Amsterdam è famosa per tanti motivi, e tra questi non c’è il cibo. Prima di partire ero un po’ preoccupata perché la maggior parte delle guide che avevo letto elencava tra i ristoranti migliori della città quelli che propongono cucina francese. Appena arrivata, non ho potuto fare a meno di notare l’elevata concentrazione di “trappole per turisti”: locali di catene internazionali che servono piatti uguali in ogni angolo del mondo, oppure all you can eat con tristissime fotografie di cibo incollate alle vetrine.

Io volevo mangiare dove mangiano gli olandesi, non dove mangiano i turisti poco curiosi che si accontentano della tappa in un fast food. Come in tutti posti, basta cercare per trovare. E così è stato anche ad Amsterdam.

Foto Amsfrank

Colazione ad Amsterdam

Nonostante sia possibile fare una colazione sostanziosa nella maggior parte degli alberghi della città, io ho bisogno di una tappa a metà mattina per fare rifornimento di caffè. In questo caso, non serve allontanarsi molto dalle vie centrali per prendersi una pausa in una caffetteria nel cuore del quartiere a luci rosse dove, paradossalmente, si trova la Oude Kerk, la più antica chiesa della città.

Lasciandosi alle spalle la facciata, si prosegue verso il canale e si entra in quello che sembra l’ingresso posteriore della Oude Kerk. Si ha l’impressione di entrare nel refettorio, passando attraverso un cortile che conduce all’interno di un piccolo caffè situato proprio nell’edificio religioso.

De Koffieschenkerij ha tutta l’aria di un cafè di campagna, con le imposte di legno dipinte di rosso, la porta d’ingresso quasi nascosta dalla pianta rampicante che sale fino alle finestre della chiesa. Non ho capito se il locale faccia parte in maniera ufficiale del complesso della Oude Kerk: forse no, perché non c’è nessun richiamo alla religione all’interno. Solo un bancone di legno dove sono esposti i panini, biscotti, brioche e fette di torta, e dove un paio di ragazze non smettono nemmeno per un momento di fare caffè e cappuccini.

Si possono ordinare bevande da asporto o, se il clima lo permette, sedersi per qualche minuto con un dolce e una tazza di caffè nel dehors, al riparo dal viavai di gente oltre il muro di recinzione.

Pranzo ad Amsterdam

Per il pranzo ci si sposta in zona De Pijp, a sud rispetto alla cintura dei canali. Si tratta di un quartiere dal passato operaio, dove le case furono costruite in fretta e furia per gli immigrati arrivati da Spagna, Portogallo, Marocco e Turchia. La sede della Heineken infatti è proprio dietro l’angolo rispetto ad Albert Cuypstraat, la via che si estende dall’Amstel fino quasi a entrare nella multinazionale della birra.

Intorno al 1900 era una zona di confine, dove vivevano non solo operai ma anche studenti, artigiani e prostitute. Persone che quando lasciavano le loro case per andare al lavoro la mattina presto avevano bisogno di comprare la frutta, la verdura, il pane e il pesce per la cena. Così, i venditori ambulanti iniziarono a darsi appuntamento agli angoli della via, dando vita nel giro di poco tempo a quello che sarebbe diventato uno dei mercati più importanti della città.

Foto Peter Eijkman

Ancora oggi l’Albert Cuypmarkt ha tutta l’aria di un grande mercato rionale dove si trova di tutto: dagli abiti ai prodotti per la pulizia della casa, dal pane al pesce fresco. Questo è il posto adatto dove provare lo street food olandese. Non ci sono turisti con i colletti delle polo alzate e giacche con marchi vistosi in coda al banco del pesce. Ci sono donne con il carretto per la spesa e giovani mamme in bicicletta con almeno due bambini nel cesto di legno montato tra il manubrio e la ruota anteriore. L’uomo dietro al bancone non parla inglese e non ha tempo da perdere.

Non osiamo chiedere troppe spiegazioni per cui ci limitiamo a ordinare due porzioni di kibbeling. I pezzetti di pesce – dall’aspetto sembra sgombro – vengono impanati e fritti sul momento, prima di essere serviti in un piatto di carta insieme a un paio di salse. È ancora bollente, e si scioglie in bocca.

Al banco successivo proviamo le broodje haring, aringhe crude e marinate servite con pane nero, cipolle e sottaceti. Non amo il pesce crudo in maniera particolare, ma il sapore è molto diverso da quello che ci aspetta: le aringhe sono salate e cremose, e si accompagnano bene con i cetriolini sottaceto.

Non manca il dolce a fine pasto: dai tanti banchi che vendono pane si possono comprare gli stroopwafel: si tratta di dolci formati da due cialde sottili simili al wafer con uno strato di sciroppo di caramello. C’è anche un venditore specializzato in roomboter cake, una torta che assomiglia a un plumcake in versione più burrosa. Dopo lo stroopwafel e una fetta di roomboter, serve una dose abbondante di caffè bollente per contrastare il sapore molto dolce.

Cena ad Amsterdam

Anche per la cena evitiamo la zona centrale, prediligendo un altro quartiere dal passato operaio, a ovest rispetto al centro. Il nome stesso della zona, Jordaan, secondo alcuni deriva dal fiume Giordano: in base a questa teoria, i primi abitanti del quartiere furono dei palestinesi che portarono qui anche le loro tradizioni gastronomiche.

Leggende fantasiose a parte, ora Jordaan è diventata una zona trendy. Un po’ come Notting Hill a Londra, ora è un susseguirsi di gallerie d’arte, negozi indipendenti e specialty coffee bars. Più che le mode e le tendenze mi interessa un angolo un po’ più defilato rispetto alle vie che si affacciano sul più noto canale di Prinsengracht.

Se avevo dei dubbi sulle origini del nome del quartiere, appena entro al D&A Hummus Bistro penso che dopotutto la storia sul passato mediorientale di Jordaan potrebbe essere plausibile. Il locale sembra vagamente disordinato, molto piccolo e buio. Ogni tavolo è diverso dall’altro, e le pareti sono in parte intonacate, in parte rivestite di mattoni e in parte coperte da pannelli di legno. Un po’ come se chi lo avesse decorato non fosse riuscito a decidere tra una finitura e l’altra.

Foto veganamsterdam.org

Le lampadine pendono dal soffitto senza paralume e a dire la verità non illuminano un granché. Bisogna sforzarsi per leggere il menu o i piatti del giorno, scritti in una calligrafia irregolare su una parte di muro accanto alla cucina a vista. Non è uno di quei posti dove ognuno ordina per sé, quindi finiamo per chiedere di tutto: hummus tradizionale, hummus tahini, falafel, babaganoush, pita, kababonim di agnello e manzo con verdure, couscous.

Ci vengono forniti piatti e posate ma finiamo per servirci da quelli da portata, lasciati in mezzo al tavolo senza un ordine ben definito. Prendiamo un po’ di questo e un po’ di quello, beviamo un sorso di tè alla menta e passiamo all’assaggio successivo. L’unico desiderio alla fine della cena sarebbe quello di poter ricominciare da capo.

A proposito dell'autore

Silvia Demick

Abito in un piccolo paese di provincia e lavoro in un ufficio in una stradina secondaria. Immagino però di vivere a Notting Hill, di lavorare a Williamsburg, di prendere un aperitivo a Montmartre e di cenare a North Beach. E magari di fare shopping sulla Fifth Avenue. Non so cucinare, ma adoro mangiare. Mi piace conoscere un posto nuovo attraverso il suo cibo e le sue tradizioni culinarie. Non riesco a fare a meno di raccontare quello che ho scoperto agli altri.

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