistato e ucciso. Anche gli Ebrei si sono imposti con le armi, ma il resto del mondo pretende di giudicarci e di dirci cosa possiamo o non possiamo fare.”

Indubbiamente non abbiamo incontrato il più pacato tra i coloni della città, o il membro più rappresentativo delle nuove generazioni. Parlando con noi il suo fervore cresce, le sue invettive si condiscono di riferimenti alla Torah e agli antichi Egizi.

Michele Giorgio, fondatore di Nena News e inviato de Il Manifesto, gli chiede che cosa ne pensa dell’America. “Gli americani sono nemici di Israele, sono nemici di tutto il mondo. Erano buoni… ora sono uguali ai nazisti. Forse con Trump le cose torneranno a migliorare, ma non gli permetteranno di diventare presidente. L’America di oggi non è la vera America.”

A proposito dell'autore

Flavio Alagia

Laureato in Giornalismo, il mio limbo professionale mi ha portato dagli uffici stampa alla carta stampata, per poi approdare al variopinto mondo della comunicazione digitale. Ho vissuto a Verona, Zurigo, Londra, Città del Capo, Mumbai e Casablanca. Odio volare, amo lo jodel e da grande voglio fare l'astronauta.

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1 risposta

  1. lucavivan

    Complimenti, un racconto di viaggio fuori dal coro! Per apprezzare una destinazione bisogna anche conoscere i suoi lati tragici.

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