Una capitale moderna – Muscat

Muscat in Oman è una piccola Singapore: non tanto per i grattacieli (che qui non esistono, anzi vi è un’armonia esplicita in questi edifici non troppo alti e per nulla addossati), ma per la pulizia delle strade, delle aiuole, persino delle macchine. Pare che in città ci sia addirittura una multa per chi viene fermato con l’auto sporca…

Della capitale è imperdibile la Gran Moschea, donata dall’amato sultano Qaboos al suo popolo, un mix di provenienze diverse: progetto di un architetto inglese, uso di teak birmano, marmi di Carrara, arenaria indiana, tappeto iraniano, mosaici turchi. A fare da padroni sono il gigantesco lampadario di Swarovski del totale di 8 tonnellate con 1100 lampadine e il più grande tappeto persiano del mondo, per la cui realizzazione si sono adoperate 600 tessitrici per quattro anni.

Nello spazio esterno alla Moschea delle donne (tra le poche che abbiamo incontrato) ci offrono caffè al cardamomo e datteri, simbolo dell’ospitalità omanita; qui si producono oltre 40 varietà di datteri, polposi e dolcissimi e non mi stupisco che la malattia più diffusa in Oman sia il diabete… impossibile terminare nessun pasto senza assaggiarne almeno un paio…

Di questo sultano ci sarebbe molto da dire: di come abbia preso il potere pacificamente, di come si sia aperto alla modernità, di come abbia portato il Paese al benessere dando lavoro a tutti, di come recentemente abbia avviato l’“omanizzazione”, un processo di progressive assunzioni di locali in diversi settori produttivi del Paese… ma non so, il fatto che alle mie domande mi sia stato risposto che è meglio non parlare di politica pubblicamente mi ricorda che si tratta pur sempre di un regime, quindi è difficile stabilire la differenza tra realtà e propaganda.

Altra chicca della città è la Corniche, il lungo mare, che dal porto giunge alla città vecchia, fondata nel Medioevo, dove ha sede il palazzo cerimoniale del sultano, bizzarro edificio caratterizzato da colonne oro e blu, la cui forma è ispirata alla pianta del papiro. Intorno aiuole in fiore, un piacevole caldino che fa dimenticare l’inverno a casa e sui marciapiedi marmi in cui potersi specchiare…

Nel corso della passeggiata sul lungo mare vale la pena fermarsi nel suk, dove fare incetta di incenso, non quello a bastoncini a cui siamo abituati, ma cristalli di resina pura dall’aroma molto intenso.

Verso sera suggerisco di fare un salto alla Royal Opera House per vedere l’arrivo dei ricchi omaniti (e le loro vesti eleganti) che accorrono al teatro della città, fatto costruire dal sultano nel 2011 per assecondare la sua passione melomane. Accanto sorge un centro commerciale super lussuoso che dà un’idea dei vizi e delle mode locali.

Barka

Uscendo dalla capitale è imperdibile una visita al mercato del pesce di Barka, dove vedere l’asta gestita da due meravigliosi omaniti, i cui tratti del volto, le rughe, le espressioni potrebbero raccontare storie pazzesche. Le donne non si vedono, essendo la spesa una cosa da uomini, avvolti nelle loro tuniche immacolate, in contrasto col pavimento piastrellato non proprio lindo, dove scorre acqua mista al sangue del pesce che viene pulito sui tavoli del mercato.

Nitzwa: l’antica capitale

Due ore a sud ovest da Muscat, si trova la seconda città dell’Oman: Nitzwa. Culla della tradizione, qui il turismo è ancora scarso e il suk ha un fascino decisamente superiore a quello della capitale: diviso in settori, esprime il meglio nella parte dedicata all’argento e in quella alimentare. Impossibile resistere all’acquisto di datteri (dopo averne provate decine di varietà), spezie e tahina per l’adorato hummus, fatta sul momento da una macchina trita-sesamo.

L’altra attrazione della città è l’adiacente forte, costruito nel XVII secolo, dalle cui torri si vedono piantagioni di palma da datteri a perdita d’occhio. E’ mattino presto e mentre la città si sveglia intorno agli affari del suk, abbiamo la fortuna di imbatterci in un gruppo di cantanti e musicisti locali che, accompagnati dal pugnale omanita, simbolo della nazione, fanno vibrare le mura del forte cristallizzando il momento nella mia mente.

Il forte di Jabrin

Ma per comprendere realmente come erano “abitati” i forti, conviene raggiungere quello di Jabrin, ottimamente conservato e caratterizzato da soffitti decorati splendidamente, stanze le cui finestre sono ad altezza polpaccio (per creare una certa brezza in coloro che si adagiavano sui cuscini della stanza), prigioni microscopiche e un significativo magazzino dei datteri, con canali per la raccolta del succo, indispensabile per il benessere delle partorienti del forte.

Il canyon

Un paesaggio completamente diverso è offerto dalla salita in fuoristrada al Jebel Shams, la montagna più alta dell’Oman. Dopo un’ora di curve più o meno strette e tortuose, dove si susseguono venditori di tappeti, si raggiunge, a 2000 metri (ma la montagna in realtà è alta 3000), un belvedere che toglie il fiato: pareti rocciose verticali creano un canyon vertiginoso, il più grande del mondo arabo, che nessuna fotografia è capace di rendere nella sua grandiosità.

Questa vista ripaga già di per sé del viaggio in Oman. E questo è stato il primo momento in cui sono ammutolita.

La meraviglia del deserto

Il secondo riguarda il deserto, che non avevo mai visto e in cui desideravo trovarmi. La traversata in fuoristrada sulle dune di Wahiba è stata pazzesca: cinque ore di viaggio reale e mentale all’interno di un ambiente che è incredibilmente affascinante, così limpido da decifrare alla vista, così misterioso per la vita che vi si nasconde, così invitante per i suoi morbidi profili, così terrificante per la totale inospitalità. Tanta commozione per l’ocra e l’azzurro a perdita d’occhio, per gli eleganti dromedari e le capre saltellanti, per i solchi lasciati sulle vergini dune, per la capacità del vento di rimettere a posto tutto, dimenticando il nostro passaggio.

Vero magic moment è vedere il tramonto una volta giunti al campo tendato che i beduini hanno preparato per noi, momento destinato a replicarsi all’alba del mattino successivo. Passare l’ultimo dell’anno in questo campo è qualcosa di davvero speciale: luna piena a illuminare quella magia, dune altissime alle nostre spalle, l’oceano davanti a noi e lo sciabordio delle onde a farci compagnia tutta notte.

Alla mattina passeggiare sulle dune è meraviglioso: sentirsi così piccola in quell’immensità e allo stesso tempo vedere le numerose microscopiche impronte lasciate sulla sabbia da chissà quali animali fa capire quanto tutto sia relativo.

La riserva marina

Abbandonato mio malgrado il deserto, ci dirigiamo verso la riserva marina di Ras Al Hadd, dove le tartarughe giungono a deporre le loro uova. Non amo questo genere di esperienze: dopo oltre un’ora di attesa, veniamo scortati sull’ampia spiaggia dove, tra troppi turisti incuriositi che seguono le torce puntate delle guide, queste povere creature cercano con somma fatica di scavare le loro buche e depositare le uova grandi come palline da golf, i cui piccoli probabilmente non sopravviveranno (solo 1 o 2 su 1000 secondo le statistiche).

Sur e i dhow

Tornando verso Muscat, ci fermiamo a Sur, una gradevole cittadina costiera che, secondo me, concorre a diventare una piccola Cannes omanita. Qui visitiamo un cantiere dove si costruiscono dhow, le imbarcazioni in legno tipiche, la cui manifattura è incentivata dal governo. Qui decine di operai (prevalentemente indiani), in barba a ogni attenzione alla sicurezza sul lavoro, si muovono su impalcature improvvisate invitandoci a entrare nella pancia della barca in costruzione.

I wadi rigogliosi

Un ultimo aspetto imperdibile del Paese è costituito dai wadi, i letti dei fiumi, talvolta in secca, altre volte più rigogliosi, dove sorgono oasi verdi inaspettate e dove gli omaniti fanno pic nic super organizzati, specialmente il venerdì, il loro giorno di festa.

Pur lontano dall’integralismo della vicina Arabia Saudita, l’Oman è un Paese islamico, dove non si bevono alcolici, si va in giro coperti e non si ostentano sentimentalismi. Ma è un Paese da visitare sia per la cordialità dei suoi abitanti sia per l’autenticità dei suoi paesaggi, nonostante i costi non a buon mercato, almeno finché l’offerta ricettiva non aumenterà e, ahimè, quel sapore si perderà.

Le immense spiagge libere (sulle quali oggi non si prende il sole perché sono appannaggio dei pescatori) e il clima piacevole dell’inverno ne faranno presto un luogo super gettonato per la costruzione di resort impersonali e internazionali, dentro i quali orde di turisti berranno birra e chiederanno di mangiare pasta. O magari no.

Photo: Lorenzo Capirone

A proposito dell'autore

Barbara Franco

Viaggiare, come leggere, mi permette di vivere numerose vite. Ad accompagnarmi sono gli stimoli che vengono dall’arte, il piacere che deriva dalla buona tavola, la meraviglia che provo per tutto ciò che non conosco e mi affascina. Troppo sensibile, molto suscettibile. Innamorata della natura e degli animali.

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4 Risposte

  1. Giorgio

    Bello, interessante e, come sempre, ben scritto senza dilungare troppo gli argomenti.

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  2. Simona

    Di questo post si apprezza la sintesi, la nitidezza dei colori nelle foto, la capacità dell’autrice di far percepire odori e sapori. Anche le emozioni arrivano e così il marmo oltre che lucente diventa caldo, il deserto ospitale e la visita al suk rilassante. Riguardo ai datteri, che ho potuto assaggiare (grazie Barbara!) condivido gli apprezzamenti. Si sciolgono in bocca.

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