Safari al Parco Nazionale dello Tsavo Est – Nella vita accade di portarti negli anni dei sogni che nutrivi sin da bambino, ed alcune volte di essere così fortunato da vederli accadere e poterli vivere. Per molti di noi uno di questi sogni è di poter ammirare dal vivo, nel loro ambiente, gli animali che hai visto in televisione, e nei tuoi libri d’infanzia. Io sono tra i fortunati ad averlo realizzato, ed è con questo spirito che mi accingo a partire per questa avventura.

La sveglia è all’alba: ci aspetta una lunga strada perlopiù sterrata, che parte da Watamu, la località della costa keniota dove soggiorniamo, ed arriva al Parco Nazionale dello Tsavo est, Africa, dove effettueremo il safari.

Il parco Tsavo è uno dei più grandi al mondo, ed è diviso in due dalla strada e dalla ferrovia che da Mombasa portano alla capitale Nairobi; le due parti sommate insieme corrispondono come ampiezza alla nostra Toscana.

Due terzi del parco non sono visitabili, in quanto riserva naturale dove gli animali vivono totalmente indisturbati, ad eccezione dei biologi e dei ricercatori; è, a differenza di altri parchi del Kenya e della Tanzania, un parco in pianura, non posto su di un altopiano. Per questo motivo non è l’habitat del rinoceronte che qui non vive, e la temperatura si rivelerà davvero molto calda.

Contrariamente alle nostre aspettative la nostra jeep (una Toyota Land Cruiser da 8 posti col tetto rialzabile, il mezzo tipico dei documentari sull’Africa) è perfettamente in orario e ci porta alla prima sosta… la colazione, in un baretto del posto. Da qui partiamo in direzione Tsavo, attraverso un breve tratto asfaltato e poi su piste sterrate. L’emozione è palpabile, e si legge negli occhi dei miei compagni di viaggio, anche loro alla prima esperienza di safari.

La sosta successiva è presso un piccolo negozio, per l’acquisto di generi alimentari da donare alle popolazioni lungo la strada: si tratta di sacchi di farina contenenti pacchi da 2 kg e di scatole di biscotti, che acquista una famiglia romana. Io ho comprato ieri i biscotti, ed ho portato da casa penne, quaderni, magliette e palloncini per i bambini.

Lungo il rettilineo che attraversando la savana porta al parco, sono presenti alcuni piccoli villaggi e da questi le donne ed i bimbi si mettono in attesa delle jeep, nella speranza che si fermino a donare un pacco di farina alle mamme ed un pacchetto di biscotti ad ogni bambino.

Le scene sono struggenti: le donne aspettano composte, i bimbi si mettono in fila ordinata, felicissimi e sempre ringraziando con un sorriso sulle labbra. Un piccolo infila la manina attraverso il vetro del gippone, ma non ho biscotti: non è quello che vuole, ma che gli batta il 5 sulla mano, che poi si bacia, lasciandomi senza fiato.

Dopo un lungo percorso arriviamo ad una struttura di fango e lamiera: è una scuola elementare, costruita con l’aiuto dei turisti e dalle mani dei locali. Lo Stato dovrebbe contribuire alla costruzione, ma finora solo vaghe promesse e tante speranze. I bambini, abituati al turismo italiano, che da queste parti è il più numeroso, ci cantano la canzoncina di fra’ Martino campanaro e fanno il gioco di Italia…. Uno! Impossibile non commuoversi.

La maestra è contentissima delle poche cose che abbiamo portato ed inizia a distribuire i palloncini ai bimbi che forse non sanno cosa farne. Visitiamo la struttura, dotata di una lavagna, di una seconda area in lenta costruzione e di una cucina all’aperto, costituita da una pentola sul fuoco di legna. Lasciamo così un piccolo aiuto, che la maestra registra diligentemente su di una specie di libro mastro, facendoci apporre anche una firma.

È l’ultima sosta fino all’ingresso del parco, dove le guide pagheranno la quota di ingresso che serve a mantenere i rangers ed è uno degli ingressi economici più importanti dello Stato. Una lunga coda ci aspetta: anche in Kenya? Si è rotta la macchina che stampa i biglietti con gli orari di ingresso ed il numero dei partecipanti e, ci dicono, stiamo aspettando qualcuno che sappia scriverli a mano. Andiamo bene.

Finalmente siamo dentro il parco, verso il lodge tendato che ci ospiterà anche per la notte; l’adrenalina corre, non c’è nulla da fare. Sulla strada ci fermiamo ad osservare due leoni che placidamente riposano all’ombra di un albero; secondo la guida hanno appena finito di fare l’amore… ed in effetti non sembrano affatto inquieti o disturbati dal vederci a non più di 5/6 metri di distanza.

Durante il viaggio il nostro eccezionale driver, di nome Ali, ci illustra le regole ed il programma del safari: oggi pomeriggio usciremo alle 4 fino al tramonto, quando poi è obbligatorio essere dentro il Lodge, e domattina invece sveglia prima dell’alba. Gli animali infatti, sono più attivi, e meglio visibili, quando fa più fresco. Muoversi di notte è vietato perché pericoloso, per noi e per gli animali. Così come assolutamente vietato dall’Ente Parco uscire con le jeep dalle piste battute, o scendere da esse per qualsiasi motivo, sempre ovviamente per questioni di sicurezza.

L’uscita del pomeriggio è un vero spettacolo, così come l’avevo sempre sognata.

Le piste di terra rossa attraversano la savana in cui c’è ancora tanta erba (la stagione delle piogge brevi è finita da un solo mese) e qualche albero di acacia, di chinino, di tamarindo oppure rovi od enormi baobab.

Incontriamo spesso gli elefanti, singoli o a branchi, impegnati a lavarsi e bere dalle pozze o semplicemente ad attraversare la savana: ce ne sono ben 25000 nel parco Tsavo.

Le zebre si girano a guardarti mentre mangiano l’erba e gli impala attraversano numerosi la pista. Struzzi, bufali, antilopi di specie diverse, babbuini. Chiedo alla guida di quali uccelli siano quei nidi enormi che si vedono spesso: di solito cicogne, mi risponde. Cicogne? Poi vedo un albero spoglio dove ce ne saranno appollaiate una trentina. Ah, beh.

Enormi formicai ovunque, che mettono un po’ di timore. Ali frena improvvisamente: 4 giraffe intorno a noi stanno placidamente mangiando foglie di acacia, masticando dei rami ricchi di spine acutissime e dure.

In questo momento mi sento proprio in Africa, cosciente di aver realizzato il mio sogno di bambino.

La radio con cui comunicano i drivers dice veloci parole in swahili ed Ali parte di corsa per la savana, fino a raggiungere altre jeep, ferme per osservare qualcosa. “Leoni, c’è una pozza d’acqua con dei leoni in mezzo alla savana, guardate.”

Binocoli e teleobiettivi puntano nell’erba ed in effetti qualcosa riusciamo ad intravedere da lontano. Troppo lontano.

In piedi con l’occhio alla telecamera scherzo con l’amico romano seduto di fianco al guidatore: “Luca, digli di portarci là, chiedigli quanto vuole!”

Lui, in inglese-romanesco, riporta la battuta ad Ali: “Ali, quanto vuoi? 100 dollari? 1000? Nessun problema!”

Lui sorride e ci dice che non è possibile, perché su di un’altra jeep c’è una giornalista del Kenya Star e rischiano tutti il posto. Niente da fare. Aspettiamo così una decina di minuti, poi qualcuno se ne va e gli altri driver si incrociano e parlano tra loro in swahili. Improvvisamente la radio urla “Go Go Go!!!” E 4/5 jeep partono veloci attraversando la savana dirette verso la pozza: ci troviamo di fronte a 6 leonesse, harem di un leone che all’inizio sembra guardarci placidamente. Poi, quando Ali sembra non riuscire ad uscire dal fango in cui è entrato e sta sgasando prepotentemente, spalanca gli occhi e ruggisce, facendo scorrere a tutti un ancestrale brivido lungo la schiena. Il ritorno al Lodge è carico di una grande emozione.

Quando abbiamo prenotato il tour, fatto attraverso Roberto Toba, un “Beach boy” evoluto e molto in gamba, con tanto di sito internet e proprietario di due jeep, alla voce “campo tendato” ci siamo in effetti preoccupati, immaginando una piccola canadese infestata da ragni e serpenti. Non è affatto così: abbiamo un bel bungalow con pavimento in pietra e bagno in muratura, ma con le pareti della camera ed il tetto tendati.

Per i pasti un ristorante self service all’aperto dove si mangia (persino bene) con vista savana, e dove faremo colazione guardando un elefante abbeverarsi nella pozza esterna al lodge. C’è persino una piccola piscina ed un recinto elettrificato per impedire l’ingresso di animali pericolosi; la nostra sistemazione è una delle poche che si trovano all’interno del parco, e la sensazione che si prova ad essere qui è magnifica.

Dopo cena, due chiacchiere seduti sotto le piante, con le scimmie sopra di noi… sembra di essere tornati indietro di 10.000 anni.

Visto l’orario della sveglia si va a letto presto, ed il generatore si spegne alle 22.30 esatte, proprio un attimo prima che mia moglie spenga la luce. Vista l’intensità della giornata, dopo il bacio della buonanotte la sento addormentarsi in un lampo; beata lei.

Io invece sto un attimo ad ascoltare i suoni della savana, felice.

Faccio per addormentarmi, quando una scimmia precipita rimbalzando contro il tetto della tenda, e lancia un urlo; poco alla volta la natura prende il sopravvento, dimenticandosi della presenza umana. Un incubo: i suoni della savana diventano sempre più forti, rendendo il sonno impossibile. In particolare il verso di quello che scoprirò essere un bushbaby (“bambino della savana”), galagone in italiano, il cui urlo ricorda i vagiti di un bimbo. Un animale dolce e innocuo, i cui enormi occhi sembrano usciti da un libro per l’infanzia e che alle 4 di mattina abbatterei piacevolmente con un fucile da elefanti.

Alle 5 in punto si riaccende il generatore con le luci della stanza che, accese grazie alla consorte, danno il colpo di grazia alla notte insonne. Il ghiro sdraiato di fianco a me si alza invece bella riposata, pronta per un’altra giornata di avventure.

Dopo una bella colazione e due caffè, ricomincia il “Game drive”: stamattina, dopo la carica di un elefante infuriatosi per la nostra presenza, abbiamo la fortuna di osservare due ghepardi, animali veramente magnifici. Mette invece un po’ di tristezza vedere gli adulti estasiati dall’ambiente e dagli animali, mentre i figli rimangono seduti al loro posto, impegnati in vari giochi elettronici sui cellulari: cosa ricorderanno di questa avventura?

Partiamo quindi in direzione del fiume Tsavo, che nei diversi tratti assume nomi differenti, alla ricerca degli ippopotami e dei coccodrilli, che abbiamo modo di vedere lungo le sue sponde o immersi nell’acqua.

Durante la sosta, dopo varie ore passate in fuoristrada, gli occupanti sentono ovvie necessità fisiologiche che Ali manda ad espletare nel bush, non senza chiari timori da parte di tutti, che fanno più in fretta possibile mentre gli occhi vagano alla ricerca di belve o serpenti.

Dirigendoci poi verso l’uscita dal parco, avremo poi modo di incontrare ancora diverse specie di erbivori, anche a brevissima distanza.

Il pranzo sarà poco fuori dallo Tsavo, presso un allevamento di coccodrilli, dove arriveremo in compagnia di una famiglia di babbuini. La struttura, che si affaccia sul fiume, ci permette di incamerare altre immagini di animali, che porteremo sempre con noi: ancora coccodrilli, un varano e tante scimmiette alla caccia di cibo.

Il tragitto di ritorno verso la costa lo faremo stanchi ed accaldati, ma molto felici per l’esperienza vissuta.

La sensazione che ti rimane è quella di aver partecipato ad uno spettacolo straordinario, nel quale l’uomo è solo un comprimario, e che da esso vada assolutamente salvaguardato.

Oltre, ovviamente, al desiderio di rifarlo in un altro, meraviglioso, parco africano. Che il mal d’Africa abbia alla fine colpito anche me?

A proposito dell'autore

Paolo Ponga

Sono area manager di una multinazionale alimentare, ma in realtà viaggiatore "compulsivo" da tutta la vita, senza possibilità di guarigione, da quando ho capito che i viaggi sono la benzina per il motore della mia anima. Alterno viaggi di scoperta o fatti per nutrire la mente ad altri specificatamente pensati per le immersioni, fatte ovunque ci sia abbastanza acqua.

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