Tuol Sleng, Cambogia

Non avremmo voluto, alla fine siamo solo due turisti, ma l’abbiamo fatto, non per curiosità ma per una specie di dovere morale.

Dopo aver ammirato le bellezze dei templi di Angkor ed esserci perduti tra le rovine dei templi della giungla, dopo aver fotografato i campi minati ai piedi del Preah Vihear e aver sorriso a bambini e ad adolescenti quali sono oggi gli abitanti della Cambogia, dovevamo provare a guardare nel passato recente e oscuro di questo paese; un conto è leggere dei lager, un altro è toccare con mano il filo spinato.

Il Tuol Sleng è stato sede di una scuola superiore di Phnom Penh fino al 1975, quando i khmer rossi lo requisirono e lo trasformarono nell’Ufficio di Sicurezza 21 (S-21), con direttore il compagno Duch.

Dall’esterno non sembra un luogo così terribile: filo spinato a parte, sembra effettivamente un edificio scolastico a due piani quale effettivamente era, con palme slanciate e frangipane profumati che ingentiliscono il cortile, ma basta fermarsi a leggere il cartello in tre lingue del Regolamento del carcere per cominciare a capire – quando ricevi frustate o scariche elettriche non devi gridare?!

Prima stanza: pareti arancio sporco, finestra con sbarre, una sedia e un tavolino di legno in fondo. Al centro, sotto la brandina di ferro, le piastrelle del pavimento sono sporche e rovinate. Qui, proprio qui, legavano i prigionieri con catene e sbarre di ferro, li interrogavano e li torturavano; cerchi quindi di immaginare, ma quando guardi la foto sulla parete, scattata dal primo fotografo giunto qui dopo la fuga dei khmer rossi, vedi la realtà e fai davvero fatica a fissarla.

In queste aule venivano tenuti i prigionieri in attesa di essere interrogati, tutti assieme “in condizioni disumane difficili da immaginare”, ci dice la guida; sono pulite e vuote, ma lì davanti a te c’è la trave con le corde da arrampicata e i tre otri allineati di sotto, basta guardare il disegno sul cartello e allora non immagini ma capisci cosa vuol dire “disumano” e ti chiedi come sia stato possibile che a farlo fossero “ragazzi dai 13 ai 20 anni, indottrinati e obbligati a farlo col sorriso sulle labbra per non mostrare compassione verso i prigionieri”, ci spiega il nostro accompagnatore.

E poi ci sono le sale con le foto. Tabelloni pieni di ragazzi e ragazze ripresi in formato fototessera, morti, altri ripresi a figura intera, morti, uomini incatenati, morti, uomini distesi a terra, morti, vecchi in foto formato 40×60, morti, foto di europei, morti; sono tutti morti perché chi entrava al Tuol Sleng era già morto, o sotto le torture o nei killing fields attorno a Phnom Penh. Quanti?

Dal 1975 al 1979 qui sono stati incarcerati, torturati e uccisi militari e collaboratori del regime deposto, intellettuali, professionisti, intere famiglie, controrivoluzionari e alla fine anche i khmer rossi sospettati di complotto, per un totale di 15-20 mila esseri umani, tutti morti, una goccia nel mare di sangue del genocidio che ha colpito la Cambogia durante la dittatura dei khmer rossi.

In fondo altre foto, quelle dei killing fields, ossa che sporgono dal terreno, fosse putrescenti, crani allineati a centinaia su scaffali come in un supermercato dell’orrore ma sono troppi. Sebbene sia difficile da ammettere, ma sì, fanno meno effetto: troppi morti, le persone diventano numeri. Ma basta girarsi indietro e guardare di nuovo la foto più grande della giovane madre col suo neonato in braccio…e ti senti morire dentro.

p.s. 1 – Nel 2009 l’UNESCO ha inserito il museo nell’Elenco delle Memorie del mondo

p.s. 2 – C’è anche la foto di Pol Pot, il compagno n.1, probabilmente fatto assassinare da Ta Mok, il compagno n.5, e quella del compagno Duch, il boia del campo, all’ergastolo perché giudicato colpevole dal Tribunale Internazionale per Crimini contro l’Umanità.

A proposito dell'autore

Luigi Lazzaroni

Cresciuto, tanti anni fa, sui romanzi di Kipling, Salgari e Verne, ho ritrovato l’anno scorso su un mio quaderno delle elementari un tema che descriveva un fantastico viaggio in piroga su un fiume nel cuore della giungla indiana. È da lì che evidentemente è nato il mio amore per le culture del sudest asiatico, l’India in primis, e per i fiumi lontani e le foreste oscure a partire dalla mitica Amazzonia.

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2 Risposte

  1. Paola

    Tuol Sleng è stato l’unico museo dal quale sono dovuta uscire prima della fine del percorso, sopraffatta da queste storie dell’orrore. Ricordo ancora, a distanza di anni, l’autista del tuk tuk che dopo la visita al museo aveva insistito tantissimo per portarci a vedere anche il killing field più vicino. Io ero sconvolta dalla storia della Cambogia e provavo a rifiutare l’offerta, mentre lui aveva un enorme sorriso sulle labbra e sembrava stesse descrivendo un parco di divertimenti. L’atteggiamento dei cambogiani a volte è totalmente incomprensibile!

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    • Marco
      Marco

      Si sono d’accordo: anche per me era stata dura. Purtroppo la gente si dimentica troppo facilmente di queste cose.

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