Diario di Viaggio nelle isole Fiji, un racconto avventuroso ed emozionante che vi farà viaggiare attraverso i miei occhi e provare le emozioni di questo splendido posto.

Nancy sfoggia il suo migliore sorriso, impreziosito dal vezzo di un incisivo per metà incapsulato d’oro, mentre mi porge una tazza di Kokoda (si legge KokoNda), il piatto nazionale figiano: sono pezzi di pesce, nel caso odierno wahoo, cotti marinandoli nel lime e serviti freddi con latte di cocco, peperoncino rosso e verde, pomodoro e cipolla.

Mi viene l’acquolina in bocca, è semplicemente delizioso. Nancy d’altronde mi adora, mi sta viziando, lo so. Poi, mentre serve a mia mia moglie una enorme insalatona di verdure e tonno fresco alla griglia, mi lancia uno sguardo preoccupato e mi fa segno come a chiedermi: “Come va?” – “Don’t worry Nancy…” le rispondo con un sorriso. Nancy, una figiana di origini miste samoane, è la mia cameriera preferita dell’Uprising Beach resort a Pacific Harbour, Coral Coast, Viti Levu, Isole Figi.

Dall’altra parte del mondo. Se non spezzate il viaggio, le coincidenze non sono il massimo, sono 24.000km e 33 ore di viaggio. Le abbiamo fatte… non ti passano più.

Siamo su quella che viene definita la “Green Coast of Fiji”, la parte dell’isola dove la foresta pluviale è ricchissima, foltissima ed, appunto, verdissima.

E chiaramente così verde lo è, perché persino a giugno, nel pieno della stagione secca, gli alisei di sud est portano umidità e fresco, con le nubi che si fermano sui rilievi montagnosi dei vulcani e scaricano tonnellate di acqua. “Dai, amore, il tempo è migliorato, oggi solo pioggerella…” provo a scherzare con mia moglie, che sognava una vacanza con sole e tintarella, ma il tentativo è vano. Ed è facile comprendere il suo sguardo assassino e quello, preoccupato, di Nancy.

Se poi sei fortunato ed esce invece il sole, ne devi approfittare subito: il cielo diventa di un azzurro intenso come non lo hai mai visto, e contrasta con il blu scuro del mare, il verde della costa ed il marrone della sabbia vulcanica: colori pastello, senza sfumature.


Le persone che incontri per strada sono straordinariamente socievoli e desiderose di contatto; colpisce la consapevolezza che fino a circa 130 anni fa erano guerrieri feroci e cannibali, il terrore dei naviganti che approdavano sulle coste delle 330 isole che compongono l’arcipelago.

Ora invece sono educati, gentili e sembrano sorridere sempre: ma d’altronde le statistiche li pongono in cima alla classifica delle popolazioni più felici del mondo.

Spiccata la voglia di fare amicizia, di cui ti accorgi in ogni occasione di contatto, ed il desiderio di sapere da quale parte del mondo tu provenga; così mi sono sentito dire decine di volte frasi tipo: “Ciao! Chi sei? Da dove vieni? Ah, Italia, è vicino al Canada, vero? Ma sei subacqueo? Hai già visto gli squali?” Già, perché è questo il motivo per cui io, a differenza di mia moglie disperata per il tempo, ho un sorriso costantemente stampato sulla faccia: sono qui per vedere gli squali. Ad essere onesto, ho organizzato il viaggio proprio per questo. E li ho visti, eccome.

Nel 2003 Mike Neumann, un ex dirigente di banca svizzero, viaggiatore e subacqueo, approda a Pacific Harbour, dove si immerge ed intuisce le potenzialità del posto. Ha un’intuizione vincente: coinvolgere il governo figiano e le comunità locali per creare la prima area protetta per gli squali, che diventerà nel 2014 il primo parco marino delle isole Fiji. Mike fonda i Beqa Adventures Divers (BAD) ed in accordo con il governo figiano mette una tassa di ingresso al parco; i pescatori dei villaggi si impegnano a non cacciare gli squali nello Shark Corridor ed in cambio otterranno i soldi della tassa di ingresso che verranno utilizzati per opere destinate alle comunità, ma soprattutto per far studiare i ragazzi più meritevoli.

L’iniziativa ha avuto grande successo, portando benefici a tutte le figure coinvolte: Mike ha creato un business di grande successo, unito al fatto di essere diventato un centro di ricerca sugli squali famoso in tutto il mondo; il governo ha visto un grande afflusso di turisti e biologi, e nuove infrastrutture sono nate sul territorio; la gente dei villaggi è felice, circola finalmente del denaro e soprattutto molti dei loro ragazzi hanno potuto studiare grazie ai BAD, ed in tanti casi lavorano al diving: alcuni sono laureati, tutti sono assunti anche dallo stato come Marine Rangers, per la salvaguardia del parco marino.

E gli squali? “Ci saranno squali oggi, Mike? Avrò la possibilità di vederli?” gli chiedo mentre sono in barca per la mia prima immersione. “Tranquillo,” mi risponde con un sorriso “le mie ragazze non ti deluderanno.”


E così sarà, infatti. La naturale paura verrà mitigata dalla presenza dalle guide figiane, che in acqua si trasformano in efficienti angeli custodi che permettono immersioni in totale sicurezza, malgrado la presenza di 30 o 40 Bull Shark intorno a me. Perché stiamo parlando dei famigerati Carcharinus Leucas, o squali Zambesi, delle micidiali macchine da guerra che arrivano a pesare 250 kg per 3 metri e mezzo di lunghezza, responsabili della maggior parte degli azzannamenti avvenuti lungo le acque costiere del pianeta. La specie che ha ispirato lo scrittore Peter Benchley per il romanzo “Lo Squalo”, ed il successivo film di Steven Spielberg.

Alla fine dell’immersione, a 5 metri di profondità, ti trovi invece circondato dai più innocui squali pinna bianca, pinna nera e qualche grigio di barriera, così vicini che ogni tanto ti prendi una pinnata da quello che passa troppo vicino: emozioni impossibili da dimenticare.

Dopo aver noleggiato un’automobile abbiamo girato il sud dell’isola di Viti Levu, costellato da villaggi e resort, fino ad arrivare a Suva, la capitale delle isole Fiji. Qui quartieri residenziali si alternano a zone più degradate, come accade usualmente in una “grande” città del sud del mondo.


Non viene mai a mancare però il sorriso delle persone: come quello dei due ragazzi impegnati a pescare con una rete a mano, e che rilasciano delicatamente in mare i pesci più piccoli per non farli soffrire; oppure quello della famigliola che ci invita a dividere il loro cibo durante l’ora di pranzo.

Percepisci continuamente una serie di atteggiamenti positivi, che da noi così spesso sembrano essere scomparsi: la capacità di vivere in simbiosi con la natura, una innata cortesia ed un incessante desiderio di socializzazione con chi è estraneo, perché viene da fuori.

La costante del viaggio è poi, sempre il sorriso: quello dei bellissimi bambini, delle donne figiane con le capigliature afro anni ’70, delle persone che incontri, degli squali, dei poliziotti che ti fermano perché il laser conferma che hai superato la velocità massima consentita. Ecco, il mio in quel momento è sparito. Però è tornato subito quando, dopo le ramanzine di rito, mi hanno fortunatamente lasciato andare.

Grazie Fiji.

A proposito dell'autore

Paolo Ponga

Sono area manager di una multinazionale alimentare, ma in realtà viaggiatore “compulsivo” da tutta la vita, senza possibilità di guarigione, da quando ho capito che i viaggi sono la benzina per il motore della mia anima.

Alterno viaggi di scoperta o fatti per nutrire la mente ad altri specificatamente pensati per le immersioni, fatte ovunque ci sia abbastanza acqua.

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