Stiamo andando da Madurai nel Tamil Nadu a Munnar nei monti del Kerala, domani proseguiremo per Kochi e le sue backwaters. Un rosario e una corona di fiorellini bianchi penzolano dallo specchietto retrovisore. – Sì sono cristiano – ci dice il nostro autista. – E come sono i rapporti tra gli hindu e i cristiani nel Kerala? – Nessun problema. – Abbiamo sentito di cristiani uccisi in Orissa. – É colpa dei missionari americani che usano i soldi per convertire le persone e accettano a scuola solo i loro figli.

Certamente non è solo questo, ma metti da una parte un predicatore straniero aggressivo e con ampie possibilità economiche e dall’altra un bramino locale che si vede sottrarre fedeli e offerte e il risultato potrebbe essere proprio questo… ma i primi tornanti dei Ghats Occidentali impegnano chi guida e la conversazione muore. Alle nostre spalle la terra rossa del Tamil Nadu, di fronte la bandiera rossa con falce e martello all’ingresso in Kerala: era da tanto che non ne vedevo una. Qui governa infatti, da sempre, un partito comunista regolarmente eletto.

Prima sosta, una piantagione di caffè. La ragazza che ci accompagna nella visita parla un indo-inglese che fa fatica a trovare punti di incontro con il mio italo-inglese, ma oltre alle piante e alle bacche di caffè ci mostra le spezie coltivate in una specie di piccolo orto botanico: lo zenzero, la vaniglia, la noce moscata, già non ricordo più quali siano le piante del pepe e della cannella, figuriamoci il cardamomo…

E le famose piantagioni di tè? – Se volete allunghiamo un po’ e vi porto. – Allunghiamo, allunghiamo! Come sempre è mia moglie a entrare per prima in sintonia con la gente del posto, le donne mollano per un minuto la raccolta delle foglie di tè, ci guardano incuriosite, parlano con l’autista, ridono loro, ride lui, ridiamo noi anche se non sappiamo cosa si siano detti tra di loro, su di noi. – Possiamo fare qualche foto?- Certo! Qualcuna si mette in posa, qualcun’altra è più timida, tutte sorridono nel vedere il risultato sul display. Indossano camicie pesanti, un telo impermeabile annodato in vita e quello che in testa sembrava un foulard, è in realtà un sacco di scorta per le foglie del tè, il paesaggio è rilassante ma il lavoro è duro.

Piove ancora questa mattina mentre scendiamo da Munnar verso la costa mentre gruppetti di donne con un sacco di cellophane in testa vanno verso le piantagioni. Oggi nemmeno il paesaggio è rilassante. A Kochi abbiamo la giornata libera con nessuna visita organizzata. – Ci vediamo questa sera nella hall dell’albergo per andare a teatro – ci dice il responsabile locale del nostro tour operator. Evviva la libertà, ma dove andiamo se l’albergo è a casa di dio rispetto al centro? Il nostro autista si offre come guida.

– Dove ci porti?  – Alle reti cinesi. – Ok, c’è altro? Ci porta in una lavanderia indiana. L’organizzazione è la seguente: c’è chi va a prendere la biancheria e la porta ai lavandai, tutti maschi, immersi fino alle ginocchia nell’acqua di lavaggio, le mani sbiancate da candeggina e altri detersivi; battono, sciacquano e battono ancora i vari indumenti su lavatoi di pietra, poi li stendono su fili sostenuti da pertiche in un campo da calcio. Alla stiratura ci pensano le donne ma chi comanda davvero è un vecchietto – Pesa tantissimo questo ferro da stiro! – dice mia moglie che lo sta provando. Non un nome, un numero, uno scontrino, un biglietto, tutti sanno di chi è questa camicia e di chi sono questi pantaloni, si fa un pacco e parte la riconsegna. Non capisco come, ma pare che funzioni.

Le reti cinesi, un’attrattiva turistica di Kochi, non sono una delusione ma nemmeno una gran  novità, poichè sono identici ai trabucchi che si vedono sulle coste abruzzesi. Tutti fermi a chiacchierare, poi ogni tanto in due o tre tirano su con calma la rete e non pescano niente, ma cercano comunque di venderci grossi pesci e gamberoni conservati in ghiaccio, pescati qui, ci dicono.

C’è una chiesa bianca, niente di bello verrebbe da dire, ma sulla guida è descritta come la chiesa europea più antica di tutta l’India. É del 1503, mentre Kochi è il primo insediamento europeo in India. Lasciamo libero il nostro autista e gironzoliamo per le strade lì intorno tra una “monsonata” e l’altra. C’è un falegname che sta intarsiando una porta con un motivo a mandala, uno stampatore indaffarato su un macchinario d’anteguerra, un negozietto che vende schede telefoniche e pulcini, mia moglie ne acquista una e telefona dalla cabina sgangherata lì di fianco, il mio compito è tenere lontani i pulcini che becchettano lì attorno.

Il teatro la sera, invece, è in una specie di separé all’interno di una grande sala, sembra di essere in un CRAL delle nostre parti, una trentina di sedie, una decina di spettatori, tutti turisti come noi ovviamente. Il cicerone del CRAL comincia a spiegare l’episodio del Ramayana che verrà rappresentato, ovviamente ci siamo già persi e intanto entrano sul palco prima due tamburi e relativi suonatori un po’ anzianotti, poi un signore con microfono che si siede sul fondo del palco, infine altri due con borse varie da cui estraggono barattoli, boccette, stick colorati, pennelli e pennellini, cianfrusaglie varie e iniziano a truccarsi, lì, sul palco, davanti a tutti noi.

Prima c’è la sorpresa, inutile negarlo, poi subentra la curiosità, poi la noia, è un’ora che si stanno imbellettando, con una scusa vado a farmi un giro nei saloni e torno a spettacolo iniziato: sul palco invece di due omaccioni c’è quello che evidentemente è un re o un eroe (nonostante la faccia verde) e una corpulenta signora tutta in ghingheri e dalla faccia paonazza. Il cantore al microfono racconta cose che noi stranieri non possiamo certo capire, i due si guardano, si muovono, sì lo so, dovrei guardare i gesti delle mani che parlano per loro ma sono gli occhi che mi colpiscono, in certi momenti sembrano uscire dalle orbite, i due tamburi rullano per sottolineare un passaggio importante, alla fine la donnona muore. Il Kathakaḷi è uno spettacolo di teatro-danza tra i più antichi dell’India e noi non eravamo preparati, siamo proprio ignoranti.

 

A proposito dell'autore

Luigi Lazzaroni

Cresciuto, tanti anni fa, sui romanzi di Kipling, Salgari e Verne, ho ritrovato l’anno scorso su un mio quaderno delle elementari un tema che descriveva un fantastico viaggio in piroga su un fiume nel cuore della giungla indiana. È da lì che evidentemente è nato il mio amore per le culture del sudest asiatico, l’India in primis, e per i fiumi lontani e le foreste oscure a partire dalla mitica Amazzonia.

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