Quando io e mia sorella Giorgia abbiamo deciso di visitare il nord dell’India, come è d’uso tra i viaggiatori indipendenti, ci siamo rivolte ai servizi di un driver che si è occupato dell’organizzazione del tour, dalla prenotazione degli hotel, all’itinerario concordato, alle guide dei vari siti in lingua italiana. Ed all’aeroporto di Delhi si è palesato Pawan Yadav. Contattato tramite l’agenzia locale Indiantravel (ora, però, lavora in proprio) si è dimostrato un ottimo autista con quel tocco in più.

Ritengo che un viaggio sia non solo i luoghi visitati, ma anche le persone incontrate e le esperienze con esse vissute. Ed in questo senso Pawan è stato un elemento fondamentale. Chi parte per l’India solitamente pensa di trovare una situazione di forte spiritualità, pur nella povertà diffusa, fatta di templi indù, tramonti sul Gange, ashram, cultura millenaria e medicina ayurvedica. Qualcosa che ha a che fare con le esperienze mistiche dei Beatles, Siddartha e il suono del sitar.

Con Pawan nulla di tutto questo, o meglio, anche questo, ma la nota dominante del viaggio è stata l’essere catapultate in una dimensione di vita quotidiana dinamica, vivace, al ritmo di musica di Bollywood, con deviazioni improvvise dall’itinerario per vedere luoghi insoliti, a volte strampalati, ma interessantissimi e soprattutto veri. Niente Bealtes, nè sitar, nè Sai Baba, ma piuttosto “The Millionaire” e le sue contraddizioni sull’India odierna.

Con Pawan ho colto quanto qui la dimensione privata sia labile, tutto si condivide. Ciò che ti accade è di interesse pubblico nel bene e nel male, ma soprattutto nel bene, perché trovi sempre qualcuno pronto ad ascolterti e a farsi in quattro per risolverti i problemi.

Del resto la vita dell’indiano “medio” avviene in questi enormi quartieri- alveare dove si partecipa in tutto e per tutto alla vita degli altri, anche perché ciò che ti separa dal vicino di casa è spesso un sottile muro di mattoni, quando non una parete in lamiera, come ben descrive G.D.Roberts nel suo libro “Shantaram” ( non proprio un esempio di quella leggerezza che tanto auspicava Calvino) quando descrive la vita negli slum di Bombay.

E così ci siam trovate, lungo il tragitto, a dibattere con i locali riguardo ad una questione di vacche investite in autostrada, a cenare sui tetti di un ristorante famigliare a Jaisalmer, a sfuggire ad un santone che ci voleva benedire a suon di rupie, ad ascoltare i problemi di cuore di un suonatore di tamburo, a discutere di politica italiana con un anziano sarto di Jaipur, mentre mi confezionava un abito su misura che, travolta dal gusto locale, non ho mai indossato in Italia per evitare l’effetto tendone da circo.

A fine viaggio, che è durato 17 giorni e che ha toccato tutte le città antiche del Rajastan da Bikaner fino ad Agra, ho ringraziato Pawan per avermi fatto vivere la realtà di un luogo che spesso, nella nostra immaginazione, è tutt’altro dalla realtà, che è una realtà dinamica, di sviluppo vertiginoso, di voglia d’Occidente e nel contempo di fatica ad abbandonare usanze millenarie come i matrimoni combinati e la divisione in caste.

E ho ringraziato ancora Pawan per avermi fatto conoscere due luoghi che non avevo previsto nel mio tragitto e che consiglio a chiunque voglia visitare il Rajastan.

1 – Il pozzo Chand Baori

Il primo è il pozzo Chand Baori, uno spettacolare pozzo-palazzo nel piccolo villaggio di Abhaneri.

Quando si viaggia da Jaipur verso Agra, due mete imprescindibili per chi voglia visitare questa parte dell’India, vale la pena fare una deviazione di 9 km per visitare questo sito che dista 90 km da Agra.

Non appena si arriva ci si trova di fronte ad una costruzione che sembra scaturita dalla mente di Escher, un immenso pozzo a V, raggiungibile dopo aver percorso 13 dislivelli e 3500 gradini, costruito, si dice , in una notte dai fantasmi, in  un lontano giorno del VII secolo d.c., per potere donare acqua tutto l’anno alla cittadina.

Un regalo degli dei.

La leggenda ben corrisponde al senso di meraviglia di fronte a quest’opera sorprendente, unica nel suo genere. E’ una sorta di anfiteatro interrato, la cui architettura crea un gioco visivo di saliscendi e scalinate degno delle fantasie di un pittore onirico e surrealista.

Il pozzo serve anche per le abluzioni di chi visita il prospicente tempio di Hashat Mata, dea della fortuna e dell’abbondanza.

Pawan, mi raccontava che, eccezionalmente, in periodi di secca, vi si svolgono anche spettacoli di danza, quindi la mia fantasia sul teatro capovolto non era del tutto errata!

L’area archeologica che si spande tutto intorno è molto interessante e ben preservata, popolata da capre e pecore che brucano tra antichi bassorilievi e si riposano ai piedi di steli millenarie. Tra le sculture più interessanti c’è quella della dea Khali dalle innumerevoli braccia; lady Kali la sanguinaria, colei che pretendeva sacrifici umani dal maharajà di Jaipur e che se ne andò sdegnata quando lui li sostituì con il sacrificio di una capra.

Non so se sia, tra le tante rappresentazioni del pantheon induista qui presenti, la più antica o la meglio scolpita, ma sicuramente per noi occidentali che siam cresciuti a pane e Salgari, quella più evocativa. Mentre passeggi tra le rovine, immagini che un temibile thug, adoratore della dea Kalì , sbuchi improvvisamente da un cespuglio per compiere qualche nefandezza!

Il sito è gratuito e per poche rupie ci sono guide che ti possono accompagnare lungo tutto il percorso.

 

2 – Il tempio di Karni Mata

Il secondo luogo che mi ha veramente colpito è il tempio di Karni Mata, a pochi km da Bikaner, meglio conosciuto come Tempio dei Topi. Eh sì perché qui vivono e proliferano centinaia di ratti sacri alla venerabile Karni Mata, una saggia indù vissuta nel 1300, considerata la reincarnazione della dea Durga, moglie di Vishnu e portatrice di soldi e ricchezza.

Foto di CdeHaan

All’ingresso si possono comprare dolcetti da offrire ai roditori, che vengono nutriti con latte, cocco e pannocchie dolci, ma soprattutto all’ingresso devi toglerti le scarpe perché,  come in ogni luogo sacro in India, si entra scalzi. E già questo è uno spettacolo: le facce degli occidentali tra lo schifato, lo stupito e l’angosciato. Sarò maleducato se mi rifiuto d’entrare? Saranno accettate le calze o varrà solo la pelle nuda? Tengo a precisare che non si tratta di amorevoli topini campagnoli, ma di vere e proprie pantegane di medie dimensioni, spelacchiate ed obese per il troppo cibo, che squittiscono per ogni angolo del tempio. Io e mia sorella, che non abbiamo problemi di ribrezzo verso nessun tipo di animale, siamo entrate scalze e abbiamo avuto il grande onore di un ratto che ci è salito sui piedi, atto di grande benevolenza e di benedizione da parte della dea che ha scatenato un coro di grida entusiastiche e di felicitazioni nei fedeli indù.

Si dice che ognuno di questi animali racchiuda in sè l’anima di un bambino che nascerà alla sua morte e si dice anche che chi avvisti un rarissimo topo albino abbia fortuna nei secoli! Io ne ho avvistato più di uno, anche perché mi son accorta che erano bestiole imbalsamate, buttate qui e là tra quelli grigi, brulicanti di vita ed energia.

Un piccolo, innocuo stratagemma per infondere un po’ di fiducia nel futuro.

Questo luogo particolare e sorprendente, che potrà non piacere a tutti, mi ha fatto riflettere sul rispetto che hanno gli indù verso gli animali e sulla sacralità di ogni forma vivente e mi ha fatto riflettere anche sulle contraddizioni della cultura indiana. Da un lato una venerazione per ogni manifestazione del creato, frutto di una cultura e di una religione antichissime, dall’altro un pensare comune che vede la donna ancora solo in funzione di moglie e madre ed una divisione in caste molto presente nella società seppure abolita per legge.

Del resto ogni luogo su questa terra ha le sue contraddizioni.

 

3 – L’hotel Karohi Haveli

Ultimo consiglio: l’hotel Karohi Haveli nella città di Udaipur. Ristorante su una terrazza con vista fiume, silenzio, tanto necessario dopo il frastuono della città, piscina, massaggi ayrvedici e tante, tante simpatiche scimmiette, mai invadenti che popolano il giardinio e che fan tanto “Libro della Giungla”.

A proposito dell'autore

Francesca Manfredi

Nata a Reggio Emilia, città un cui vivo e lavoro. Giro qua e là perché sono curiosa o perché mi annoio. Quando non lavoro, viaggio o mi annoio, sto con i miei 5 cani e una gatta nera.

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