Itinerario in Marocco: Moulay Idriss – Volubilis – Meknés

La cittadina di Moulay Idriss non era nel nostro programma ma Issa, la nostra guida, ci ha convinti ad andare – è una città santa, c’è la tomba di Moulay Idriss I fondatore e primo sultano del regno del Marocco – ma possono entrare solo i musulmani – aggiunge.

Le stradine sono molto pittoresche tutte giallo, azzurro, rosso ma per mia moglie hanno due difetti: il primo è che sono tutte in salita e dire che poi ci sarà la discesa non serve, il secondo è che sono strette e ogni volta che passano gli asinelli coi basti stracarichi bisogna strusciarsi sulle pareti per lasciarli passare. Arriva anche un corteo funebre, saranno una dozzina e vanno quasi di corsa, il morto portato a spalla nel sudario bianco, tolgo il berretto in segno di rispetto. In piazza Issa ci aspetta un po’ impaziente, dobbiamo andare a Volubilis.

La globalizzazione l’hanno inventata i Romani. Sono sempre le stesse cose – commenta mia moglie, in effetti se non sai di essere in Marocco ai piedi dell’Atlante potresti pensare di essere nel sud della Francia o da qualche parte in Turchia, perché le rovine che vedi sono le stesse in tutto il Mediterraneo.

A Volubilis ci sono i resti di case con mosaici ben conservati, ci sono la basilica e il tempio di Giove, un arco trionfale e un nido di cicogna in cima a una colonna e c’è di sicuro anche un anfiteatro ancora da scavare, insomma c’è tutto quello che fa di un centro ai confini dell’impero una città romana a tutti gli effetti.

E fa piacere vedere le scolaresche del Marocco moderno che ascoltano attente le guide mentre spiegano i mosaici e leggono con interesse la storia di Volubilis, alla fine è stata anche la prima capitale del Marocco musulmano.

Nel pomeriggio visita alla città imperiale di Meknés, affidati a Youssef, alto e magro con la djellaba marrone scuro sembrerebbe un francescano se non fosse per la cuffietta bianca in testa – è la taqiyah – ci dice rispondendo alla mia domanda curiosa. Parla un buon italiano – dove l’hai imparato? – chiede mia moglie – a Perugia – risponde, e si mantiene in  allenamento seguendo i dibattiti politici sulla TV italiana, era un fan di Cacciari – ma dove trovate un’altra città governata da un filosofo?

Siamo all’Heri el-Souani, i granai reali, grandi saloni vuoti col soffitto a botte, ma grandi veramente, quanto grano ci stava? – il Nord Africa era già uno dei granai dell’Impero romano commenta Youssef. Alla fine sbuchiamo in un labirinto di grandi archi sostenuti da massicce colonne color terracotta, sembrano pezzi di acquedotto romano e invece – il tetto è crollato durante un terremoto nel 1700 – ci spiega Youssef – sono le stalle reali, ci stavano più di mille cavalli – e cosa se ne faceva il re di tutti questi cavalli? – per la guerra – ah, già, ovvio.

Sono un po’ perplesso, l’esterno del mausoleo di Moulay Ismail non sembra niente di eccezionale, un vialetto piastrellato delimitato da due strisce di mattonelle bianche e blu, un arco a ferro di cavallo, un portone rosso, ma dentro, dentro è un piccolo gioiello di armonia e raffinatezza: una fontana in una sala vuota, cerco invano l’eco degli zampilli d’acqua nel silenzio, è asciutta, un’altra fontana in un cortile dai muri gialli, la geometria delle tessere del pavimento è magnetica nella sua semplicità, l’anticamera del mausoleo è uno scrigno, al centro del mosaico a forma di stella a otto punte zampilla silenziosa una fontanella, colonne bianche a fare da contrasto, lo sguardo sale lungo le pareti arabescate fino alle finestre in alto, luce soffusa, silenzio e raccoglimento.

E’ tardi, cala la luce e il cielo nuvoloso non aiuta ma la madrasa Bou Inania è un must che Youssef non vuole farci perdere – quanto dista? – chiede mia moglie sospettosa – poco – è la risposta classica in questi casi. Passiamo dalla piazza Lalla Aouda, alberi rinsecchiti, un cavallo imbrigliato a un lampione, dietro le mura la cima di un minareto verde, poi la medina, la parte vecchia della città, scorci fotografici, muri scoloriti, qualche tag ma niente graffiti, gente poca, vestiti pesanti, donne col capo coperto da un foulard, uomini con la taqiyah, una macelleria ha in bella mostra la testa di un dromedario, dire che fa impressione è il minimo.

Ne valeva la pena, la madrasa è uno dei capolavori del Marocco, il pavimento del piccolo cortile è coperto da un mosaico geometrico sui toni del verde, al centro una fontana di marmo bianco, sulle pareti corrono versi sacri nell’elegante alfabeto arabo, tutto il resto è un solo arabesco bianco a cui fa da contrasto il legno scuro di cedro di cui sono fatte porte, finestre e soffitti. Perché sorridi così? – guarda, la vasca della fontana è stata cucita con punti di filo di ferro come la giara della novella del Verga.

E’ tardi, vuoi salire sul terrazzo? – mi dice Youssef – si vede la Grande Moschea dall’alto, non si può entrare. Ed eccolo lì il minareto della moschea, sembra un campanile che si alza tra tetti dai coppi verdi, muri non intonacati, biancheria stesa ad asciugare e un mare di parabole satellitari, la globalizzazione dei Romani continua.

A proposito dell'autore

Luigi Lazzaroni

Cresciuto, tanti anni fa, sui romanzi di Kipling, Salgari e Verne, ho ritrovato l’anno scorso su un mio quaderno delle elementari un tema che descriveva un fantastico viaggio in piroga su un fiume nel cuore della giungla indiana. È da lì che evidentemente è nato il mio amore per le culture del sudest asiatico, l’India in primis, e per i fiumi lontani e le foreste oscure a partire dalla mitica Amazzonia.

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