Attivista ebreo-israeliano antisionista, Michel Warschawsky è l’ex leader della Lega Comunista-Marxista Rivoluzionaria israeliana. Co-fondatore dell’Alternative Information Center (AIC), oggi non conserva incarichi formali, ma continua a far sentire la sua voce attraverso libri, articoli e conferenze.

Nato a Strasburgo nel 1949, Warschawsky era il figlio del rabbino della città. Siccome i suoi tratti somatici ricordano vagamente quelli tipici dei popoli asiatici a scuola gli affibbiarrono il soprannome “Mikado” con cui è noto ancora oggi. Arrestato nel 1987 per aver fornito servizi a organizzazioni palestinesi considerate illegali – in realtà si trattava solo di altri gruppi impegnati come il suo per il riconoscimento dei diritti civili ai Palestinesi – fu condannato a 20 mesi di prigione.

Eravamo in Palestina in occasione del tour organizzato da Nena News. L’ho incontrato alla sede dell’AIC a Gerusalemme poco dopo aver parlato con il suo collega e amico Nassar Ibrahim, altra celebre voce narrante del conflitto israelo-palestinese.

Palestina e Israele: le parole di Michel “Mikado” Warschawsky

Una terra senza popolo per un popolo senza terra…

Alla fine della Prima Guerra Mondiale, con il crollo dei grandi imperi ottomano e austro-ungarico, si diffusero in tutta europa forti aspirazioni nazionalistiche. E anche gli Ebrei volevano la loro nazione, non si sapeva dove, Giamaica, Uganda, Argentina, ma la volevano. E alla fine fu scelta la Palestina. Il mondo non europeo era considerato “vuoto”. Gli indigeni erano parte del paesaggio. “A land without people for a people without a land” divenne il motto del sionismo.

Nascono le leggi dei presenti-assenti (laws of present absentees), un sistema giuridico che non riconosce i diritti dei palestinesi. Il loro unico diritto è votare, ma nient’altro. Strano, no? Proprio il diritto che di solito viene riconosciuto per ultimo.

Con l’occupazione degli anni Sessanta-Settanta nasce una questione: che cosa fare dei Palestinesi? L’obiettivo è estendere il più possibile Israele conservando lo stato ebraico. Ariel Sharon, allora generale, ma anche guida politica carismatica, dotata di una forte vision, una strategia, dice che la Giordania è la nazione dei Palestinesi. “Andate e cacciate il re, e fate il vostro stato”, dice loro. Delegittima la dinastia hascemita e infatti non verrà mai ricevuto dal re. Ma poi Sharon cambia idea, capisce che l’espulsione non è possibile: non siamo più negli anni Quaranta, la comunità internazionale insorgerebbe.

Nella visione di Sharon e dei suoi alleati, Israele si estende dal mare al fiume Giordano. Sharon propone la “cantonizzazione” delle unità amministrative palestinesi. In Israele si comincia a parlare di un vecchio Sharon ammorbidito dagli anni, ma è falso. In cambio dei cantoni vuole ufficializzare le colonie. La sua proposta consiste in due stati, ma senza che i palestinesi abbiano la continuità territoriale che avrebbe tagliato Israele dalla valle del Giordano. Ma un’idea simile non sarebbe mai accettata, bisogna dar loro qualcosa che almeno assomigli a una nazione. Passa allora all’uso della geografia tridimensionale: un sistema di ponti e gallerie per unire Israele con la valle del Giordano attraverso i territori palestinesi.

Palestina e Israele: le parole di Michel “Mikado” Warschawsky

Massima estensione territoriale e minima presenza araba…

Il sionismo ha sempre puntato alla divisione dei palestinesi per ottenere un equilibrio tra massima estensione territoriale e minima presenza araba. Israele non deve avere confini definiti, solo bordi temporanei. Ben Gurion disse: “Il confine è dove piantiamo l’ultimo albero.” Sharon: “La terra sarà nostra se la rendiamo nostra.” Dove non possono arrivare con gli insediamenti piantano delle bandierine: piccoli avamposti commerciali in attesa dell’arrivo delle colonie. E solo dopo si potrà parlare di pace.

Israele non ha mai voluto la pace con i Palestinesi. “Forse” per alcuni mesi, nel 1995 con Yitzhak Rabin, ci fu un concreto impegno per la pace. Impegno finito con tre pallottole [Rabin è stato assassinato il 4 novembre 1995 a Tel Aviv dall’estremista sionista Yigal Amir]. E ora? Il nulla.

La strategia sionista è guadagnare tempo. C’è quindi bisogno di pressione internazionale, ma gli USA, gli unici ad avere il potere di fermare Israele, non fanno nulla. L’attivismo è fondamentale, ma da solo non basta. Anche se il BDS si è rivelato una bella sorpresa… 10 anni fa non avrei mai creduto che si sarebbe arrivati a questo livello di influenza. Persino la Orange, la compagnia telefonica, ha dichiarato di volersi separare da Orange Israel. Il governo francese glielo ha impedito, ma ormai la strada è tracciata.

Palestina e Israele: le parole di Michel “Mikado” Warschawsky

Politica interna e politica estera…

Tra Israele e USA non c’è amore, solo comunione di interessi. E un giorno finirà anche quello. Ma per il momento per gli USA è molto conveniente, Israele difende i suoi interesse e anche se pagano molti soldi è comunque meno caro che portare fin qui le loro portaerei. Israele è la portaerei degli Stati Uniti. Ma Israele non è un burattino nelle mani degli USA, è un alleato capriccioso. Per Netanyahu gli USA sono Bush, la guerra globale al terrorismo… Obama è stato un “errore”: non è la vera America, non è un vero americano. Ai tempi di Bush c’era un solo impero, un solo potere. Ora invece ci sono anche Russia, Cina, India, Iran, Turchia…

La politica israeliana è divisa. Da una parte ci sono Netanyahu e i suoi fanatici, dall’altra i pensatori, i servizi di intelligence… anche l’ex capo del Mossad Meir Dagan, un uomo con le mani sporche di sangue, un assassino, ha parlato contro Netanyahu dicendo che sta spingendo Israele alla sua fine. Netanyahu è fissato contro l’Iran. Fino a poco tempo fa in ogni discorso, ogni giorno, ovunque, non faceva che invocare il bombardamento dell’Iran. Daesh non è mai stato nemmeno nominato. Ma ora l’Iran è parte della soluzione, non più del problema.

Un equipaggio in balìa della tempesta…

Vi voglio raccontare un mio incubo ricorrente. Io odio l’acqua. Nel sogno sono su una piccola barca in mezzo all’acqua, un mare, un lago, non so. Ho paura, e il capitano non legge le carte, non usa la strumentazione, ed è ubriaco. C’è una tempesta, e l’equipaggio è ubriaco e non se ne rende conto. Il mio amico Nassar mi ha detto “bene, non sei contento che i tuoi nemici stanno per affondare?”. Ma io gli ho risposto: “Su questa nave ci sono anche i miei figli.”

Quali alternative ci sono a Netanyahu? Istituzionali nessuna. L’opposizione sta cercando di mostrarsi ancora più fascista del governo, ma tra l’originale e la copia la gente preferisce l’originale. Il movimento pacifista è morto. Negli anni Ottanta e Novanta, durante la sua massima espansione, aveva grande influenza. Ora restano poche migliaia di attivisti che non collaborano più con i Palestinesi.

Palestina e Israele: le parole di Michel “Mikado” Warschawsky

Nascita dell’AIC…

Eravamo un gruppo di militanti di sinistra, Ebrei e Palestinesi. Tra il 1992 e il 1995, durante l’invasione del Libano, si è diffuso un movimento contrario alla guerra. I Palestinesi non riuscivano a spiegarselo, si chiedevano da dove saltava fuori. Bisognava spiegare che cosa stava accadendo, e anche smorzare le speranze più assurde. Erano pur sempre ebrei, israeliani, sionisti… semplicemente non volevano la guerra con il Libano. Poi si sono diffusi anche altri movimenti giovanili e femminili. Poi è arrivata l’Intifada. AIC è nato per dare alla gente gli strumenti necessari a comprendere questi cambiamenti.

“L’occupazione corromperà Israele”…

Sono nato in Francia. La mia famiglia è vissuta durante l’occupazione nazista. Mia madre era una delle pochissime ebree che poterono studiare all’università. Mio padre lavorava nelle ferrovie. Io sono nato poco dopo la guerra, ma l’occupazione è sempre stato un tema molto frequente a casa. Se non volevamo mangiare qualcosa, mia madre diceva “durante l’occupazione ce lo sognavamo di mangiare questa roba…”. Poi siamo andati in Israele, a Gerusalemme, e un giorno mio padre mi chiede di portare un gruppo di visitatori a Hebron. Dopo il giro andiamo al mercato in cerca di souvenir, e il rapporto tra me e il mercante palestinese che avevo davanti mi ha colpito come un pugno nello stomaco. Era anziano, poteva essere mio padre, ma aveva paura di me. Sono tornato a casa e ho detto a mio padre: “Papà… siamo degli oppressori.” Lui avrebbe potuto darmi la solita scusa: hanno cominciato loro, dobbiamo pur difenderci, è la nostra terra…

Invece mi disse: “Da un’occupazione non viene mai nulla di buono, né per la vittima, né per l’oppressore. Se questa occupazione non finisce presto, corromperà la società israeliana fino al midollo.” Quella sera pregammo che l’occupazione finisse presto, ma forse quel giorno dio stava dormendo. 45 anni dopo siamo ancora qui. Speriamo che “ora” finisca presto. Alla mi famiglia devo questa convinzione: se c’è un occupazione, bisogna combatterla. Ma per anni non siamo stati che poche centinaia.

A proposito dell'autore

Flavio Alagia

Laureato in Giornalismo, il mio limbo professionale mi ha portato dagli uffici stampa alla carta stampata, per poi approdare al variopinto mondo della comunicazione digitale. Ho vissuto a Verona, Zurigo, Londra, Città del Capo, Mumbai e Casablanca. Odio volare, amo lo jodel e da grande voglio fare l'astronauta.

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1 risposta

  1. Andrea

    Complimenti, bel pezzo su una questione di cui si sente troppo spesso parlare con superficialità ed in modo parziale.

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