Perché viaggi? Questo post esce dopo oltre un mese dal mio rientro dal viaggio in Myanmar.

É stato un mese intenso e purtroppo ricco di avvenimenti di cronaca non esaltanti per la nostra società e che sembrano non avere punti di incontro con la mia passione per i viaggi. Episodi che sembrano lontani se non per appartenenza civile a gente come me.


In realtà prima di scrivere il mio secondo post sul mio recente viaggio ho avuto bisogno di una sosta di riflessione e fare il punto su ciò che sta accadendo accanto al mio perimetro fisico e non solo. Gli accadimenti ultimi che hanno registrato pericolosi episodi di violenza in Italia a carico della fisicità di migranti e della nostra società civile mi hanno fatto fermare a riflettere per capire se potevano in me nascere degli spunti di riflessione in quanto individuo, a mia volta migrante per scelte di vita e migrante a tempo in quanto viaggiatrice.

l miei ultimi viaggi (direi dalla Mongolia in poi per la precisione) sono stati in luoghi non proprio da turismo di massa; luoghi di cui si conosce ancora poco come il Myanmar (ho già raccontato nel primo post del suo isolamento politico), luoghi la cui immagine internazionale è ricca di pregiudizi (il mio recente viaggio in Iran).

L’intento di questo post non è fornire informazioni e sensazioni su un viaggio che ho realizzato ma indurre a riflettere su una “semplice” domanda prima di pensare alla nostra prossima meta:

“Tu, perché viaggi ?”

Le risposte possono essere molteplici: ”perché me lo posso permettere, perché sono stressato, per lavoro, perché sono inquieto, perché ho una buona compagnia per farlo, perché etc.”

Credo che alla luce degli accadimenti recenti, sia necessario che ognuno di noi si riappropri del valore che attribuisce al viaggio ed espliciti almeno a se stesso il bisogno che lo induce ad essere un viaggiatore e la propria idea di incontro.

Io in questi giorni più di altri l’ho fatto, complice anche tutta una serie di fattori (conosco bene Macerata, é stata la mia città degli studi universitari. Pensarla come lo scenario di un atto di terrorismo su migranti, mi inquieta molto).

L’ho fatto perché sto per motivi professionali facendo un percorso formativo su tematiche migratorie e didattiche.

L’ho fatto perché forse é venuto il momento di farlo in modo esplicito.

Ad oggi, credo fortemente che il viaggio abbia una enorme valenza educativa e sia veramente una delle poche chiavi di lettura che noi occidentali, e nello specifico italiani, possiamo darci per abbattere l’etnocentrismo, difenderci dalla cattiva informazione e dai pregiudizi. Questi ultimi sono a noi necessari per vivere e compiere scelte: sono uno scudo, uno strumento mentale che ci appartiene e ci dà sicurezza. Essi ci aiutano a non rimanere immobili e ci proteggono, ma se ci assolutizzati ci rendono schiavi della paura, ci fanno vivere male situazioni che avrebbero bisogno di azioni di condivisione più che di separazione.

Se la gente viaggiasse di più, in paesi meno battuti dal turismo o magari in modo meno etnocentrico, in quelli cosiddetti turistici, capirebbe forse quanto è ridicolo oggi parlare di cittadinanza. Sentirebbe sulla propria pelle che tutto è relativo, che ognuno è unico e differente e che, in virtù di ciò il concetto di razza in poche parole non esiste.

Viaggiare non è solo un modo per vedere paesaggi diversi dal nostro e fare il paragone fra un tempio e una chiesa, fra i noodle e la pasta alla carbonara e da italiani vincere facile:  è aggiornare il nostro punto di vista ed imparare a capire le paure, per crescere curiosi di ciò che c’è oltre e tornare a casa apprezzando di più ciò che si ha.

Viaggiare vuol dire essere stanchi, soffrire per il fuso orario e mangiare cose che a volte ci nauseano, bere acqua solo dalla bottiglia e guardare con diffidenza vivendole con attenzione le diverse pratiche igieniche fuori da quell’ Occidente opulente che prova a mette in dubbio il valore dei vaccini e compra tutto in scatola.

Vuol dire fare incontri, ed accettare di scattare una foto con gente che si emoziona per questa cosa. Significa essere ospitati da chi non si conosce e che mai rincontreremo, chiamati dal ciglio della loro porta con un gesto accogliente, mentre fai una sosta dopo tanti km di strada.

Vuol dire ricordare lo sguardo di qualcuno che prova a collocare l’Italia in una sua personale mappa mentale e capisci dal suo sforzo che il tuo mondo, in fondo, è un punto nero che si perde in un grande spazio.

Vuol dire sedersi a volte anche per terra per mangiare e seguire un rito ben preciso per non rischiare di offendere gli spiriti che proteggono una casa.

Vuol dire dover ritirare, con imbarazzo, la mano che di getto stavi per dare ad un uomo come segno di conoscenza e che, in quanto donna non puoi, e lo accetti.

Vuol dire scambiarsi conoscenze mediati da un inglese con poca grammatica ma tanta prossemica, far sapere chi sei e chiedere quale lavoro fanno loro saziando così la reciproca voglia di sapere, con poche notizie perché infondo per stare bene e crescere nei ricordi basta poco.

Vuol dire indossare un velo che non ci appartiene e che, alla fine, si arriva a tollerare all’esterno ed a detestare intimamente,  per poi farlo scivolare con rabbia ed orgoglio rosa appena salita sul volo di ritorno.

Vuol dire sforzarsi di ascoltare le motivazioni che qualcuno adduce sul suo significato e come donna subirle, seppur per breve tempo.

Vuol dire pagare per un sevizio e aiutare così una famiglia a casa sua, magari facendosi fare una messa in piega da una donna come te, che ti accoglie a casa sua così da donarti un puzzle di immagini familiari che non dimenticherai più.

Viaggiare vuol dire, in ultima analisi, capire che le razze non esistono mentre esiste l’uomo, nella sua imperfezione e umanità e che le definizioni che attribuiamo ad un gruppo di persone (pregiudizi) ci possono aiutare ad orientarci ma se non sono declinate sull’essere umano specifico e l’esperienza, sono parole vuote di significato e possono fare e farci male.

“Vi capiterà di sentire gente che vi parlerà di razze umane. Vi diranno che gli uomini sono divisi in razze e qualcuno aggiungerà che ci sono razze migliori di altre. Non è vero, non credetegli. Il genere umano è uno solo. Pensate che non esiste nessuna malattia che colpisca una sola popolazione o non colpisca certe popolazioni. Ci ammaliamo tutti allo stesso modo. Se ci sono delle differenze è perché gli uomini si sono lentamente adattati ad ambienti diversi e a climi diversi. E poi la differenza è una bella cosa. Sapete cosa diceva un mio vecchio amico nato in Algeria, che si chiamava Agostino? Diceva che il mondo è come un libro e chi sta a casa sua, finisce per leggere sempre la stessa pagina. Ecco, ogni popolo ha scritto una pagina sua, ma sono tutte pagine dello stesso libro.”

Passi di Una bella differenza – Marco Aime

A proposito dell'autore

Barbara Ciccola

Insegnante di professione, turista per passione, fotografa per diletto. Amo sognare e progettare i miei viaggi come un modo per conoscere e scoprire me stessa. Parecchi i viaggi fatti, molti di più quelli ancora da fare e da raccontare.

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