Non posso dire di aver sempre desiderato di andare a Sofia. Anzi, devo ammettere che fino a qualche tempo fa, se mi avessero chiesto a bruciapelo il nome della capitale della Bulgaria, ci avrei dovuto pensare un po’. E devo anche ammettere che ciò che mi ha convinto ad andare a Sofia è stata un’offerta che includeva volo da Milano più due notti in hotel per due persone a un prezzo davvero ridicolo. Insomma, una proposta che non potevo rifiutare.

Due notti e due giorni interi possono bastare per conoscere questa città che fino alla fine degli anni Ottanta è stata governata da un governo totalitario.

Il passato socialista si vede ancora, anche se si è cercato di dimenticarlo. Così per esempio, sulla piazza dove un tempo c’era la statua di Lenin, ora svetta la Sveta Sofia, la santa protettrice della città. Il passato si vede anche nei palazzoni grigi e rigorosi, o nelle auto che da noi sarebbero state rottamate almeno trent’anni fa.

Certo, due giorni in più permetterebbero di raggiungere anche il Monastero di Rila e la città di Plovdiv, ma per il mio primo viaggio in Bulgaria sono stati più che sufficienti.

Quali sono quindi le cose da non perdere la prima volta che si arriva a Sofia?

Cattedrale di Aleksandr Nevksij

È la prima cosa che vedo appena arrivo, sul taxi che dall’aeroporto mi porta al mio hotel, vicinissimo alla cattedrale. Si tratta della seconda chiesa ortodossa dei Balcani per grandezza, ma è probabilmente al primo posto tra gli edifici più rappresentativi di Sofia. Tuttavia, quando arriviamo non ci sono ancora fiumane di gente che si riversano dagli autobus. Così riusciamo a goderci la bellezza della chiesa, costruita come segno di ringraziamento alla Russia per aver liberato la Bulgaria dal dominio turco e intitolata ad Aleksandr Nevksij, eroe nazionale russo. Dedichiamo un po’ di tempo all’interno, costituito da cinque navate tra le quali regnano l’oscurità e il silenzio.

Niente a che vedere con la piazza della cattedrale, dove ogni giorno si svolge il mercatino delle pulci: come molte cose a Sofia, è spartano e più che un vero e proprio mercato sembra un raggruppamento estemporaneo di venditori che hanno preso un tavolino da picnic sbilenco per poi buttarci sopra oggetti trovati nei loro sottotetti. Articoli di bigiotteria, vecchie divise dell’esercito, tovaglie ricamate, riproduzioni di icone, armi risalenti a chissà quale guerra e cartelli in cirillico.

Zhenski Pazar

Letteralmente significa mercato delle donne perché fino a qualche anno fa, sotto le tettoie spartane e arrugginite di questo mercato popolare c’erano solo rappresentanti del sesso femminile, da una parte e dall’altra dei banchi. Ora ci sono anche uomini, ma sembra quasi che vogliano tenersi in disparte: stanno seduti sulle panchine ai margini del mercato, lasciando che siano le mogli a occuparsi degli acquisti.

Frutta, verdura, abbigliamento, formaggio, carne, pane, pentole e piccoli elettrodomestici. Sono ancora donne quelle che gestiscono i piccoli chioschi all’interno dei quali vengono grigliati tutto il giorno kebapche e kyufte, simili rispettivamente a un hotdog e a una polpetta a base di carne di maiale e vitello, spezie, sale e cumino. È un mercato rionale, frequentato dalla gente del posto, dove è difficile sentir parlare altre lingue oltre al bulgaro.

Museo di Arte Socialista

Non è comodissimo da raggiungere e non è nemmeno indicato, ma vale la pena di fare uno sforzo per trovare questo angolo di Sofia dove sono stati raccolti busti e volti scolpiti in pietra di Lenin, Stalin, Dimitrov. Ma anche contadine e lavoratori, insieme alla stella rossa che un tempo svettava sul tetto della sede del partito comunista.

Il posto non è bello: non è altro che un cortile nascosto tra un palazzo triste e la sede di qualche ministero, con i busti sparsi tra i ciuffi di erba bruciata dal sole. L’interno non è allestito in maniera più organizzata, con le opere propagandiste appese alle pareti e un paio di pannelli esplicativi. È un posto da vedere, anche se mancano le informazioni necessarie per capire veramente. Ma forse le statue devono essere prese semplicemente per quello che sono: cimeli di un’epoca passata. O magari l’incapacità di parlare dei Lenin pietrificati è essa stessa un messaggio.

Da Bulevard Tsar Osvoboditel a Maria Luiza Bulevard

Bulevard Tsar Osvoboditel, il viale dedicato allo zar Alessandro II di Russia, è forse più noto come la via dei ciottoli gialli, per via del colore del manto stradale. Attraversa la città partendo dal Ponte delle Aquile e arriva fino alla statua di Sveta Sofia, che svetta nel punto in cui fino all’inizio degli anni Novanta troneggiava la statua di Lenin. Lungo il percorso si incontrano edifici come la Galleria di Arte Nazionale, la chiesa di San Nicola, l’ex sede del Partito Comunista Bulgaro, ora occupata dal Palazzo Presidenziale.

Svoltando a destra verso la moschea, ci si trova sul Maria Luiza Bulevard. Qui non ci sono più i palazzi marmorei, classici e austeri, ma edifici trasandati, con l’intonaco che a tratti si è staccato.

Sense Hotel Rooftop Bar

Il pacchetto che ho acquistato per questo viaggio comprendeva il soggiorno di due notti al Sense Hotel. Prima di partire sapevo solo che era in pieno centro, ma non sapevo che il suo Rooftop Bar fosse considerato il migliore della città. Non tanto per la qualità del cibo, infatti sconsiglio di mangiare qui perché l’aspetto dei piatti che abbiamo visto passare lasciavano abbastanza a desiderare, ma per la vista.

Di notte si ha l’impressione di poter allungare una mano oltre le vetrate e toccare le cupole dorate della cattedrale di Aleksandr Nevksij.

Il bar è aperto anche a chi non soggiorna nell’hotel, e per questo è sempre molto affollato. I prezzi sono molto più alti rispetto alla media di altri locali in centro: l’equivalente di quasi venti euro per un cocktail e un bicchiere di Rakia, un distillato di frutta diffuso in tutti i Balcani, è quasi il triplo di quello che si spenderebbe in qualsiasi altro locale di Sofia, ma la vista sui tetti della capitale vale sicuramente la spesa.

A proposito dell'autore

Silvia Demick

Abito in un piccolo paese di provincia e lavoro in un ufficio in una stradina secondaria. Immagino però di vivere a Notting Hill, di lavorare a Williamsburg, di prendere un aperitivo a Montmartre e di cenare a North Beach. E magari di fare shopping sulla Fifth Avenue. Non so cucinare, ma adoro mangiare. Mi piace conoscere un posto nuovo attraverso il suo cibo e le sue tradizioni culinarie. Non riesco a fare a meno di raccontare quello che ho scoperto agli altri.

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