Io e Marianna siamo molto amiche. Le mie scelte di vita ci hanno separato. Ed è cosi che io dalla Colombia, lei da Bruxelles decidiamo di incontrarci a San José di Costa Rica per passare insieme le sue ferie estive e il mio break dal mio nuovo business: un ostello in Colombia!

Il nostro viaggio in Nicaragua non era stato per niente pianificato, l’obiettivo era semplicemente distruggerci di spiagge e natura in Costa Rica e tornare a casa con tante foto. Ma no. La Costa Rica ci ha reso la vita troppo difficile: troppo fango, troppi turisti, troppo cara, troppe strade terribili, troppo sole per due settimane di viaggio. Una volta a Tamarindo quell’idea di attraversare la frontiera continuava a girare e rigirare nella testa, quel paese dall’altra parte ci stava chiamando. Il bello di essere viaggiatori, e non turisti, è saper improvvisare, lasciare che il viaggio ti sorprenda perché quello che non pianifichi risulta essere, alla fine, la scelta più giusta che ha fatto. E la nostra non ha fatto eccezione a questa regola.

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E così alle cinque di mattina ci svegliamo e via…inizia la prima corsa in bus fino alla città di Liberia. Il bus è come uno urbano, senza aria condizionata e si ferma 1000 volte durante il tragitto per raccogliere tutti i poveri ticas e nicas – così si chiamano gli abitanti del Costa Rica e del Nicaragua, che non si stanno però molto simpatici – che vanno a lavorare. Decisamente “provate” da questo primo mezzo di trasporto ci imbarchiamo a Liberia per Pena Blancas, la località di frontiera. L’autobus ci lascerà lì, poi il confine lo attraverseremo a piedi: io, Marianna e la nostra mochila (zaino).

Io ho già attraversato a piedi la frontiera tra Colombia ed Ecuador ed ho già un’idea di quello che mi aspetta. Marianna no: è confusa, impaurita, immagino non avrà smesso di chiedersi chi glielo ha fatto fare di improvvisare così le sue preziosissime ferie estive. Ma alla fine viviamo intensamente l’esperienza del passaggio di frontiera, il cambio di monete, i venditori ambulanti, i tassisti abusivi, ecc. Prendiamo un taxi autorizzato e ci dirigiamo stremate verso San Juan del Sur. Ci solleva molto vedere che le strade, almeno nel sud del Nicaragua, sono efficienti e che gli spostamenti non sono troppo ostici.

In Nicaragua possiamo permetterci il lusso di una stanza privata con bagno privato. Questo lusso ce lo regala l’Hotel Pacifico, dove ad accoglierci c’è una simpatica coppia, un portoghese ed una australiana che durante tutto il viaggio (ma anche dopo) saranno oggetto dei nostri continui gossip: spiegare il perché sarebbe troppo complicato e, forse, ci prendereste per stupide.

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Al Pacifico incontriamo anche Assef, un altro ragazzo che lavora alla reception, che ci fa sentire subito a casa e ci conquista per la sua premurosità e genuinità e soprattutto con il suo rum con Coca Cola (il rum del Nicaragua è buonissimo!).

Sentiamo già le “good vibes” di questo posto e ci compiaciamo della nostra scelta di aver varcato il confine. La nostra permanenza a San Juan è di tre giorni e ci regala momenti indimenticabili: il cielo del Nicaragua resterà sempre nei nostri occhi e nel nostro cuore, così come i suoi tramonti affascinanti, l’immensa statua del Cristo – seconda al mondo dopo quello di Rio – la sua tranquillità, le sue immense spiagge (playa Hermosa e playa Madera resteranno sempre nei nostri cuori), la forza dell’Oceano Pacifico, la “selvaggità” della sua natura, la Ruga (come noi abbiamo battezzato la tartaruga) che nel cuore della notte deposita le uova in spiaggia e lentamente ritorna in acqua, il succo di pathaya con il suo colore fucsia acceso….e molto altro.

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San Juan è stato anche esperienza di vita. Perché viaggiare è anche conoscere altre culture e vivere avventure. Come, ad esempio, la cena del venerdì sera degli ebrei, a cui siamo state invitate dal nostro amico Assef. Senza aprire nessuna forma di dibattito religioso, è stata un’esperienza interessante, siamo state accolte in modo caloroso, abbiamo mangiato bene (cosa per noi importantissima) e, last but not least, abbiamo conosciuto il rabbino e i suoi figli. “That made our trip worth” e non vediamo l’ora di partecipare a un altro evento del genere in qualche altra parte del mondo. Un’altra indimenticabile avventura che ci porteremo dentro è quando alla playa de la Flor abbiamo visto le tartarughe deporre le uova.

E quando dico che il viaggio è anche il percorso, lo dico nel vero senso della parola, perché è nel tragitto che ti porta da un posto all’altro che accadono le cose migliori. Ed è così che il nostro percorso è stato “allietato” da una guida un po’ troppo brilla che preferiva parlarci del film che avevano girato i colombiani in quelle spiagge, piuttosto che delle tartarughe. Nessuno dei membri del gruppo era particolarmente compiaciuto della sua presenza, ma pazienza, il viaggio/percorso è anche questo!

Il viaggio continua ed è ora di lasciare posti e persone meravigliosi per un’altra avventura. Proseguiamo verso la piccola città di Granada, città coloniale dove non c’è influenza gringa, né italiana, come la nostra guida Calos ha voluto farci credere, ma che è sicuramente una città molto carina e colorata e dal cielo sempre bellissimo. Noi, per sentirci subito a casa, abbiamo deciso di mangiare ogni giorno nello stesso ristorante, El Chilito, dove con tre euro a testa abbiamo riempito lo stomaco di carne, riso, banane fritte e banane dolci. Qui ri-incontriamo una coppia di neozelandesi conosciuti a San Juan e il nostro amico israeliano: un gruppo, una garanzia. Saranno i nostri compagni di Happy Hour con due mojitos a tre euro. Happy hour a parte, siamo stati insieme al vulcano Masaya, a vedere la lava. Uno spettacolo davvero affascinante ed impressionante, detto poi da una siciliana che vive accanto all’Etna, beh, potete crederci!

Ma il Nicaragua non ci riserva solo la pura vida. Inconsapevoli, decidiamo di faticare e di farci due ore di camminata in salita ripida verso un altro vulcano: il Mombacho. Decidiamo di farlo per smaltire la colazione domenicale tipica dei nicas, il Nacatamal (cercatelo su Google per farvi un’idea della “delicatezza” di questo pasto tipico) e perché non ci va di aspettare per un’ora la jeep che dalla biglietteria ci porta in cima; così ci avventuriamo con un’altra coppia di italiani. Non riesco a descrivere la salita, è stata veramente troppo, più della scalata al vulcano Arenal in Costa Rica, esperienza che già avevamo classificato come la più dura della nostra vita. Non ci siamo godute la permanenza sul vulcano perchè eravamo troppo stanche e siamo tornate giù dopo mezz’ora e via, di nuovo a pranzo nel nostro ristorante preferito in città.

Un’altra esperienza che sicuramente ci ha segnato è stata la visita al mercato di Masaya: è il più fornito del centro America in termini di artigianato, ma oltre il reparto souvenir c’è un mondo intero da scoprire. Un mercato immenso, che ricorda molto quelli asiatici; il reparto alimentare ci mostra quello che stavamo cercando, dopo aver conversato allegramente su una spiaggia di San Juan con due toscani: la carne buttata sul bancone nonostante il caldo umido allucinante con le mosche che ci volano intorno, un’altra esperienza di vita autentica direi.

Il viaggio è quasi agli sgoccioli e siamo costrette a tornare a San José per attraversare di nuovo la frontiera. Questa volta lo facciamo con un bus internazionale, ma l’esperienza resta comunque autentica e praticamente invariata rispetto a quella precedente:. i passeggeri, infatti, sono quasi tutti provenienti dai diversi Paesi centroamericani che, come sempre purtroppo, devono sottoporre a lunghi controlli antidroga da parte dei “Narcoticos de Nicaragua” e devono restare sul bus per essere controllati.

Noi, invece, possiamo scendere e immergerci tra i venditori ambulanti di acqua, pollo, carne, souvenir addirittura del Guatemala, penne di lana con scritto “Mi amor”, “Te quiero” “Dame la pension”, ecc. per poi attendere un sacco di tempo in fila al Controllo Passaporti all’ingresso in Costa Rica (un solo funzionario per una coda interminable di gente!).

Una delle domande che mi sono fatta più volte durante il viaggio e a cui non ho trovato risposta alcuna è la seguente: ma il Costa Rica, così caro, così inefficiente, così carente di infrastrutture, come è possibile che sia diventato così turistico, mentre il Nicaragua, che ha le stesse bellezze del Costa Rica ma a prezzi più bassi, e ha delle strade decenti, è ancora così elitario e vittima di pregiudizi? La domanda me la continuo a porre anche adesso che non sono più lì, ma sicuramente io e Marianna ne conserveremo a lungo un bellissimo ricordo.

Le nostre strade si separano a San José: io vado a prendere una serie di voli che mi riporteranno in Colombia, lei si concede una notte di lusso in un hotel con piscina e bagno privato (meritatissimi dopo tante notti in ostello) e una hamburguesa all’Hard Rock Café.

Pura vida. Dura vida. Pura amiga.

A proposito dell'autore

Giulia Collura

Classe ’82, siciliana. Ho vissuto in varie parti d’Italia (Roma, Genova), d’Europa (Madrid, Dublino, Bruxelles) e del mondo (Perù, Cile, Cambogia, Colombia). Stanca della vita di ufficio, dopo 5 anni di lavoro a Bruxelles nel 2014 ho mollato tutto e ho iniziato a viaggiare e adesso, insieme ad altri due soci, ho aperto un ostello su una fantastica isola del Caribe colombiano dove aspetto tutti i lettori di Non solo Turisti!

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