16 giorni sulla RN7, 2200 km percorsi in jeep: questo il nostro viaggio in Madagascar. Cosa sapevo del Madagascar prima di partire?

Sapevo che è la patria dei buffi lemuri, camaleonti e dei baobab, il mare è meraviglioso, che su questa isola vive il 7% della bio diversità, che è uno dei paesi più poveri del mondo. Dopo questo viaggio, cosa posso dire? Ho visto i lemuri, i camaleonti e i baobab è già solo questo è valso il viaggio. Il mare a sud nello specifico Anakao, è meraviglioso.

Sorprendente Madagascar

Il Madagascar è realmente un paese molto povero ma questa povertà deve essere raccontata e per quanto possibile spiegata perché questa isola è Africa, e per quanto crudele, parlare di povertà e di sfruttamento, in questo continente, è quasi cosa scontata. Se un viaggiatore è attento, la RN7 può raccontare molto dei malgasci e del modo di vivere di questo popolo, dando delle chiavi di lettura.

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Questa strada è stata il teatro principale del mio Madagascar, la main street che mi ha portato nei parchi a vedere flora e fauna, che mi ha condotto dall’alto piano al mare, che mi ha mostrato come vivono i malgasci osservando il loro flusso animato ai bordi. Lungo questa strada, l’unica che possa veramente definirsi tale in tutto il paese, si incontrano città e villaggi fatti di case di cemento, mattoni, terra, lamiere. Dipende, da dove sei (il sud è molto povero e ha case meno attrezzate) ma, ovunque, la RN7 è una strada di vita. Poche le macchine, pochissimi i camion, tanti i taxi bruss che con un concetto tutto africano di sicurezza la attraversano ad ogni ora, carichi di bagagli e gente.

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Essa è fatta di un asfalto oramai abraso le cui buche vengono coperte e scoperte da bambini a caccia di un bon bon o un soldino, una strada con le nuvole, poi con il sole, poi con in buio e sotto le stelle. È stretta, a volte di asfalto, spesso accidentata. Una strada che ci ha fatto attraversare paesaggi che sembrano infiniti, risaie, villaggi. Una strada che vive della sua gente di giorno e di notte, anche quando tutto è buio, ma di un buio che un europeo non immagina prima di viverlo qui.

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La vita di questa gente è fuori, all’aperto, come le loro case sempre aperte, i panni stessi, a lavare i vestiti al fiume, a battere il riso, a badare ai bambini, a vendere ortaggi, a giocare o aspettare qualcosa e qualcuno che chissà quando e se mai arriverà. La RN7 più che una strada è un flusso di vita di uomini, di donne, bambini, paesaggi, animali: carretti guidati da zebù, carretti di legno carichi di merce trainati dagli uomini in salita e a discesa libera in discesa, enormi piante fiorite che noi abbiamo sui nostri tavoli in piccoli vasi, di bimbi che giocano o che fanno km con le taniche gialle prima vuote puoi piene di acqua, tanta gente che vive la sua vita camminando lungo le strade o lavorando, fino a tarda notte.

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La RN7 per me è stata come un libro aperto pieno di immagini e figure e, quando desideravo approfondire qualcosa chiedevo al bravo driver Fredel cosa volesse dire: perché quella usanza? Perché fare una cosa in quel modo e non in un altro? Lui, con pazienza mi informava sulle “due possibilità” che ogni cosa che chiedevo aveva, perché sì, ho capito in questi 16 giorni che, in questa isola, è difficile dire no e piuttosto, tutto può avere due strade, due modi di interpretare due punti di vista; appunto due possibilità. Nessuna delle due è più corretta, semplicemente la mattina ci si sveglia e si sa che ogni cosa o quasi ha due possibili interpretazioni e ciascuna ti porterà a ciò che vuoi ottenere mora mora, cioè “piano piano”.

Così mora mora, questa gente che oggettivamente non può non essere definita materialmente povera si alza la mattina e vive la sua sussistenza procacciandosi cibo, camminando per ore a piedi scalzi per avere l’acqua, scambiando merci con gli altri componenti del villaggio e cercando di vendere qualcosa per poter monetizzare ed eventualmente comprare ciò che non si può scambiare, ossia medicine e istruzione.

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I soldi ad una famiglia servono essenzialmente per questo: al resto si provvede in qualche modo. La sussistenza è sostenuta dal baratto, lo scambio, l’agricoltura, la condivisione su cui hanno costruito il loro modo di vivere aperto e comunitario. In questo modo sopravvivono e spesso vivono, in un sistema dove la famiglia ed i figli sono tutto, dove il soldo è solo importante per ciò che di più prezioso si ha, ossia la salute e la scuola.

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Però le variabili sono tante e dentro questa sussistenza ci sono numeri drammatici su longevità e analfabetismo, persone e vite fragili che danno poco spazio ai nostri rimpianti nostalgici per una vita più solidale di quella che oggi ci appartiene e che, forse un tempo, anche se in modo diverso, era in occidente. Il Madagascar che ho incontrato è una terra ferita, dove il disboscamento scellerato, senza un progetto a favore di occidentali a caccia di legni preziosi, o locali che vogliono coltivare, è un gravissimo problema. Poche le realtà in cui sono stati creati parchi nazionali per favorire un turismo consapevole per gente locale. Tutto o quasi sta diventando terreno coltivabile, certo, anche per la sussistenza: ma quale sussistenza si può avere senza un progetto e deturpando un ecosistema?

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Solo l‘1 per cento della popolazione è laureata, le lauree sono prevalentemente legate a gestione dei servizi. Mancano ingegneri, medici, gente che potrebbe migliorare oggettivamente la vita dei malgasci con strade e medicine. La salute può essere una utopia in un luogo dove molto è ancora affidato alle piante officinali e rimedi casalinghi o nella miglior delle ipotesi a medicine acquistate da bambini venditori nei mercati all’aperto.

Scuola, salute, infrastrutture sono gestite, per quel poco che c’è, spesso da enti stranieri con raccolte di fondi, ma tutto ciò ricade in piccole realtà locali, con infrastrutture scarse, in un paese 4 volte l’Italia dove la gente agisce per sopravvivere. Nella sua povertà il Madagascar sarebbe anche ricco di pietre preziose, ma per estrarle occorrono progetti, imprese, marketing e fiuto per gli affari.

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Tutte cose che un popolo colonizzato fino agli anni 60, poco scolarizzato, con problemi oggettivi di sussistenza, corruzione, instabilità politica, senza imprese e che deve vivere per sopravvivere non può saper gestire. È così che un minatore percepisce 2€ al giorno per scavare sotto al sole e quando noi occidentali compriamo uno zaffiro malgascio, devolviamo, più o meno inconsapevoli, i nostri soldi a mercanti senza scrupoli del vecchio continente, mentre la gente dei villaggi minerari vive fra le povertà più evidenti dell’isola.

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Un viaggio sulla RN7 è un viaggio umano che ti porta per mano, giorno dopo giorno dentro l’anima di questa isola, dalla bellezza tanto evidente quanto fragile. Chi decide di conoscere questa terra, veramente, con gli occhi di chi vuole capire quel che vede quando viaggia, deve progettare un itinerario su questa strada e tenere gli occhi aperti facendosi domande. Tornando a casa, sarà più facile trovare le risposte e le giuste parole per definire la propria vita, le proprie sicurezze, senza rimpianti nei confronti dei tempi passati e senza dare, di ciò che si possiede, nulla per scontato.

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A proposito dell'autore

Barbara Ciccola

Insegnante di professione, turista per passione, fotografa per diletto. Amo sognare e progettare i miei viaggi come un modo per conoscere e scoprire me stessa. Parecchi i viaggi fatti, molti di più quelli ancora da fare e da raccontare.

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