Primo giorno in Marocco

Alto Atlante – Ksar Ait Benhaddhou – Valle del Dadés

Il cielo dell’Alto Atlante è blu, un blu che non ho visto mai.

Siamo partiti sul presto da Marrakech, alla guida Amer, alla conversazione Issa che parla un accettabile italiano. Sulla salita al Col du Tichka (2260 metri) per me niente di interessante, per mia moglie un molto interessante emporio dove si lavora e si vendono a turisti curiosi come noi prodotti a base di olio di argan.

Dopo il passo brusca svolta sulla P-1506, c’è una piana tutta giocata sulle tonalità ocra e mattone – Telouet – dice Issa – ci fermiamo? – se vuoi ma più avanti è più bello – e dopo venti minuti è vero, è molto più bello, uno spettacolo di luce e colori: sul greto biancastro di un torrente asciutto pascolano capre nere, in fondo un versante rosso mattone tagliato da zigzag bianchi su cui scorre una fascia verde mimetico, più in alto un pendio giallo sabbia punteggiato da cespugli verde cupo, e poi il cielo blu cobalto scalfito da un cirro bianco leggero come una piuma, siamo in un altro mondo.

L’acqua è vita e la valle dell’Ounila che stiamo discendendo è una striscia verde sul fondo di un canyon scavato tra rocce con tutte le tonalità del rosso-ocra-giallo, ogni tanto la striscia si allarga in campi e frutteti, le case dei villaggi stanno sui bordi del canyon per non rubare spazio alle coltivazioni. Va bene, ancora una sosta per fare una foto ma dobbiamo arrivare per pranzo a Ait Ben Haddhou – si lascia scappare Issa, Amer e moglie annuiscono in silenzio.

Marocco, due giorni tra montagne e deserto

Valle di Telouet

Cosa hanno in comune i film Il Gioiello del Nilo, Il Gladiatore, Un the nel deserto e, non ultimo, Edipo re di Pasolini? Sono tutti stati girati, alcune scene almeno, nello ksar di Ait Ben Haddou , un villaggio fortificato così tipico e ben conservato da divenire patrimonio mondiale dell’UNESCO. Issa ci concede mezz’ora per una visita in libertà: prima boutiques artigianali – belli questi acquarelli – poi torri vuote e escrementi di pipistrello – che schifo – in cima un grande nido di cicogna – che bello – passaggi abbandonati e escrementi di piccione – che schifo – un asinello grigio in un piccolo recinto – che bello (i commenti sono di mia moglie). Dalla cima della collina a cui è addossato il villaggio il panorama spazia dalle montagne dell’Atlante alla pianura verso il Sahara, cielo azzurro, il blu è rimasto lassù.

Due ore di macchina soporifere per troppa luce e poco riposo postprandiale da Ouarzazate alle gole del Dadés ma l’aria fresca dell’inverno ci sveglia – quelle sono le dita delle scimmie – ci spiega Issa e indica le rocce a mammelloni sull’altro lato della piccola valle, la luce del sole basso all’orizzonte corre sui rami spogli dei pioppi bianchi e si ferma su quelle che, sì, sembrano proprio dita di scimmia – ma tu sai come sono le dita delle scimmie?

Secondo giorno

Gole del Todra – Erfoud – Rissani – Merzouga

Questa notte è piovuto nella valle del Dadés e l’aria è decisamente fresca ma non facciamo in tempo a godercela, si parte per le gole del Todra.

La gola è stretta e chiusa da alte pareti a strapiombo, mentre beviamo un caffè al bar di un alberghetto passa un gregge di capre guidato da un asinello, la pastora, foulard nero ma viso scoperto, vede che faccio foto e con le dita fa il segno internazionale dei soldi, dirham in questo caso. La cosa più bella delle gole? La luce dorata che rimbalza sulle pareti e illumina l’acqua del torrente.

Ferma Amer, voglio fare una foto! – dal terrapieno della strada in uscita dalle gole si gode una vista spettacolare: una distesa arruffata di palme scure, i minareti dei villaggi si perdono nella foschia del mattino.

Sosta tecnica a Tinejdad, c’è il mercato, frutta e verdura in abbondanza, le bancarelle sono coperte da un graticciato di canne, nessun turista, poche foto perché è evidente che la gente non gradisce e nasconde il viso dentro il cappuccio della djellaba.

Marocco, due giorni tra montagne e deserto

Mercato di Tinejdad

C’è acqua nel deserto? Stiamo attraversando una distesa desertica verso Erfoud, eppure c’è un pozzo con tanto di carrucola e donne che attingono acqua, sembra una scena della Bibbia. Amer e Issa le conoscono credo, regalano alla bambina un paio di scarpette, noi diamo tramite lui un po’ di dirham – sono pastori – mi dice Issa – hanno le tende da qualche parte là dietro. Sono tre più la bambina, sul capo un velo nero che lascia scoperti solo gli occhi, indossano dei caftani eleganti che le trasformano in tre signore, altro che pastori – possiamo fare qualche foto? – certamente.

Erfoud, sul portone dello ksar Oulad Abd el Hadim si fanno subito vive tre o quattro bambine che vogliono qualcosa ma non osano chiederlo più di tanto, tempo due minuti e arriva un signore vestito da tuareg blu che si propone come guida. A parte la moschea bianca in ristrutturazione subito dopo l’ingresso, il villaggio sembra ancora naif, un corridoio buio corre lungo le mura, nei vicoli una  donna pulisce davanti a casa, un’altra porta un fascio di canne, due bambini giocano a palla – dovete venire a casa mia – e non si può rifiutare, moglie e figlia sul divano davanti alla TV, sguardi un po’ irritati per l’improvvisata – questo sono io quando facevo l’attore nel film italiano – nella foto un giovanotto smilzo assieme a Ninetto Davoli, possibile? Poi sul terrazzo, per farci vedere i tetti dello ksar deve far scendere in casa le pecore perché mia moglie ha paura, da basso in salotto moglie figlia TV e pecore.

Il suq di Rissani è molto bello – dice Issa, beh, fermiamoci. Entriamo nel cortile dove vendono le pecore, gli uomini in djellaba ci guardano tra lo strano e il divertito, nel suq il sole filtra tra i graticciati che fanno da tetto – no, non qui, c’è uno che ha prezzi migliori – suggerisce Issa a mia moglie che è irresistibilmente attratta da tutte le polverine colorate che restano per anni in uno scaffale della cucina, sarà un suo cugino. Un venditore di datteri per cui è famosa Rissani ci invita ad assaggiarli e chiede da dove veniamo – Italia – deve avere qualche parente in Italia – ci traduce Issa.

Amer si diverte, ha lasciato la strada e fila nel nulla di una distesa grigia verso Merzouga, non mi preoccupo più di tanto, mi hanno detto che abitano proprio lì, immagino sia un scorciatoia. Il tour prevede un giro in cammello sulle dune – no grazie, troppo stanchi – ma dopo mezz’ora non resisto e mollo moglie e bagagli nel riad per un giro solitario sulle dune lì attorno, il tramonto colora di rosso la sabbia ma io mi perdo nel seguire le tracce: insetto, altro insetto, lucertola?, dromedario, uccello…

A proposito dell'autore

Luigi Lazzaroni

Cresciuto, tanti anni fa, sui romanzi di Kipling, Salgari e Verne, ho ritrovato l’anno scorso su un mio quaderno delle elementari un tema che descriveva un fantastico viaggio in piroga su un fiume nel cuore della giungla indiana. È da lì che evidentemente è nato il mio amore per le culture del sudest asiatico, l’India in primis, e per i fiumi lontani e le foreste oscure a partire dalla mitica Amazzonia.

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