Nel Laos a fine estate è piena stagione monsonica, si balla un po’ in aereo ma le cascate sono uno spettacolo.

Siamo da un paio di giorni a Luang Prabang e dopo i templi è arrivata la giornata delle cascate di Tad Kwang Si, a una trentina di chilometri dalla città. Obbligatoria la sosta a un villaggio delle minoranze, così le chiama Thong, la nostra guida che appartiene evidentemente alla maggioranza: questi sono Hmong, “spostati qui” dal governo per dissuaderli dal coltivare papaveri da oppio, ci spiega Thong. Per vivere ora coltivano riso e arrotondano il bilancio familiare vendendo braccialetti, stoffe, borsette ricamate… insomma i soliti souvenir per i turisti, mia moglie compra braccialettini da una bambina che ci regala un timido sorriso e stoffe da una vecchietta molto dignitosa.

Tad Kwang Si - Laos

L’ingresso del parco delle cascate è circondato da decine di negozietti e ristorantini. È un luogo molto frequentato, ci dice Thong, ma in questa stagione, quella dei monsoni, non si può fare il bagno e viene poca gente. Il bagno? I miei dubbi aumentano quando entriamo nel Centro di Recupero degli Orsi, visita compresa nel prezzo del biglietto del parco. Sì, lo so che sono orsi confiscati ai bracconieri, ma vederli in un recinto fa lo stesso tristezza.

Finalmente le cascate. All’inizio è una piena di acqua gialla che scorre rapida tra gli alberi, poi si sale ed è tutto un intrico di salti d’acqua, di cascatelle laterali, di vortici tra le radici dei bambù. Un caos liquido che la luce che filtra tra gli alberi rende quasi ipnotico. Sali ancora, il rumore aumenta, gli alberi si aprono e ti fermi ammutolito: una grande cascata – che altro termine si può usare? – scende con una serie di salti sempre più ampi tra gli alberi della foresta, la luce dell’acqua brilla tra le rocce nere, una nube di vapore si alza dalla base, resti incantato ad ammirarla. Splendida.

Da Vientiane abbiamo preso un volo interno per Pakse, virate strette tra i cumuli del monsone, atterraggio con rimbalzo, curva su due ruote, frenata all’ultimo secondo ed eccoci davanti all’aeroporto. Tutto bene comunque, adesso stiamo salendo verso l’altopiano di Bolaven.

Le cascate Tad Fane non si sentono, arrivi a un resort e te le trovi là di fronte oltre un profondo burrone, due strisce bianche d’acqua che precipitano nel nulla. Il fondo non si vede. Belle, ma troppo lontane. “Possiamo scendere?”, chiedo a Khem, la nostra guida. “No non c’è sentiero da qui.” Possiamo andare dall’altra parte in cima alle cascate? C’è un sentiero nella foresta, ma è lungo e adesso è tutto scivoloso. Possiamo andare più a valle e risalire fino alla base? No, ci vuole una guida, è  pericoloso e non ci va nessuno. Perché? Durante la guerra – di liberazione per lui, del Vietnam per noi, in effetti col berrettino assomiglia molto a un vietcong – ci sono stati in questa zona molti scontri tra vietnamiti, truppe lao fedeli al governo, lao del Pathet Lao, ribelli Hmong, truppe thailandesi… e molti, non tutti morti, sono finiti nelle cascate. Beviamo in silenzio il caffè dell’altopiano.

Tad Fane - Laos

No, non lo vogliamo vedere il villaggio. Vicino alla cascata Pha Suam, a pochi chilometri da quelle di Tad Fane, la compagnia tailandese che ha in concessione il sito ha costruito un villaggio dove ha raccolto alcuni rappresentanti delle diverse etnie del Laos. I turisti in un colpo solo possono vedere tutti i costumi che le donne indossano (per i turisti) e comprare tutti i prodotti tipici (per i turisti). No, grazie. Anche perché siamo gli unici due turisti.

La cascata a forma di profonda U cade pulita e compatta da un salto di non più di tre metri, il doppio – mi dice Khem – nella stagione secca. Ma quello che la rende così piacevole è  il contrasto tra il bianco dell’acqua spumeggiante e il nero delle colonne basaltiche che la imprigionano. Le tante cascatelle laterali e i fili d’acqua che impreziosiscono le colonne nere danno profondità al quadro. Elegante. E l’acqua che cade non è comunque poca.

Pha Suam - Laos

Ma è molta, molta più acqua quella che si ammassa sull’orlo e rumoreggia giù per la Tad Hung, l’ultima cascata della giornata. La si sente dal bungalow in alto che la nostra gentile ospite ci ha assegnato, ma già è difficile arrivarci sul sentiero sdruccioloso. Se poi aggiungi che c’è in atto un’invasione di bruchi pelosi capisci perché mia moglie chieda con una certa insistenza un cambio di residenza. Detto fatto, bungalow più in basso, niente bruchi, niente cascata. Sistemati i bagagli corro a vederla.

Alla base il paesaggio è dantesco, tronchi scuri si alzano tra massi cupi e fanno da proscenio alla cascata divisa in due da un salto roccioso. Non c’è Caronte, ma una sirenetta che osserva immobile le acque tumultuose. Seguo due ragazzini che armati di rudimentali fiocine frugano tra la vegetazione della riva, non prendono niente ma si divertono. Più in su lungo il sentiero scopro un’altra cascata, l’acqua è tanta, il salto è alto e pulito, è più bella… e nessuno me lo dice? Sulla guida è segnalata come Tad Lo.

Riuscite a immaginare “la potenza”. Niente? Allora dovete vedere le cascate del Mekong.

Siamo arrivati con un’ora di barca da Don Khong, l’isola più grande delle 4000 che il Mekong fa e disfa ogni stagione prima di entrare ufficialmente in Cambogia. Ci avevano proposto di andare a vedere i delfini. Forse, con un po’ di fortuna. Certo che l’acqua è alta, insomma non si vedono di sicuro, per cui abbiamo scelto di venire qui alle cascate Som Pha Mit (Li Phi).

Qualcosa di simile me lo aspettavo, ma non quello che stiamo vedendo: una valanga di acqua marrone sommerge tutto quello che incontra sulla sua discesa, cavalloni impetuosi si rompono sulle rocce nere, mulinelli e gorghi schiumosi ruotano senza sosta, il rumore cupo dell’acqua copre tutto, le nuvole basse completano lo spettacolo. Superbo.

Passerelle traballanti portano a nasse sommerse, funi tese agganciano reti che non si sa come facciano a resistere alla furia delle acque. Sono i pescatori delle cascate, dice Khem. Ogni mattina molto presto le ispezionano. Ma non hanno paura? No, li proteggono gli spiriti delle acque. Quando si dice far di necessità virtù.

All’estremità opposta di questo intrico di fiumi che è qui il Mekong c’è un’altra cascata, la famosa Khone Phapheng, la più grande cascata del Mekong. Non riesco a immaginarla dopo quella di Som Pha Mit. Altra barca, altra mezz’ora d’auto e alla fine un trenino elettrico che ci porta a un ristorante tailandese all’inizio della cascata.

Mia moglie tira un sospiro di sollievo, siamo tornati alla civiltà, io comincio a innervosirmi, troppa gente. Sotto il ristorante l’acqua prende velocità e si increspa poi rimbomba giù per un passaggio ristretto con una violenza superiore a quella di Som Pha Mit. Il rumore è assordante e la vista affascinante. Cento metri più sotto il Mekong mostra tutta la sua potenza: milioni di litri d’acqua scendono lungo un ampio fronte, onde marroni si spingono, si accavallano, rimbalzano e infine scendono in un catino ribollente da cui si alzano sbuffi di vapore. Altre masse d’acqua selvagge sbucano un po’ dappertutto e si gettano nel mare fangoso che tutto inghiotte. Impressionante.

I turisti sulla veranda preferiscono i selfie.

A proposito dell'autore

Luigi Lazzaroni

Cresciuto, tanti anni fa, sui romanzi di Kipling, Salgari e Verne, ho ritrovato l’anno scorso su un mio quaderno delle elementari un tema che descriveva un fantastico viaggio in piroga su un fiume nel cuore della giungla indiana. È da lì che evidentemente è nato il mio amore per le culture del sudest asiatico, l’India in primis, e per i fiumi lontani e le foreste oscure a partire dalla mitica Amazzonia.

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